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Gertrude, la monaca di Monza

Approfondimento/Riassunto su: Gertrude, la monaca di Monza

Ruolo

Seppure sia controversa la figura di Gertrude, può essere classificata come l’aiutante negativa, colei che permette la materiale esecuzione del rapimento di Lucia.
 

Caratterizzazione sociale

La monaca di Monza è una nobile che, per volontà del padre, è entrata in convento.
 

Presentazione e descrizione fisica

Anche a questo personaggio, Manzoni dedica ben due capitoli per raccontarne la storia. La sua presentazione, nel presente, è quella che appare agli occhi di Lucia e Agnese: «Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; una altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; […]. Le gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un rosso sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore; i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna nonché per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato e di negletto che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava dimenticanza o disprezzo della regola.» (cap. IX)
 

Ritratto psicologico

In ogni espressione che il Manzoni usa per offrire al lettore la visione completa ed esatta del dramma di Gertrude, si avvertono variamente intrecciati due sentimenti: lo sdegno per una fra le inumane consuetudini di un secolo corrotto e inumano, e un accorato accento di pietà per la sorte dell’infelice vittima. È noto il modo in cui la figura di Gertrude s’innesta nella vicenda del romanzo. Lucia e Agnese, con una lettera di padre Cristoforo al padre guardiano, si presentano al convento di Monza per trovarvi un rifugio sicuro. Non sospettano che, sfuggite per miracolo ad un pericolo, stanno cadendo in un’insidia ancor più grave, e ciò per opera di un personaggio che, nel romanzo ha il compito di continuare l’opera di male, iniziata dal signorotto di provincia. Ma, mentre Don Rodrigo, spirito ottuso, accessibile cono ai richiami di un cocciuto orgoglio, è privo di qualsiasi capacità di autocritica, Gertrude vacilla come gravata da un peso enorme, che la mente e la volontà non trovano la forza di respingere.
 

Tipo / individuo

«…La sventurata rispose…». Questo è il punto in cui si deve ricercare la motivazione della sua caratteristica di tipo. Perché Gertrude, nonostante le innumerevoli occasioni, non riesce mai a imporre la sua volontà e a cambiare la sua vita, né col padre, né con Egidio.