La Divina Commedia - Approfondimenti

Paradiso: XI Canto

Approfondimento/Riassunto su: Paradiso: XI Canto

Tempo

Mercoledì 13 aprile 1300.
 

Luogo

Quarto cielo, Sole: spiriti sapienti.

Gli spiriti sapienti sono disposti in tre corone concentriche, danzano e cantano intorno a Beatrice e a Dante.

 

Intelligenze motrici

Potestà
 

Personaggi

Beatrice, Dante, Tommaso D'Aquino
 

Riassunto Canto XI Paradiso

  • vv. 1-12: Dante insorge in un'invettiva contro gli uomini che, in diversa maniera, si affannano cercando i beni terreni, in contrasto con la sua attuale gloria celeste.
     
  • vv. 13-42: San Tommaso riprende a parlare scorgendo in Dante due dubbi: il primo riguarda ciò che egli ha detto nel canto precedente, accennando all'ordine domenicano, "u' ben s'impingua, se non si vaneggia"; il secondo dubbio si riferisce a quando, parlando di Salomone, aveva detto che "non surse il secondo" in saggezza. Inizia allora a risolvere il primo dubbio, dicendo che la Provvidenza divina, per aiutare la Chiesa nel suo sacro e arduo cammino, le pone come sostegno due grandi santi: San Francesco e San Domenico. San Tommaso inizia allora a parlare di San Francesco.
     
  • vv. 43-84: San Tommaso inizia a raccontare la vita di San Francesco, dicendo dove è nato, raccontando della conversione giovanile e proseguendo con le nozze mistiche del santo con Povertà. Parla poi dei primi francescani.
     
  • vv. 85-117: Prosegue la biografia di Francesco, con le udienze papali che hanno riconosciuto ufficialmente l'ordine monastico, con la predicazione in Oriente, l'eremitaggio sul Verna e il miracolo delle stigmate, e infine la morte del santo in povertà. 
     
  • vv. 118-132: La gloria della figura di San Francesco richiama nel discorso di San Tommaso la figura di San Domenico, e da qui si sviluppa la polemica contro i domenicani corrotti, che invece di seguire gli insegnamenti del santo corrono dietro ai falsi beni terreni.
     
  • vv. 133.139: San Tommaso conclude il suo ragionamento, dicendo che quanto ha detto risolve il primo dubbio di Dante: "u' ben s'impingua" si riferisce alla regola domenicana, seguendo la quale ci si arricchisce spiritualmente, ma a patto di non inseguire piaceri vari ed effimeri.
     

Le puntualizzazioni di San Tommaso

Nel fulgore del cielo del Sole, circondato dalla prima corona degli spiriti sapienti, Dante misura l'enorme distanza tra le vane preoccupazione degli uomini e la gioia perfetta del Paradiso, della quale ora fa parte. Quando le dodici anime che compongono la corona interrompono il canto armonioso e la danza, l'anima di San Tommaso riprende il dialogo iniziato nel canto X. Il discorso del teologo domenicano sembra all'inizio mosso da un'intenzione di semplice completamento: con due puntualizzazioni intende rispondere a due dubbi sorti nella mente di Dante. La prima precisazione riguarda il verso 96 del canto X ("u' ben s'impingua se non si vaneggia") e occupa tutto il canto XI, mentre la seconda sarà rimandata al canto XIII. Spiegare perchè, nell'ordine domenicano, ci si arricchisce di beni spirituali a patto di non inseguire i falsi beni terreni, deviando dalla regola, significa spiegare per quali finalità e secondo quale disegno provvidenziale unitario sono stati fondati nel corso del Duecento i due ordini di mendicanti, quello domenicano e quello francescano. Nasce la struttura simmetrica della coppia di canti XI-XII: in una sorta di scambio cortese, San Tommaso traccia il profilo biografico di San Francesco e accusa i domenicani degeneri; a sua volta, il francescano Sa Bonaventura traccia il profilo biografico di San Domenico e accusa i francescani corrotti. Francesco e Domenico sono, cavallerescamente, i due capi posti da Dio a fianco della Chiesa perché rafforzino in essa, Francesco la carità, Domenico la sapienza. Il primo è "serafico...ardore", il secondo "cherubica luce". Cherubini e serafini, le due gerarchie angeliche più alte nel Paradiso, simboleggiano infatti i due valori simbolici fondamentali della luce nel terzo regno dell'oltretomba: amore e conoscenza. In questo modo, Dante riconosce con lucidità la funzione storica dei due ordini religiosi: il recupero francescano dello slancio di spiritualità del cristianesimo primitivo, la sistemazione teologica affidata a Domenico e ai suoi seguaci. 
 

