Letteratura - Approfondimenti

Eugenio Montale

Approfondimento/Riassunto su: Eugenio Montale

La vita


Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896 e frequenta le scuole tecniche, diplomandosi nel 1915 in ragioneria: nel frattempo prende lezioni di canto che interrompe presto, abbandonando una carriera musicale per la quale era molto dotato. Dopo aver rivestito il ruolo di sottotenente durante la I guerra mondiale, stringe amicizia con alcuni poeti liguri ed esordisce anch’egli come poeta nel 1922, all’interno della rivista “Primo tempo”: mostra di voler allontanarsi dalle proposte di Ungaretti e delle Avanguardie e sottolinea la necessità di una scrittura che recuperi la semplicità, la chiarezza e il diretto legame con le cose. Nel 1925 esce la sua prima raccolta di versi, la famosa “ Ossi di seppia”; subito dopo Montale firma il manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce ed esprime pubblicamente un netto dissenso nei confronti della dittatura.
Nel 1927 si trasferisce a Firenze e pubblica la seconda raccolta poetica, “Le occasioni”: avvia intanto un’intensa attività di traduttore, anche per motivi economici. Trasferitosi nel 1948 a Milano, inizia l’attività di collaboratore presso il “ Corriere della Sera” e il “Corriere d’informazione”.
Riceve nel 1975 il premio Nobel per la letteratura .

Le opere e i temi


Le poesie di “Ossi di Seppia” fanno emergere una coscienza poetica nuova e profonda: pur non opponendosi alla tradizione, la recuperano e la esprimono in forme originali.
Per Montale la parola non può aspirare a raggiungere direttamente l’assoluto, ma deve confrontarsi con il reale, deve cioè intrappolarsi in una barriera che è però l’unico mezzo a sua disposizione per concretizzarsi ed emergere.
L’uso dell’analogia è rinnovato: Montale non allude, ma indica con precisione oggetti specifici e concreti e stabilisce fra essi una rete di relazioni ricca e complessa. La poetica montaliana potrebbe essere allora definita una “poetica delle cose” ( e non “una poetica delle parole”) perché si scosta dalla tendenza ufficiale di usare termini convenzionali per indicare realtà generiche, e preferisce usare parole fresche, chiare, capaci di evocare sensazioni concrete.
Montale non parla di grandi temi e di concetti complessi, ma si sofferma sulle piccole cose, sugli elementi di una realtà povera e comune che circonda l’uomo nella sua quotidianità: tali aspetti non vengono ammirati in maniera infantile e pura ( come fa il “fanciullino” di Pascoli) ma con occhi adulti e competenti. Gli oggetti e le immagini della natura divengono emblemi del destino dell’uomo, un destino che egli non accetta ma contro cui non può nemmeno ribellarsi. Per questo l’uomo contemporaneo sente dentro di sé un senso di estraneità, alienazione e aridità, bloccandosi infine in una vera e propria paralisi. La tipica disposizione psicologica dell’uomo contemporaneo è, secondo Montale, il “male di vivere”, che deriva proprio dalla condanna a tale immobilismo.
Quanto allo stile, il poeta usa frequentemente il verso libero, ma concede spazio anche ai metri tradizionali, soprattutto all’endecasillabo sciolto; le strofe non obbediscono a nessuna norma convenzionale ma si dispongono spesso in strutture regolari; la rima è scarsamente utilizzata.