Letteratura - Approfondimenti

Cesare Pavese

Approfondimento/Riassunto su: Cesare Pavese

La vita


Cesare Pavese nasce nel 1908 a Santo Stefano Belbo, località di villeggiatura frequentata ogni estate dalla sua famiglia, ma si trasferisce ben presto nella vicina Torino. Rimane orfano di padre alla tenera età di 8 anni e la sua educazione è condotta dalla madre, una donna forte e severa che non riesce ad aiutare il figlio, timido e insicuro, a sconfiggere le paure che nutriva nei confronti della vita. Tale debolezza psicologica e di carattere andò a costruire una personalità ambivalente e angosciata, con una cronica incapacità di ambientarsi e di imparare il “mestiere di vivere” ( com’egli stesso lo definì).
Pavese frequenta le scuole medie in un istituto della borghesia benestante ma non riesce a inserirsi con agio nel gruppo dei compagni, e finisce con lo spendere i suoi anni di formazione scolastica in uno sterile rimpianto della vita contadina: in realtà questo vagheggiamento della vita rurale e semplice si mostra forte nei periodi in cui soggiorna in città, mentre si ribalta in nostalgia dello stile cittadino quando si trova a passare del tempo in campagna.
Presso il liceo D’Azeglio Pavese ha come insegnante di latino e italiano il famoso narratore e studioso Augusto Monti, intorno al quale si era creato un folto gruppo di giovani intellettuali uniti da una comunanza di interessi culturali e letterari e da un odio verso il regime fascista. Grazie all’influenza del gruppo, Cesare Pavese sente nascere dentro di sé l’amore per la scrittura e la poesia e si iscrive presso la facoltà di Lettere, dove si laurea nel 1932. Interessato alla letteratura degli Stati Uniti, alimenta, insieme ad altri scrittori come Vittorini, un vero e proprio mito dell’America, intesa come terra sconfinata e libera ricca di personalità geniali e forti. L’artista si dedica alla traduzione dall’inglese all’italiano di diverse opere che permettono di diffondere in Italia il culto per i modelli di vita e di composizione d’oltreoceano. Nel 1934 Pavese è nominato direttore responsabile della rivista “ Cultura”, a cui da anni collaborava come saggista, e che era nata come strumento di espressione del gusto di quel gruppo di intellettuali di cui faceva parte sin dai tempi del liceo: inizia una proficua attività editoriale ma, pur non occupandosi di politica, non riesce a evitare continui scontri con l’attività sospettosa e pesante del regime fascista, sempre pronto a bloccare le iniziative del gruppo torinese. Durante una perquisizione avvenuta nel 1935 viene trovato in possesso di lettere compromettenti, che lo costringono a tre anni di confino in un paesino sulla costa ionica ( esperienza raccontata nelle pagine de “ Il carcere” ). Rientrato a Torino nel 1936 grazie a uno sconto sulla pena, viene sommerso da una profonda delusione allo scoprire che la donna a cui era in precedenza fidanzato si era sposata. Si dedica comunque con impegno all’attività di traduzione, agli impegni editoriali, alla composizione di poesie e per la prima volta di prosa: si segnala come scrittore dotato di uno stile innovativo, che pur non riscuotendo grossi successi di pubblico viene accolto favorevolmente dalla critica.
Nel Dopoguerra Pavese intensifica gli impegni editoriali all’interno di Einaudi: si iscrive al Partito Comunista e scrive saggi e articoli per il giornale organo del Partito, l’ “Unità”.
Nonostante i successi riscontrati con le successive opere di prosa e poesia, a causa forse dell’ennesima delusione sentimentale, lo scrittore muore suicida in una stanza d’albergo torinese il 27 agosto del 1950.

