Araba ed Ebraica

  • Materia: Araba ed Ebraica
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Introduzione alla filosofia araba e cristiana.

Introduzione alla filosofia araba e a quella cristiana.

Il rientro di Aristotele nel mondo di lingua latina – dopo secoli di assenza - avviene soprattutto attraverso la mediazione della cultura araba. Anche la religione araba, come quella ebraica e quella cristiana, ò una religione del libro e il suo libro sacro ò il Corano, nel quale sono raccolte le visioni e le rivelazioni divine che Maometto (nato alla Mecca, in Arabia, nel 571 e morto nel 632) avrebbe ricevuto, tramite l'arcangelo Gabriele, a partire dal 612. Il termine "corano" significa testo da recitare: infatti, il libro, trasmesso dapprima oralmente e poi riordinato dai successori di Maometto, ò composto di 114 capitoli, detti "sure", ognuno formato da versetti in prosa ritmica. Maometto predica l'unità  e l'onnipotenza di Dio, il cui nome ò Allah, e l'Islam, ossia la sottomissione dei credenti e, in generale, di tutti gli esseri alla volontà  di Dio, in cui il credente trova la vera pace. Musulmani sono coloro che sono sottomessi alla volontà  divina, ma tutti, nel giudizio finale, credenti e infedeli, riceveranno da Dio premi e castighi. Maometto ò l'ultimo profeta, dopo Mosò e Gesù: egli ripristina il monoteismo nella purezza e semplicità  originaria, mentre i cristiani, introducendo i misteri della Trinità  divina e dell'Incarnazione, hanno in qualche modo tradito la concezione monoteistica primigenia. La religione islamica permea con una serie di norme tutti gli aspetti della vita del mussulmano, anche nel suo svolgimento quotidiano: la preghiera cinque volte al giorno, il digiuno nel mese del Ramadà n, l'obbligo dell'elemosina, il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita, il divieto di bere alcolici e di mangiare carne di maiale, la liceità  della poligamia e il ripudio della propria moglie. La religione islamica ò in certo senso combattiva, mira alla conversione o alla sottomissione degli infedeli, in nome di Allah, e a chi muore nella "guerra santa" essa promette il paradiso: negli anni in cui i Cristiani intraprendevano la scellerata via delle Crociate, con le quali massacravano tutti i non-cristiani, gli Arabi, a seguito delle loro conquiste, si limitavano a convertire gli infedeli, senza massacrarli. In questo orizzonte di fede, non c'ò distinzione tra potere religioso e civile: i successori di Maometto, detti califfi, sono al tempo stesso capi religiosi, politici e militari e guidano i fedeli alla conquista della Siria, della Palestina e dell'Egitto, giungendo in Oriente sino all'India e in Occidente nell'Africa settentrionale e in Spagna. In tal modo, l'originario nucleo arabo nel mondo musulmano si allarga e accanto alla lingua araba, che ò quella del Corano e, dunque, la parola di Dio, diventano componenti importanti della cultura musulmana anche altre lingue, in particolare quella persiana. In questo mondo più ampio si vengono costituendo anche orientamenti religiosi diversi, talvolta in contrasto tra loro: i sunniti sono coloro che si attengono fedelmente alla sunnah, ossia all'insieme della tradizione riguardante la vita e l'insegnamento del profeta Maometto, mentre gli sciiti, pur riconoscendo la sunnah, ritengono che fonte del sapere teologico sia non soltanto l'accordo fra i dotti, ma anche il successore del profeta, detto "imam", dotato d'infallibilità , capace d'interpretare allegoricamente il significato nascosto della Scrittura e di guidare la comunità  dei musulmani. Le conquiste territoriali pongono i musulmani a contatto con la cultura del mondo greco, e ciò che di questa li interessa sono non tanto le espressioni artistiche e letterarie, quanto le scienze e la filosofia. Tutte le scienze rivelano l'unità  della natura, poichò essa rimanda all'unità  del principio divino di cui ò, appunto immagine. Ciò a cui mira l'uomo di scienza, che raggiunge