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L'Innominato

Approfondimento/Riassunto su: L'Innominato

Presentazione e descrizione fisica

In seguito alle anticipazioni di Don Rodrigo, la presentazione dell’Innominato avviene nel cap. XIX: «…un terribile uomo. Di costui non possiam dire né il nome, né il cognome, né un titolo, e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ciò. […] un tale che, essendo de’ primi tra i grandi della città, aveva stabilita la sua dimora in una campagna, situata sul confine; e lì, assicurandosi a forza di delitti, teneva per niente i giudizi, i giudici, ogni magistratura, la sovranità; menava una vita affatto indipendente; ricettatore di forusciti, foruscito un tempo anche lui; poi tornato, come se niente fosse […]. Fare ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui…».

Ritratto psicologico

L’Innominato è una delle figure psicologicamente più complesse e interessanti del romano. Figura storicamente esistita, ma riceve dalla rielaborazione artistica del Manzoni una vita autonoma e una interiorità coerente e compiuta. Il dramma dell’Innominato si svolge tutto nell’interno del suo spirito, ed è seguito, nel suo nascere e nel suo sviluppo, con un occhio acuto e scrutatore, che si muove nei meandri dell’anima. Il personaggio, nella rappresentazione fatta dall’autore, non ci si presenta, fin dal principio, come il malvagio spregevole e ripugnante; quella stessa grande, raccolta paura che induce la folla a far spazio rispettosamente al suo passaggio, incute timore più che ribrezzo. Conserva, nella sua posizione di “ribelle”, qualcosa di regale e maestoso, come di chi ha creato, anche su presupposti di violenza, una propria legge, e ha raggiunto, attraverso l’immunità ottenuta dalla forza, una propria libertà. L’uomo che, libero da vincoli, difende con coraggio estremo una causa anche ingiusta, desta sempre un sentimento che, se non si può chiamare ammirazione, ne assomiglia molto. L’Innominato è grande anche nel male, superiore di parecchio ai piccoli malvagi tiranni della razza di Don Rodrigo.

Tipo/individuo

Solo in un animo simile, svincolato a ogni compromesso, incapace di vie di mezzo, una crisi interiore può portare ad una trasformazione integrale: egli è pienamente un individuo. Quando egli fa la sua entrata nel romanzo, tale crisi è già iniziata, e appare ancora in forma incosciente che da tempo gli sente per la sua vita, piena soltanto delle innumerevoli scelleratezze compiute: un’inquietudine, un disgusto, un fastidio, che si faranno a poco a poco coscienza durante la notte famosa. La crisi tocca il fondo della disperazione, ma il pensiero dell’aldilà, il pensiero di Dio («…E se c’è quest’altra vita…!»), e più le parole di Lucia («Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!»), determinano la sua risoluzione. Quella dell’Innominato non è perciò soltanto una crisi di mero sentimento, ma anche una crisi di pensiero, una crisi logica. Alcuni critici, citando un articolo del Concilio di Trento, in cui si osserva che l’ordinario cominciamento della giustificazione dell’uomo viene dal timore dell’inferno, affermano che l’ Innominato si sarebbe convertito per paura di una pena, ma altri più verosimilmente osservano che egli si converte per il timore di un giudizio di fronte all’Eterno, non per il timore della pena che segue a quel giudizio. È sempre l’idea di Dio, del Giudice eterno («Io sono però»), che turba l’animo suo.