Filosofia

  • Materia: Filosofia
  • Visto: 26668
  • Data: 2004
  • Di: Redazione StudentVille.it

Seneca

Riassunto della filosofia di Seneca.

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Seneca Seneca fu definito il terapeuta delle classi dirigenti. Il male e la sofferenza sono naturali negli esseri umani e derivano da molte cause. I dolori sia fisici sia morali, sono sintomi di stati patologici che vanno indagati e, se è possibile, curati. La filosofia stoica, come le altre filosofie che si diffondevano nel periodo ellenistico, offre un sistema di diagnosi e di cura, che parte da un livello elementare necessario, ma immediatamente utile: prendere coscienza del proprio stato di alterazione o sofferenza. Già questo è l'inizio della guarigione. Seneca indirizza, la propria ricerca, verso un tipo di malattia e di sofferenze che non deriva dai disagi materiali dell'esistenza, come la fame, la sete, la carestia, la morte in guerra; ci sono altre sofferenze fisiche e morali, che nascono da uno stile di vita sbagliato e riguardano soprattutto le persone che vengono invidiate da tutti perché potenti e famose, spesso al vertici dello Stato. La radice dei mali che affliggono chi ha raggiunto un elevato grado di responsabilità sta nell'incapacità di prendere le distanze dagli automatismi di una vita frenetica, che fa perdere il senso del tempo. Seneca propone su questo problema una serie di semplici consigli, frutto di buonsenso, quasi da artigiano della psiche, per interrompere l'alienazione di una vita spesa senza il gusto di assaporarne i momenti migliori. Volendo concentrare in una formula il suo metodo d'indagine e di cura possiamo ricordare un suo suggerimento in f orma di imperativo: protinus vive, protínus significa “subito, immediatamente”,ma anche continuamente, “senza intervalli”. Quindi: “vivi subito, non domani, e vivi senza perdere mai il contatto con la tua esistenza”. Oggi è luogo comune parlare di noia esistenziale e cioè di quell'insoddisfazione che deriva dal semplice fatto di vivere e dalla ripetitività delle azioni quotidiane. Cerchiamo allora il vario, il diverso, il sempre nuovo. Ma anche la novità non acquieta la noia: non giova rivoltarsi in un letto o mutare luogo. “ Il male lo abbiamo dentro di noi - dice Seneca- in quanto siamo inadatti a qualsiasi tolleranza”. Il settimo dei Dialoghi senecani (De tranquillitate animi) tratta il tema del distacco del sapiente dai dolori e dalle difficoltà, ovvero dalla sua condizione, di atarassia a quella di euthymia (tranquillità). L'autore sostiene che la scontentezza di sé è uno tra i peggiori mali che possono affliggere l'animo umano; frutto di “uno spírito intorpídito tra desideri delusi”, questo taedium et displicentia si tende a farsi addirittura insostenibile nei momenti di otium. L'uomo però anziché ricercare nel proprio animo le radici di tale insoddisfazione, tenta di porvi rimedio in vari modi, per esempio, viaggiando, oppure, cambiando stile di vita: il tutto invano, anzi ottenendo il risultato di condurre l'animo ad un tale disgusto per la vita da accarezzare l'idea del suicidio. A questo punto Seneca segnala come rimedio l'impegno anche politico al servizio dei propri simili; oppure viene consigliata la scelta dell'otium (cioè della vita contemplativa) o della filosofia che assicura all'uomo la sapienza e la felicità. Dunque il sapiente lungi dal fuggire da se stesso, trova nella sua interiorità, perfettamente libera da condizionamenti esteriori, il suo totale appagamento: non esiste alcun bene duraturo all'infuori di quello che l'animo trova dentro di sé. Soprattutto nelle Epistole domina il nelle richiamo all'interiorità, alla necessità di trovare non all'esterno ma in sé stessi la soluzione dei problemi esistenziali: è necessaria una sorta di conversione che può attuarsi solo nell'intimo della coscienza. (segue nel file da scaricare)

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