Promessi Sposi: analisi dei capitoli - Approfondimenti

Capitolo 14

Approfondimento/Riassunto su: Capitolo 14

Luoghi:  Milano, via Santa Maria Segreta, l’osteria della luna piena al Cordusio.

Il tempo: sera di sabato 11 Novembre 1628

Il capitolo XIV ha una struttura bipartita, determinata dai due diversi luoghi in cui si svolge la vicenda:
- Quello esterno dei tumulti
- L’osteria

Tuttavia l’osteria è un luogo di mezzo, tra esterno e interno, per cui Renzo continua anche lì lo stesso discorso che ha cominciato all’esterno. Il coinvolgimento attivo di Renzo ai tumulti è il filo conduttore delle due parti e, mentre nel capitolo III egli vi era stato protagonista a livello fisico, ora ne diventa quasi l’ideologo che arringa le masse.

Fine della giornata dei tumulti: il capitolo si apre, senza soluzione di continuità con il precedente, con un passo derivato dal De Peste di Ripamonti, anche se il narratore manzoniano amplifica la scena con le tecniche consuete nel descrivere la folla: l’accumulo di correlativi per rendere la varietà dei gruppi nell’unità della folla e l’uso di metafore che riprendono immagini consuete (il branco sottolinea il degrado della folla, la nuvolaglia conclude la burrasca iniziata nel cap. XII con le gocciole sparse sullo stesso pendio). La babilonia di discorsi introduce, invece, un nuovo tema che dominerà questo capitolo ed è un preciso appello al lettore: la confusione del linguaggio e soprattutto l’uso distorto della lingua. Renzo,infatti, parla la lingua ingenua e sincera del montanaro e crede di farsi portavoce della povera gente come lui, anche se ne sente la superiorità di cittadini e li apostrofa come signori; tra la folla, accanto a coloro che intendono il suo discorso, c’è però chi disprezza e guarda con sufficienza il montanaro che si crede avvocato e chi teme la concorrenza della gente di campagna come lui nel contendersi il privilegio di accaparrarsi il pane a buon mercato.

Renzo arringa la folla: il passo inizia con una citazione del poeta latino Ovidio “Iam color unus inest rebus”, ormai c’è un solo colore nelle cose; il tono lirico e pacato, dopo tanta concitazione, ispira al protagonista, così come al lettore, un bisogno di pace. È tipico del narratore manzoniano variare continuamente ritmo e atmosfera per evitare monotonia ed eccessi. Renzo cammina con la testa per aria cercando l’insegna di un’osteria, ma per aria pare alludere anche alla confusione mentale che lo spinge a rompere quest’atmosfera lirica per arringare la folla residua. La sua lingua  è popolare, basata essenzialmente sulla paratassi, infarcita di espressioni dialettali ed errori sintattici; usa anch’egli la parola galantuomo, ma sempre nel senso letterale, una parola che ricorre nel romanzo ben 81 volte, di cui 12 nel capitolo XIV e 14 nel capitolo XV.

All’osteria: il brano è prevalentemente mimetico e perciò il lettore è chiamato ad interpretare autonomamente i personaggi in base alle loro parole, spesso equivoche; dopo i vari indizi forniti al lettore per scoprire il gioco del personaggio, entra in scena il più complesso dei tre osti del romanzo, caratterizzato soprattutto attraverso soliloqui silenziosi rivolti ai personaggi presenti, a cui non può rivelare i propri pensieri, che non lascia neanche trasparire dalla faccia. La faccia pienotta e lucente sembra rispecchiare l’insegna della luna piena e la barbetta folta, rossiccia la furbizia tradizionalmente connessa con i capelli rossi.

Penna, carta e calamaio: la scena vede un Renzo sempre più ubriaco e ciarliero, che finisce con il rivelare molto di sé proprio mentre si rifiuta di dare le proprie generalità, facendo emergere i suoi pensieri fissi, il rimpianto di Lucia, la rabbia contro don Rodrigo, i dottori e le gride. Di contro si svolge un dialogo fatto di sguardi tra l’oste e la guida, mentre gli altri diventano pubblico plaudente dello sproloquio di Renzo. La scena poi si divide in due quadri: da un lato l’oste, con un altro soliloquio, rivolge a Renzo insulti, ma quasi con pietà, mentre ribadisce di non voler andarne in mezzo, dall’altro Renzo, di nuovo protagonista, denuncia a modo suo l’uso distorto che tutti quelli che regolano il mondo fanno di carta, penna e calamaio. Il gioco linguistico si complica per l’intervento del narratore che, da un alto, spiega l’origine popolare della battuta di Renzo: è un poeta costui, per dire che è un cervello bizzarro; dall’altro usa la parola galantuomini per indicare i classicisti, che consideravano il poeta un individuo eccezionale.
Il tranello: la scena, descritta con focalizzazione interna di Renzo, permette al narratore di dare indizi sulla sconosciuta guida senza spiegarne lo strano comportamento e costruendo via via la suspense, sottolineando, ad esempio, che il suo progetto era tutto fondato su carta, penna e calamaio e se Renzo non fosse stato ubriaco se ne sarebbe accorto. Il giovane, invece, non si insospettisce neanche all’uscita precipitosa, con una stratta, dell’amico: il termine amico è usato in chiave ironica, perché l’unico amico che trova un’attenuante al comportamento di Renzo è il narratore. Come sempre quando si tratta di impartire lezioni di morale spicciola, il narratore di primo grado passa la parola a quello di secondo grado ed entrambi concordano che Renzo, poiché è un bravo ragazzo, ricorderà per un pezzo il suo errore, che gli servirà di scola. Nell’ultimo discorso diretto di Renzo ricompaiono le tematiche della giornata mescolate in un delirio di ubriaco da commedia, in cui Renzo libera la sua creatività di poeta popolare, con l’invenzione di un insulto decisamente originale (oste che tu sei!...), per poi attaccare la solidarietà di classe in una società in cui i signori non si mescolano ai poveri figliuoli.