Letteratura - Approfondimenti

Ugo Foscolo

Approfondimento/Riassunto su: Ugo Foscolo

La vita


Ugo Foscolo nacque nel 1778 a Zante ( da lui definita Zacinto in una celebre poesia), un’isola Ionia al tempo possedimento della Repubblica veneta: il suo nome di battesimo era Niccolò, ma qualche anno più tardi fu convertito in Ugo dall’artista stesso.
Sua madre, Diamantina Spathis, era greca, e questo gettò una profonda influenza nella formazione di Foscolo, che si sentì per tali origini fortemente legato alla civiltà classica e ai suoi valori.
Trasferitosi con la famiglia a Spalato in Dalmazia, frequentò i primi studi presso il locale seminario e alla morte del padre, avvenuta nel 1788, si trovò sopraffatto da gravi problemi economici: all’età di 15 anni raggiunse la madre che si era trasferita a Venezia e qui si dedicò con ardore agli studi, per migliorare la sua scarsa conoscenza della lingua italiana e costruirsi un bagaglio culturale ricco e variegato, iniziando pure a scrivere i primi testi e poesie. Sostenitore strenuo della Rivoluzione francese e degli ideali di uguaglianza, libertà e fraternità, si scontrò a più riprese con il governo oligarchico e conservatore della Repubblica di Venezia, tanto da dover abbandonare la città nel 1796 per sfuggire ai sospetti della dirigenza. Con l’arrivo delle armate napoleoniche nel Nord Italia, Foscolo fuggì a Bologna, si arruolò nelle truppe della Repubblica Cispadana e pubblicò un ode “A Buonaparte liberatore” in cui esaltava il generale francese e i suoi progetti rivoluzionari. Formatosi a Venezia un governo democratico, vi fece ritorno per impegnarsi attivamente nella vita politica: ma quando Napoleone cedette la Repubblica Veneta all’Austria attraverso il trattato di Campoformio, il poeta scappò di nuovo da Venezia e si rifugiò a Milano. Il “tradimento” perpetrato da Napoleone rappresentò per Foscolo la rottura di ogni speranza politica: anche se continuò per tutta la vita ad operare all’interno del regime napoleonico e a considerarlo un punto obbligato di passaggio per l’edificazione dell’Italia moderna, non cessò mai di esibire un atteggiamento disilluso e critico verso gli ideali napoleonici.
Milano fu per Foscolo un ambiente intellettuale vivace e stimolante: fu infatti in questa città che  conobbe il suo modello di figura intellettuale, Parini, e che strinse profonde relazioni con Monti, Cuoco, Lomonaco e l’economista Gioia: con loro fondò il giornale “Il monitore italiano” , al fine di divulgare e approfondire il proprio impegno patriottico. Ma l’artista non si occupò solo di poesia e scrittura: nel ’98 a Bologna fu aiutante cancelliere al Tribunale militare; con l’avanzata degli austriaci l’anno successivo tornò ad arruolarsi e partecipò a vari scontri, restando anche assediato a Genova con il generale Massena; nel 1808 infine ottenne la cattedra di eloquenza all’Università di Pavia, ma presto il governo la soppresse. Intanto le posizioni critiche nei confronti di Napoleone e il carattere difficile che spesso manifestava gli attirarono le inimicizie di molti nell’ambiente letterario milanese, tra cui quella di Monti stesso. Dopo aver fatto rappresentare la tragedia “Aiace” (1811) in cui furono ravvisate allusioni a Napoleone, il poeta perse gli incarichi di cui godeva e si trasferì a Firenze per due anni.
Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia Ugo Foscolo tornò a Milano e riassunse il proprio ruolo di capitano d’esercito; tornati gli Austriaci nella città, gli venne offerto l’incarico di dirigere la rivista culturale “ La biblioteca italiana”, con cui il nuovo regime si proponeva di carpire il consenso degli intellettuali. Foscolo, dopo alcuni tentennamenti, rifiutò per coerenza con le proprie idee e se ne andò in esilio prima in Svizzera e poi a Londra, dove fu accolto come modello poetico e politico. Amante dei lussi e di una vita dispendiosa che non poteva più permettersi, l’artista visse periodi di nera miseria a cui cercò di porre un freno tramite collaborazioni con riviste, scritture di saggi e poesie: ma, inseguito dai creditori, fu costretto a rifugiarsi nei sobborghi di Londra, dove morì nel 1827 a 49 anni.
Dal 1871 i suoi resti sono sepolti nella chiesa fiorentina di Santa Croce, vicino alle tombe di altri uomini illustri del nostro Paese. 

