Promessi Sposi: analisi dei capitoli - Approfondimenti

Capitolo 31

Approfondimento/Riassunto su: Capitolo 31

I Promessi Sposi - Analisi del Capitolo 31

Analisi del Capitolo 31 dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

Luoghi: il ducato e la città di Milano

Tempo: dall’ottobre 1629 al 21 maggio 1630

Il capitolo 31 ha una struttura insieme circolare e lineare, infatti si apre e si chiude con riflessioni sul metodo scientifico di indagine della realtà, mentre per dimostrarne la fondatezza, si procede narrando in modo cronologico, la storia della mistificazione linguistica della parola peste:  la volontà di negare l’idea stessa del contagio  ha negato l’evidenza dei fatti e ha attribuito alle prove tangibili della presenza della peste nomi diversi, che di fatto hanno impedito di prendere coscienza del contagio e di difendersene.
Insieme a quello successivo, questo capitolo è tutto dedicato ad un avvenimento storico di rilevanza fondamentale nei Promessi Sposi, analizzato con un metodo razionalistico e scientifico che è stato alla base dell’Illuminismo e che Manzoni riassume alla fine del capitolo: osservare, ascoltare, paragonare, pensare prima di parlare.

La polemica nasce dall’esigenza di cercare nella storia il “vero morale” ed è rivolta soprattutto a:

  • L’ignoranza della gente
  • Il malgoverno
  • Molti medici, che prima non indagano a dovere sui contagi, poi emanano provvedimenti tardivi.

A questi atteggiamenti vengono contrapposti:

  • La perspicacia del cardinale Borromeo, che spinge a misure preventive;
  • Lo spirito di sacrificio dei cappuccini, che organizzano la cura dei malati nel lazzaretto.

PREMESSA SUL METODO STORIOGRAFICO

Posto ad apertura del capitolo, il termine peste ne diventa parola chiave. Per secoli la malattia è stata il flagello dell’Europa e la sola parola peste richiamava alla mente immagini d’orrore e di morte. Continuando  il discorso narrativo del capitolo precedente, questa parola spiega quel nuovo terrore e, dopo la parentesi dedicata alle vicende di alcuni personaggi, si torna alla narrazione degli eventi storici che sono la continuazione cronologica di quelli narrati nel capitolo XXVIII. Si tratta quindi ancora di una digressione storica che comprenderà anche il capitolo successivo. Manzoni questa volta definisce, però, anche il metodo che intende utilizzare e che è in un certo senso innovatore.
Nella prima parte, precisa che, sebbene la peste abbia invaso buona parte dell’Italia, limiterà la trattazione alla città di Milano, perché è della città che la storiografia tradizionale tratta quasi esclusivamente, per buone e cattive ragioni: buone, cioè comprensibili, perché la centralità politica e culturale della città fa sì che essa faccia storia più della campagna; cattive, cioè ingiustificabili, perché la storia non si era ancora occupata degli umili, mentre Manzoni ha programmaticamente dichiarato che proprio di essi farà i protagonisti del romanzo. La digressione non si limita ad usare la storia come sfondo su cui agiranno i personaggi, ma avrà l’intento di divulgare notizie storiche, un tratto di storia patria più famoso che conosciuto: il contrasto tra i due aggettivi sottolinea che spesso i fatti storici sono risaputi per sentito dire, ma non davvero conosciuti in modo sistematico. Nella seconda parte Manzoni dichiara che sarà il primo a tentare di esporre una serie concatenata di avvenimenti per ricostruire una storia corretta e chiara della peste del 1630, usando il metodo comparativo.
L’idea della storia della peste è infatti confusa perché basata più sui giudizi che sui fatti, senza distinzioni di tempo e di progressione. Così inizia l’esposizione dettagliata  del metodo seguito, che colma la lacuna della storiografia italiana. Questo metodo mette in luce la matrice culturale da cui nasce: innanzitutto l’insegnamento di Muratori e la lettura del suo Del governo della peste, da cui deriva l’abitudine ad un’analisi rigorosa dei documenti, ma la formazione manzoniana è anche illuminista, quindi scientifica e razionale, per cui egli confronta i documenti per ricostruire la verità e dimostrare anche gli errori di un’epoca che non fondava le proprie scelte sulla ragione. Siccome, però, Manzoni è anche cattolico, il suo metodo non può essere fine a sé stesso, ma deve servire a narrare la storia di un popolo e delle sue sofferenze, e anche a rivelare che la storia nasce dalla mente di Dio ed è per questo imperscrutabile.
L’incipit del capitolo svolge anche una funzione narrativa, perché rinforza il patto narrativo con il lettore potenziando la credibilità della storia.

LA DIFFUSIONE DELLA PESTE E IL RICOVERO NEL LAZZARETTO

  come già è capitato, anche ad alcuni personaggi secondari Manzoni riserva un’attenzione particolare, la figura di padre Felice diventa controfigura di padre Cristoforo e simbolo dell’intero ordine dei cappuccini, che Manzoni tanto ammirava. Come sempre quando deve elogiare, lo stile del narratore si fa più alto e in poche righe, l’attività sollecita del padre viene rappresentata, quasi mimeticamente, dal ritmo stesso della lingua, reso binario e perciò molto cadenzato dalle ripetizioni (sempre...sempre; girava...girava; per....per), dalle coppie di termini (sempre affaticato e sempre sollecito), eppure variato, infatti poi si trasforma in ternario.
L’enumerazione delle azioni, prima espresse in frasi poi dai soli verbi, con l’uso di sei imperfetti che danno l’idea di azioni continuamente ripetute, dà all’attività del cappuccino una cadenza epica, che accelera nel finale  con l’elenco dei soli verbi e poi si placa nell’immagine pietosa (asciugava e spargeva). Quindi segue la sintesi della vita del frate, con frasi brevissime, quasi che poco importino allo stesso personaggio le proprie sofferenze.
La parsimonia delle parole corrisponde alla semplicità dello spirito francescano e sottolinea per contrasto la magnificenza dello spirito di sacrificio, della vita donata con un sorriso. Al tono poetico subentra poi la riflessione morale, con una lingua freddamente logica, mentre da ultimo il narratore si affida alla forza viva del documento storico.

LA PROVA DELLA REALTA’ DELLA PESTE

il macabro funerale è proprio una vera messinscena costruita dal tribunale della Sanità con precise scelte di tempo e luogo. Gli attori dello spettacolo sono i cadaveri...sur un carro, ignudi e con il marchio manifesto della pestilenza.
Il carro, passando tra la gente in festa, crea un effetto sorpresa, con l’irrompere improvviso della morte nella vita. Lo spettacolo ha il successo che il tribunale si aspettava: la messinscena risponde al gusto barocco dell’epoca e ottiene l’effetto desiderato di far riflettere attraverso lo stupore, di ricordare che la morte esiste e far prendere coscienza che la peste c’è.

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni: appunti e risorse per lo studio

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