I temi e le opere


Centrale nella letteratura pavesiana è la dimensione del mito: nato dalla lettura di autori classici e moderni, viene approfondito all’interno di saggi e ricerche specifiche. Il mito può essere vissuto in maniera sincera, spontanea e incondizionata solo durante l’infanzia, che è considerata il periodo più puro e vero dell’esistenza, e che si ritiene perduta nel momento in cui ci si rende conto della sua funzione e delle sue potenzialità. La collina e i campi sono per Pavese il luogo mitico per eccellenza, in cui le vicende perdono i tratti caratterizzanti e si trasformano in simbolo.
Il mito è qualcosa di comune, universale e preesistente alla esperienza del singolo individuo: esso è  per sua natura complesso, oscuro, ambiguo, e può essere interpretato e comunicato solo attraverso la poesia. Il compito della poesia è quindi quello di fare chiarezza.
Le singole opere della produzione pavesiana possono essere intese come una ricerca del mito, e come un tentativo di formulare lo stile e il ritmo adatti a raccontarlo: “La spiaggia” si sofferma sul tema della crisi di una coppia e della solitudine di chi, pur vivendo a stretto contatto con un’altra persona, in realtà quasi non si accorge della sua presenza; “Paesi tuoi” introduce la dimensione del mito e trasforma le Langhe ( luogo della giovinezza di Pavese) in ambientazione selvaggia e primigenia; la raccolta di racconti “Prima che il gallo canti” si sofferma sull’idea di emarginazione e esclusione provata da sempre dallo scrittore; “La bella estate” raccoglie diversi racconti che ritraggono la crisi di una borghesia senza più certezze e ideali. I racconti di “Fiera d’agosto” cercano di far riaffiorare l’idea del mito mediante immagini e simboli naturali, usando lo stile evocativo della poesia lirica. I “Dialoghi con Leucò” descrivono il viaggio di Pavese fino alle origini del mito classico, al fine di trovarvi all’interno elementi che possano spiegare la cronica sensazione di infelicità dell’uomo. All’opposto di questa linea si inserisce il romanzo “Il compagno”, in cui alle ispirazioni e suggestioni mitiche della poesia pavesiana si aggiunge una sorta di coscienza politica; l’ultimo e forse più celebre romanzo, “La luna e i falò”, riassume i temi di fondo dell’opera dell’artista, concludendone la parabola all’insegna del fallimento e della sconfitta.

