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Approfondimento: L'Ultima Cena di Leonardo da Vinci

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Leonardo da Vinci ricevette il compito di dipingere l’Ultima Cena nel 1495, mentre si trovava a Milano al servizio di Ludovico Il Moro.
Leonardo da Vinci  sperimentò l’uso di una nuova tecnica pittorica: usò infatti una tecnica a secco, ovvero a tempera, come se al posto di una parete di grandi dimensioni avesse a che fare con una tavola. L’affresco era adatto al tipo di supporto su cui doveva lavorare e garantiva buona qualità, lunga durata e resistenza: ma imponeva tempi rapidi di esecuzione, ritmi che mal si conciliavano con le necessità di Leonardo, il quale aveva bisogno di tempo per apportare correzioni e inserire particolari effetti cromatici e di sfumato. Leonardo da Vinci era inoltre un genio bizzarro e incostante, che oscillava tra momenti di brillante alacrità e fasi di assoluto riposo, in cui non si sarebbe sentito in grado di muovere un pennello. Fu così che inventò una tecnica che gli concedesse il controllo sul tempo.
La decisione, tuttavia, non si rivelò un successo. Già al tempo dello storico Vasari, nel ‘500, l’Ultima Cena versava in male condizioni e cominciava a scomparire in alcune sue parti. Oggi, a seguito di molti restauri ( l’ultimo tra il 1978 e il 1997) , l’opera è decisamente rinata: ma, come un convalescente appena dimesso dalla sua stanza d’ospedale, necessita di cure e analisi continue. Il capolavoro di Leonardo da Vinci è estremamente innovativo sia dal punto di vista della composizione, che da quello della resa dei soggetti. Il tema dell’ Ultima Cena era stato precedentemente trattato da numerosissimi artisti, ma sempre in maniera ieratica e fissa: le pose degli Apostoli erano rigide e stilizzate, con l’eccezione di Giovanni- che inclinava il capo verso il Cristo, a simboleggiare il suo ruolo di discepolo più amato – e di Gesù, che sollevava le mani e il capo e iniziava a parlare. Nell’opera leonardesca, invece, gli apostoli sono collocati su un unico piano e non si dispongono davanti o dietro il tavolo, bensì tutti sullo stesso lato. Si dividono in gruppi di tre e, tramite questi schemi di unione e distacco, si trovano coinvolti in una specie di comunicazione, espressa pure dalle reazioni psicologicamente studiate dei loro volti. Dietro ai personaggi si apre un ambiente ampio e analizzato secondo le più rigorose regole di simmetria e prospettiva. Siccome la scena fu raffigurata sulla parete del Cenacolo di un convento, Leonardo da Vinci  fu molto attento a creare uno spazio fittizio che entrasse in sintonia con quello reale, così da creare un’illusionistica e intima connessione tra il mondo della pittura e quello del monastero. A definire il forte impatto scenografico concorrono altri elementi compositivi: la scala dimensionale delle figure (più grandi del reale) e la forte intensità drammatica che dei volti degli Apostoli.
“In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”. E’ questo uno dei passaggi più intensi e struggenti del Nuovo Testamento, ed è esattamente questo il momento che Leonardo da Vinci scelse di raffigurare. Il realismo della rappresentazione rende tale istante ancora più sentito: le parole, infatti, provocano una varietà infinita di gesti, movimenti, smorfie, tutti dettati dalla diversa reazione emotiva degli Apostoli. Pietro, descritto dai Vangeli come uomo istintivo e focoso, è quasi arrabbiato dalle insinuazioni di Gesù, e si volta con sguardo rabbioso verso i compagni; Giovanni appare rassegnato; Taddeo è impaurito e triste, Simone sbigottito. Anche Giuda si gira verso Cristo, borbotta qualcosa, si unisce ai cori di disperazione: ma niente scuote Cristo dalla sua muta, e irrimediabile, desolazione.