il culmine della sua attività  nella contemplazione, ò cogliere questa unità , realizzando così integralmente la sottomissione e l'abbandono a Dio. Questo spiega, da una parte, il peso centrale rivestito dall'esperienza mistica nella cultura islamica: il "sufi" (termine che probabilmente allude al saio da lui indossato) ò colui che, per via di purificazione e ascesi abbandonandosi alla misericordia di Dio, allenta i legami col mondo, supera la propria individualità  sino a raggiungere l'unità  divina. Uno dei Sufi più famosi ò al-Hallag nato in Persia, fautore di un'ascesa mistica incentrata sull'amore, che verrà  perseguitato e poi decapitato nel 922. La tesi dell'unità  assoluta di Dio ò anche alla base dell'interesse nutrito dagli arabi per le scienze della natura e per la matematica, considerate come vie d'accesso all'unità  della natura nella totalità  dei suoi aspetti. Essi daranno, infatti, decisivi contributi all'astronomia e alla medicina, ma anche nell'ottica, grazie soprattutto a colui che i latini conosceranno come Alhazen, vissuto tra il X e l’XI secolo. Particolare impulso ricevette anche l'alchimia, intesa come tecnica in grado di trasformare le sostanze naturali, per esempio, i metalli in altre sostanze più nobili (come l'oro). Il presupposto di essa ò l'antica concezione di una simpatia che legherebbe tra loro tutte le cose, sicchò l'azione esercitata su una di esse produce i suoi effetti anche su altre; inoltre, attraverso le operazioni alchemiche, l' anima purificherebbe se stessa e ascenderebbe, quindi, verso l'unità  divina. Già  nell' VIII secolo, con Gabir ibn Hayyan, l'alchimia ha un notevole sviluppo, come sarà  poi, nel X sec., nel sud della Spagna ad opera di al-Magriti. Uno scritto, a lui erroneamente attribuito, dal titolo "Lo scopo del sapiente", sarà  tradotto in latino col titolo "Picatrix" e diventerà  un testo classico dell'alchimia e della magia in Occidente. Agli Arabi si deve anche l’ elaborazione dell'algebra, ignota agli antichi e "destinata all'estrazione di incognite numeriche e geometriche" secondo la definizione datane da uno dei maggiori autori di algebra, il poeta persiano Omar Khayyam, vissuto tra l'XI e il XII secolo. In questa direzione egli era stato preceduto da al-Khuwarizimi, già  operante nella prima metà  del IX secolo e dal cui nome deriva il termine "algoritmo" per indicare una particolare tecnica di calcolo. La matematica, inclusa l'algebra, appariva nel mondo arabo come una via privilegiata di accesso al mondo intelligibile, secondo l'antico insegnamento platonico. Il primo rilevante contatto degli arabi con i testi filosofici greci avviene nel IX secolo, in parte attraverso la meditazione della cultura siriaca. Già  nella seconda metà  del IV secolo, il cristianesimo si era diffuso in Siria e ad Odessa si era costituita una scuola dedita anche alla traduzione in siriaco di opere di Aristotele, considerato ben più di Platone, il vero filosofo. Aristotele, infatti, forniva gli strumenti logici e concettuali con i quali affrontare le dispute teologiche. Quest'opera di traduzione continuò anche dopo la conquista araba, avvenuta nel VII secolo. Giacomo e Giorgio di Odessa, morti nei primi decenni dell'VIII secolo, Traducono e commentano soprattutto opere logiche di Aristotele, mentre pressochè ignote rimangono le opere non logiche. Verso la metà  dell'VIII secolo, la capitale del dominio arabo viene trasferita da Damasco a Bagdad. Qui, nell'815, ò istituita dal califfo al-Ma'mun la Casa della Sapienza, con annessi una biblioteca e un osservatorio astronomico; in essa, viene avviato un intenso lavoro di traduzione di testi greci dal siriaco o direttamente dal greco. Propulsore di questa attività  ò un cristiano, Hunain ibn Isaaq (810-877), noto ai latini col nome di Joannitius. Il suo obiettivo, perseguito anche dal figlio e dal nipote, ò la traduzione sistematica di quasi tutte le opere note di Aristotele, ma già  nel X secolo, queste