Le opere e i temi


La produzione foscoliana raggiunse livelli di altissima qualità tanto nella prosa quanto nella poesia ed è caratterizzata da spunti neoclassici e preromantici allo stesso tempo.
La prima opera rilevante di Foscolo è il romanzo “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, pubblicato a Bologna nel 1798 e ripubblicato con profondi mutamenti nel 1802. Si tratta di un romanzo epistolare, una forma di narrativa che aveva goduto di notevole successo nel corso del ‘700: più che un racconto è però un lungo monologo in cui l’eroe si confessa con veemente pathos, e si abbandona a riflessioni filosofiche e politiche. L’opera si riconduce in maniera esplicita a “ I dolori del giovane Werther” di Goethe del 1774: vicino al capolavoro tedesco è tanto l’intreccio tematico   (un giovane che si suicida per amore di una donna già destinata ad un altro), quanto il nucleo tematico profondo, ovvero la rappresentazione della crisi e del disorientamento dei nuovi intellettuali in conflitto con un contesto sociale che non li accoglie più. Una vicenda privata e psicologica, di stampo amoroso, è ribaltata e usata per esprimere il concetto pubblico del conflitto tra intellettuale e società. Ortis, diversamente da Werther, manca di un senso patriottico e di un tessuto sociale in cui inserirsi: Foscolo, infatti, realizzò l’opera anni dopo la Rivoluzione francese, e svela di aver perso le illusioni libertarie e democratiche di Goethe e di covare delusione cocente per le speranze tradite. Lo stile è aulico e tende al sublime, la sintassi è complessa, sul modello classico, con antitesi studiate e continue ellissi: spesso l’enfasi retorica prende il sopravvento.
Soffermandoci invece sulla produzione poetica, si può osservare come Foscolo abbia iniziato sin da ragazzo a comporre odi, sonetti, canzoni: le due odi “ A Luigia Pallavicini caduta da cavallo” e “All’amica risanata” risalgono al periodo delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, ma rappresentano tendenze opposte. Sono infatti il prodotto più squisitamente neoclassico dell’opera foscoliana: vagheggiano la bellezza femminile, sovrappongono le protagoniste alle divinità greche, sono ricche di rimandi mitologici e di riferimenti eruditi, presentano un lessico aulico e sublime ed una struttura sintattica ordinata. In particolare “All’amica risanata” inaugura un discorso profondamente filosofico e neoclassico, volto a celebrare la bellezza ideale come strumento per rasserenare l’animo umano, e la poesia come mezzo per rendere eterna e infinita la bellezza.
I “Sepolcri” sono un poemetto di 295 endecasillabi sciolti, sotto forma di epistola poetica indirizzata all’amico Ippolito Pindemonte. L’occasione fu una discussione avvenuta con quest’ultimo a Venezia nel 1806, allorché l’editto napoleonico di Saint-Cloud (1804) aveva vietato le sepolture all’interno della città e le aveva confinate all’esterno per motivi di igiene. Pindemonte aveva sostenuto un punto di vista cristiano, sottolineando il valore della sepoltura individuale, mentre Foscolo aveva indugiato in una denuncia materialista dell’inutilità delle tombe, dal momento che la morte produce l’inesorabile dissoluzione del corpo e il sepolcro non può nulla contro tale processo. Nel carme Foscolo riprende questa discussione, ribadisce le tesi materialistiche sulla morte ma le supera a favore di altre considerazioni che rivalutano il significato delle tombe. I “ Sepolcri” vedono, centrale, il tema della morte: essa però non è affrontata in senso nichilista come un nulla eterno e irrisolvibile, ma le si contrappone il tema della illusione di una sopravvivenza dopo la morte. Tale sopravvivenza è garantita proprio dalla tomba, che non può certo preservare il corpo del defunto, ma perlomeno ne conserva il ricordo tra i vivi. Il poemetto ha una struttura rigorosa ed armonica, ma i passaggi da un concetto all’altro avvengono in forma ellittica lasciando nell’implicito molti passaggi intermedi. Il linguaggio è elevato e aulico e il lessico rimanda alla poesia classica: ma l‘endecasillabo viene piegato ai toni più svariati e la sintassi rivela una libertà e autonomia dell’autore senza precedenti.
Al progetto delle “Grazie” Foscolo lavorò per diversi anni, senza mai portarlo a compimento. L’opera muove dall’intenzione dell’artista di celebrare “tutte le idee metafisiche sul bello”, come egli stesso ebbe a dire: si articola in tre inni, dedicati a Venere, Vesta e Pallade, e loda le Grazie, dee intermedie tra il cielo e la terra, che suscitano negli uomini i più puri sentimenti attraverso il senso della bellezza, così da spingerli a superare ferocità e volgarità e da riportarli alla civiltà. Il tema è dichiaratamente neoclassico: solo la bellezza, la poesia e le arti hanno la capacità di purificare e ingentilire le passioni umane e di diffondere ordine ed equilibrio.

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