La biografia di San Francesco

La vita di San Francesco, che occupa il corpo centrale del canto, viene disegnata come una sublime imitazione di Cristo. Ciò è evidente fin dalla simbologia iniziale: il santo come sole nascente (Assisi come Oriente) per analogia con l'allegoria di Cristo-Sole-Apollo che si incontra nel canto I del Paradiso. L'allegoria è alla base di tutto il racconto biografico della vita di San Francesco, costruito sulla simbologia delle nozze di Francesco con Povertà, la donna che nessuno, dopo Cristo, ha voluto sposare. Al sublime cristiano, che unisce e mescola alto e basso, appartiene la compresenza di elementi eroici e di caratteri umili. L'immagine finale del cadavere di San Francesco disteso nudo sulla nuda terra, secondo il suo volere, completa l'imitazione di Cristo, di cui le stimmate sono il segno tangibile. Dante cerca di raffigurare Francesco in modo eroico e combattivo. Si tratta di una scelta di gusto letterario, ma anche l'intenzione di riconoscere in Francesco il nemico della lupa/avarizia, che aveva preso possesso della Chiesa avignonese, sottomessa al potere del re di Francia.

Nel finale San Tommaso riprende le premesse del discorso, ribadendo la grandezza di san Domenico, sulla scia di ciò che è stato detto di Francesco. 
 

La figura di San Francesco in Dante

Dante non incontra San Francesco direttamente, ma la figura del santo viene descritta attraverso la biografia pronunciata dal maggior teologo domenicano, San Tommaso D'Aquino. Ciò sottolinea la convergenza dell'azione di Francesco e Domenico al servizio della Chiesa. 

Nel parlare di San Francesco, Dante mette da parte tutta la tradizione aneddotica riguardante la vita del santo (i fioretti). Infatti non abbiamo allusioni al fatto che San Francesco parlasse agli uccelli o avesse ammansito il lupo di Gubbio. Dante affronta il personaggio del santo alla luce di una chiave interpretativa unitaria molto forte: imitando Cristo, Francesco sceglie l'assoluta povertà. Francesco allora viene identificato da Dante con il sole che sorge, che è l'allegoria di Cristo. Abbiamo poi la guerra contro il padre mercante, quando Francesco decide di privarsi di tutti i beni, i discepoli che vengono attratti dal messaggio di semplicità evangelica, le nozze mistiche con Povertà, la donna che tutti vogliono evitare. 

Francesco viene rappresentato da Dante come un eroe. Le nozze tra Francesco e Povertà avvengono pubblicamente, davanti all'autorità eccesiastica e al padre. L'intenzione di fondare un nuovo ordine religioso viene espressa a papa Innocenzo III "regalmente". La figura di Francesco dunque non è più quella del poverello di Assisi, ma quella di un eroe intrepido, che per amore di Povertà affronta diverse prove, come un cavaliere medievale. Infatti, della vita del santo Dante riprende la missione in Terra Santa, da cui emerge la sua coraggiosa sete di "martiro". In Francesco si afferma il nuovo sublime cristiano, che si riconosce nel modello di Cristo, in cui povertà e croce diventano simboli di riscatto.