Le poesie di Cesare Pavese: un approfondimento


La più recente e completa edizione delle poesie di Pavese viene pubblicata nel 1998 dalla casa editrice Einaudi col titolo di “Poesie” e raccoglie tutte le liriche dello scrittore: non solo quelle di “Lavorare stanca” ( Firenze 1936 – 1943), di “La terra e la morte” e di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, ma anche poesie censurate e aggiunte, l’Appendice, poesie realizzate tra il 1923 e il 1930 e infine le due “Poesie a T”.
La raccolta rivela il tentativo da parte dell’autore di riallacciarsi ad un ambito regionale, accentuandolo in direzione popolaresca e scontrandosi con il parlato borghese: lo stesso Cesare Pavese afferma di credere “ ad un possibile allargamento dei valori piemontesi. La giustificazione? Questa: non è letteratura dialettale la mia- tanto lottai d’istinto e di ragione contro il dialettismo; [ma è una scrittura che] tenta di tenere gli occhi aperti su tutto il mondo .”
Questi valori piemontesi sono ben evidenziati nelle sue opere: soprattutto la poetica di “Lavorare stanca” è di una sconvolgente novità rispetto agli ultimi modelli della tradizione ottocentesca e si distingue per il campanilismo paesano che sempre animò il poeta e la presa di coscienza delle frequenti rivalità fra paese e paese. In ogni verso Pavese non fa che ritornare con la mente al paese dal quale è lontano a causa del confino, scontato per aver servito da tramite fra militanti antifascisti; ciò lo rende malinconico e produce l’onda di tristezza insita in tutte le sue opere.
La Valle del Belbo, presso Cuneo, in cui il poeta nacque nel 1908, costituisce lo scenario naturale di alcuni fra i suoi principali scritti. A Santo Stefano Belbo c’è ancora la sua casa natale, un po’ fuori porta, e il paesaggio dell’infanzia, il mondo fantastico di vigne, rive e boschi perduti con la vendita della proprietà ma sognato in città, fu sempre fonte ricchissima di materiali per i componimenti.
Ampio spazio è dedicato dal poeta ad una sorta di guerra fra la città e la campagna: Torino è vista come una città in cui è ancora possibile pensare ad un concetto di vita libera e di paese perché, appena fuori, la campagna esplode rigogliosa, contrastando decisamente l’immagine del centro industriale. Pavese confronta le bellezze delle sue Langhe con la caoticità della metropoli, con il suo dilagante cemento e con la sterilità dei rapporti umani lì coltivati.
Nelle opere del poeta le Langhe diventano un paesaggio mitico, tra i più affascinanti della letteratura contemporanea: Cesare, come ha detto Barberi Squarotti, “fa scendere dall’Olimpo e salire dagli Inferi gli dei per farli muovere nelle Langhe, in mezzo a vigne e contadini”.
I campi di granturco non sono descritti come intervento dell’uomo sulla natura, atto a ricavarne cibo e denaro; si presentano invece alla pari di luoghi del mito e del simbolo, estranei a qualsiasi indicazione di spazio o tempo. Le colline divengono, con le loro linee sinuose, seni di donna, mentre le crepe della terra, funestate dalla siccità, si riempiono di ferite sanguinanti: il mondo in cui vive lo scrittore è una sorta di dimensione irreale popolata da presenze ancestrali. Questo mondo è caratterizzato da due tipi di stanchezza: una fisica, facilmente riscontrabile nelle fatiche della povera gente, ed una di tipo mentale, che si esprime nell’ arrugginirsi dei sentimenti verso la natura e nella rassegnazione alla propria condizione attuale.
Nelle poesie di Pavese si ritrae in costante e stretto colloquio con la morte, cioè con un evento eterno, misterioso e temuto, una “ morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne sorda come un vecchio rimorso.”
Essa è talvolta immaginata come una donna fatale, vestita di nero, che verrà per portarlo via e che “avrà i tuoi occhi”. La raccolta “ Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” già a partire dal titolo sembra il ghigno beffardo di un uomo che ha fatto credere di interessarsi alla vita quotidiana solo per ingannare il tempo prima dell’ineluttabile appuntamento. Questo avviene come uno di quei giorni d’autunno tanto cantati dal poeta, durante il quale contadini affannati a raccogliere l’uva sotto il sole vengono interrotti da una violenta grandinata che, in un solo scroscio, distrugge il lavoro di mesi.
La morte per Pavese non è solo la fine della vita, ma rappresenta il recupero dei valori della terra. L’interesse del poeta per la terra porta all’interesse per certi riti di fertilità, tipici della cultura celtica e orientale, che fanno coincidere la femmina con la fertilità del suolo.
Le donne sono personaggi ricorrenti e importanti nelle liriche pavesiane: celebri sono i ritratti di figure femminili come prostitute, ubriache o vecchie. Tali ritratti sono solo in apparenza naturalistici: sono invece volti a scomporre la psiche del personaggio, a indagarne l’interiorità, a metterne in evidenza ansie e contraddizioni. Pavese si sofferma molto più sugli stati d’animo e sulle impressioni che su trame e figure: interpreta il senso della morte, del dolore, della solitudine, concepita come “ gioia feroce” e liberazione.
Eppure questa solitudine tanto ricercata lo portò, nel 1950, a togliersi la vita in una camera d’albergo a Torino, in piena estate, la stagione che è uno dei suoi temi ricorrenti.
Il suicidio di Cesare creò all’epoca grandissimo scalpore; chi aveva creduto al suo impegno politico-ideologico e al lavoro e amicizia con la casa editrice Einaudi, rimase profondamente deluso e interpretò il suicidio come diserzione.
Di contro, l’impressione suscitata dalla morte del poeta contribuì a farne per i più giovani, nel giro di qualche generazione, un autore di culto: si andò affermando l’immagine romantico-decadente dello scrittore disprezzato e solo: milioni di adolescenti, in tutto il mondo, avrebbero rispecchiato in lui gli smarrimenti e le ombre della loro età. Forse fu il solitarismo, l’interesse per l’antropologia, il rapporto con la propria terra come dimensione di vita, le angoscie o l’individualismo, fatto sta che Pavese è l’autore più venduto e amato dai giovani.
La negatività dello scrittore incuriosisce e viene letta come stimolo a rinnovarsi: e questo è indispensabile per la maturità di qualsiasi adolescente.