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Libro 4

Approfondimento/Riassunto su: Libro 4

Libro 4 dell'Eneide: riassunto e analisi

Riassunto generale del quarto libro dell'Eneide

Didone trascorre una notte insonne, combattuta tra la passione per Enea e la fedeltà verso il defunto marito Sicheo. Il mattino seguente confida tutto alla sorella Anna, che la incoraggia nei sentimenti verso Enea, il quale potrebbe essere un valido aiuto nel governo e nella difesa di Cartagine. Da questo momento la regina lascia che la passione per l’eroe la pervada completamente.
Intanto Giunone e Venere, spinte da motivazioni diverse, si accordano per favorire le nozze. Durante una battuta di caccia Giunone scatena un furioso temporale, e Didone ed Enea sono costretti a rifugiarsi in una grotta, dove celebrano le loro nozze. La notizia viene diffusa dalla Fama. Iarba, figlio di Giove, essendo stato respinto da Didone, si lamenta col padre. Giove manda allora Mercurio a Cartagine, per invitare Enea a partire. L’eroe si piega alla volontà divina.
L’ultimo colloquio tra i due è drammatico: alle motivazioni di Enea, Didone risponde con disperazione e velate minacce. Mentre i Troiani si preparano a partire, Didone cova dentro di sé un immenso dolore. Si finge rasserenata, e chiede alla sorella Anna di aiutarla a preparare una pira per bruciare le vesti e le armi di Enea, e il letto nuziale. Questo sortilegio può scioglierla dalla passione per Enea. In realtà, la regina medita il suicidio, e quando le navi troiane salpano, Didone sale sulla pira, lancia maledizioni contro Enea e i suoi discendenti, e si conficca nel petto la spada dell’eroe.

La passione di Didone

Dopo che Enea conclude il suo racconto, tutti si ritirano nelle proprie stanze. Didone passa una notte insonne: le gesta dell’eroe e la gloria della sua stirpe hanno suscitato in lei prima ammirazione, poi passione: combattuta tra la fedeltà a Sicheo e la passione verso l’ospite, si confida con la sorella, che la spinge a lasciarsi andare.

Il libro IV, dal punto di vista narrativo, corrisponde a una pausa

Enea interrompe il suo vagare e, dimenticando la sua missione, si ferma a Cartagine. Dal punto di vista invece della ricerca eziologica, il libro spiega l’origine mitica della rivalità tra Roma e Cartagine.
Il libro ha la struttura e il ritmo della tragedia. La confessione di Didone ad Anna corrisponde al Prologo della tragedia, in cui viene introdotta la situazione e che contiene tutti gli elementi del dramma.
Il tema principale della parte iniziale del libro è il durus amor lucreziano: ansia, bruciore, fuoco che divampa, ferita, follia che fa perdere l’autocontrollo. Didone è esposta ad una passione distruttiva, in contrasto con la lucida razionalità della sorella, che la spinge alle nozze con l’eroe per le ragioni di stato.

La caccia e le nozze

Giunone propone a Venere di favorire le nozze tra Enea e Didone, con lo scopo di tenere lontano dal Lazio l’eroe. Venere intuisce l’inganno, ma accetta perché teme che l’amore di Didone, non ricambiato, possa arrecare danno al figlio. Giunone fa scoppiare un temporale durante la caccia a cui partecipano i due, e fa in modo che si trovino da soli in una grotta.
L’episodio della caccia durante la quale avvengono le nozze corrisponde all’epítasis della tragedia, in cui un’azione provoca il successivo sviluppo degli eventi. L’amore di Didone è trasgressione, perché va contro i voleri del Fato, e viene meno al giuramento fatto alla Pudicizia e alle ceneri di Sicheo. La colpa grava sulle “nozze”, le quali provocano disordine che la Fama diffonde. La scelta di Didone, che trascura i suoi doveri, esige una reazione che riporti l’ordine: ecco allora che interviene Iarba, che lamenta presso Giove la sua condizione di pretendente respinto e chiede al padre di intervenire.
La scena descrive la progressiva perdita di dignità di Didone e il suo precipitare dentro la passione. La regina entra in scena nel fasto e tra gli onori a lei riservati, e ne esce da donna innamorata, dimentica dei suoi doveri verso il popolo e la nuova città da costruire. Presa dall’ “antica fiamma”, non si accorge dei segni infausti e della Fama, e la passione la consuma facendole perdere la misura, la ragione e il senso della realtà.

L’ultimo colloquio tra Didone ed Enea

Giove manda Mercurio da Enea, che sta dirigendo i lavori di Cartagine; il dio lo intima a partire e lo richiama ai suoi doveri verso la propria discendenza. Enea allora convoca i capi troiani e ordina loro di preparare in segreto le navi. Intende comunicare a Didone la decisione, ma la Fama lo ha preceduto: la regina sa già che l’eroe intende abbandonarla.
Il colloquio tra Didone ed Enea corrisponde alla fase della tragedia in cui esplodono i diversi sentimenti dei personaggi, e che porterà all’epilogo catastrofico della tragedia di Didone. Nel dialogo, prevalgono le domande retoriche della regina, che rivelano i suoi stati d’animo di fronte all’umiliazione dell’abbandono. Enea riprende il suo ruolo di eroe-sacerdote, ed è irremovibile nella sua decisione. La differenza tra i due personaggi ora è evidentissima: la regina, come molte figure femminili dell’epica, mette in primo piano gli affetti, Enea invece sacrifica i sentimenti per il dovere e la gloria futura della sua stirpe.
Alla passione di Didone subentrano la delusione e la disperazione: ella diviene una donna umiliata e abbandonata, come Arianna abbandonata da Teseo, Medea abbandonata da Giasone. Didone, perduta ogni speranza, si abbandona a istinti distruttivi, ed è disposta al suicidio.

Il suicidio di Didone

Didone prega la sorella Anna di convincere Enea a ritardare la partenza, ma il tentativo fallisce. La regina allora prepara il suicidio. Chiede ad Anna di chiamare la maga custode del tempio delle Esperidi, perché la liberi dalla passione amorosa. Le ordina poi si allestire una pira per bruciare il letto nuziale e altri ricordi dell’eroe. Anna obbedisce, non sospettando nulla.
La scena costituisce l’ultimo atto della tragedia: l’eroina, avendo scombussolato l’ordine delle cose, deve uscire di scena, e l’unica conclusione dignitosa che le resta è il suicidio. La morte della regina contiene significati simbolici, perché avviene tra i ricordi di Enea, ed è provocata dalla spada dell’eroe. La regina si dà la morte in modo virile, avendo coltivato però un sentimento tutto femminile; abbandona la vita tra la pietà degli dèi e la commiserazione del suo popolo, che accompagna l’evento nel pianto, come fa il coro di una tragedia. Con il sacrificio di Didone si ristabilisce l’ordine e il destino di Enea si può compiere.
Nella storia di Didone l’amore diventa forza vitale, ma anche elemento che distrugge e genera furore e follia. La scena chiude la parentesi di Cartagine, e nella maledizione finale della regina “exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor” si svela l’origine dell’odio fra Romani e Cartaginesi, come se tutto fosse generato dalla sofferenza e dal dolore della regina. L’”ultor”, il vendicatore, è Annibale, il condottiero dei Cartaginesi che, giunto in Italia, mise in seria difficoltà Roma e inflisse durissime sconfitte.
 

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