traduzioni erano divenute rare e se ne dovettero intraprendere altre. L'immagine di Aristotele che ne risultava era però intrisa di forti elementi di provenienza neoplatonica: infatti, ad Aristotele erano anche attribuite una teologia, che ò in realtà  un insieme di estratti dalle "Enneadi" di Plotino e da commentari diPorfirio, e un "Libro sul Puro Bene", che sarà  poi noto ai latini col titolo di "Liber de causis", il cui contenuto deriva dagli "Elementi di teologia" di Proclo. Questi testi consentivano di porre a coronamento del pensiero aristotelico una teologia che concepisce Dio non soltanto come causa finale, bensì anche come sorgente dalla quale emana il tutto. L'interesse iniziale per la filosofia e la scienza greche deriva in gran parte dalle dispute che avevano luogo a Damasco o a Bagdad tra cristiani, ebrei e musulmani, nel corso delle quali, per evitare di avere la peggio, questi tentarono d'impadronirsi delle tecniche argomentative elaborate dai greci, in particolare da Aristotele. Il problema che nasceva da questo incontro con la filosofia greca, era che queste tecniche, ritenute valide, portavano a volte a conclusioni che potevano apparire incompatibili con i contenuti della religione rivelata nel Corano. In generale i filosofi arabi intesero non tanto mettere in discussione o addirittura abbandonare questi contenuti, quanto individuare connessioni possibili tra il piano dell'esperienza religiosa, comune a tutti i fedeli, e il piano della riflessione filosofica, destinato a pochi. Non si deve tuttavia pensare che quest'aspetto sia stato più rilevante nell'esperienza religiosa e nella riflessione teologica dell'Islam; i filosofi arabi inclini a ripercorrere le orme degli antichi, in particolare di Aristotele, furono una minoranza, che non riuscì, e forse soprattutto non mirò, a diffondere la propria riflessione in vaste cerchie. Tuttavia è proprio questa minoranza di filosofi che rivestì notevole importanza per gli sviluppi della ricerca filosofica nell'Occidente medioevale. Personaggi dal magnifico ingegno, quali Averroò, Avicenna e al- Gazali, segnano l’apice e, al contempo, l’ultimo stadio della cultura islamica: dopo che essi – grani ammiratori di Platone, di Aristotele e dell’intero mondo greco - (soprattutto Averroò) portarono la ragione umana alle stelle (per Averroò vale più la ragione che non il Corano), avviando una riflessione di altissimo livello (per alcuni aspetti anche superiore a quella che in contemporanea andava elaborando l’Occidente cristiano), ci fu un brusco declino, dovuto alla religione islamica, per sua natura oppressiva e avversa ai dettami della ragione. L’Islam tacitò ben presto la ragione, ripristinando l’indiscusso primato della fede e condannando duramente le teorie razionalistiche di Averroò (la cui fama – non ò un caso – si diffuse più nell’Occidente cristiano che non nel mondo arabo): questo ripiegarsi sulla religione, mettendo al bando la ragione e le sue illuminanti trovate, costò caro al mondo arabo, che da allora precipitò in una chiusura soffocante, avviandosi ad essere definitivamente sopraffatto sul piano filosofico dal mondo occidentale, il quale – un po’ alla volta (l’Illuminismo segnerà  il momento culminante) – riuscì a liberarsi da quell’orpello che era la religione cristiana, avversa anch’essa ai dettami della ragione e mirante a sottomettere l’uomo alla fede. Nell’Occidente la modernità  si aprirà  appunto con una netta separazione tra la fede e la ragione (separazione teorizzata filosoficamente da Guglielmo di Ockham), le quali procedono da quel momento autonomamente su binari paralleli; nel mondo islamico, invece, dopo una breve fioritura del pensiero filosofico (Averroò, Avicenna), la religione tornerà  a dominare incontrastata, rendendo statica e poco vivace una società  in cui Aristotele, Platone e gli altri filosofi greci sono scalzati dal monopolio del Corano, dove il pensiero ò sottomesso all'autorità  del verbo divino.