Filosofia Antica

  • Materia: Filosofia Antica
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Aristotele: Dio

La teologia aristotelica.

Abbiamo già  detto che Aristotele aveva risposto alla domanda "che cosa esiste" dicendo "intanto esistono indubbiamente le cose fisiche che vediamo intorno a noi": ora arriva a dimostrare l'esistenza di una realtà  immateriale. Il movimento dei cieli abbiamo detto che ò eterno (proprio perchò il cielo ò eterno): se il movimento ò eterno, allora il motore ò dotato di pura attualità  ed ò privo di potenza: essa infatti implica che una cosa possa accadere, ma anche che possa non accadere. Un qualcosa fatto di potenza e atto ò destinato a fermarsi prima o poi. Il motore immobile (la divinità ) ò quindi atto allo stato puro. Ma sappiamo che l'atto si identifica con la forma e la potenza si identifica con la materia: di conseguenza la divinità  ò forma allo stato puro: non ò un sinolo di materia e forma. Abbiamo detto che nella concatenazione dei motori bisogna per forza arrivare ad un qualcosa che muova senza essere mosso sennò si andrebbe avanti nella ricerca all'infinito. A questo punto quindi Aristotele introduce la divinità . Questo motore deve poi essere eterno perchò deve giustificare il movimento eterno delle sfere celesti. La divinità  ò l'unica realtà  immateriale che Aristotele individui. Abbiamo già  detto che la divinità  ò l'oggetto principale della filosofia prima, che ha le istanze di ontologia e di teologia. Ma se la divinità  ò una realtà  immateriale, come fa a muovere, visto che il movimento avviene per contatto? Aristotele risponde che la divinità  muove il cielo delle stelle fisse non come causa efficiente, bensì come causa finale: se fosse causa efficiente, la divinità  dovrebbe effettivamente agire sul mondo spostandolo. Ma questo ò impossibile perchò ò una realtà  immateriale. Ma c'ò anche un'altra motivazione, altrettanto importante: la divinità  proprio perchò ò una realtà  suprema non può "interessarsi" e quindi agire effettivamente sul mondo: la divinità  non fa nulla direttamente sul mondo, non ha una volontà  d'azione sul mondo. Ha un'attività  tutta sua e particolare che si svolge interamente dentro di lui. Agire sul mondo significherebbe autodiminuirsi: una realtà  superiore quale la divinità  che si occupa di una realtà  inferiore quale ò il nostro mondo sarebbe un controsenso, una forma di autodiminuzione della divinità  stessa. Sarebbe un' imperfezione della divinità . La divinità  agisce sul mondo come "oggetto di amore e desiderio": come la cosa amata attrae chi la ama, così la divinità  attrae il mondo. Quando una cosa attrae qualcuno non si può propriamente dire che la cosa agisca su questo qualcuno, anche se in un certo senso ò causa (finale) del movimento: ò per quella cosa che quel qualcuno muove. Così la divinità  ò causa del movimento dei cieli e quindi indirettamente dell'intero universo (ricordiamoci che la ciclicità  del movimento dei cieli ò poi causa della ciclicità  delle stagioni che a sua volta influisce sulla ciclicità  particolare del mondo sublunare: la riproduzione che rende le specie eterne). La divinità  diventa quindi la causa (finale) del movimento dell'intero universo, quindi la si può chiamare motore immobile o causa incausata. La divinità  non produce l'universo dal nulla, come fa invece nella tradizione ebraico-cristiana, nò lo plasma, come faceva invece il demiurgo platonico: lo mette semplicemente in moto. Non ha quindi nessun rapporto causale con l'esistenza del mondo, ma ha solo rapporto causale (finale) con il movimento del mondo. Cosa vuol dire che la divinità  attrae il mondo? Non bisogna pensare che sia come un cane che sente il cibo e gli si avvicina, perchò così non quadrerebbero alcune cose: l'universo si sposterebbe, e per andare dove? La divinità  ò priva di materia e quindi non sta in nessun luogo, dato che ò puramente formale. Bisogna quindi rettificare che il primo mobile cerca di avvicinarsi alla divinità  nel senso che cerca di imitarla. L'avvicinarsi del mondo alla divinità  va visto come un tentativo del mondo di assimilarsi alla divinità . Ma cosa vuol dire assimilarsi alla divinità ? Abbiamo visto che la caratteristica fondamentale della divinità  ò la sua eternità , data dalla mancanza di materia e di potenza. Come fa la realtà  fisica ad imitare, ad assimilarsi ad una realtà  immateriale ed eterna? La risposta sta nel moto circolare, la miglior imitazione di eternità  da parte degli enti fisici in movimento. Perchò il cielo delle stelle fisse gira? Perchò ò imitazione dell'eternità  divina. Questo ò il moto del primo mobile, ma come si muovono le sfere successive? Qui i passi di Aristotele non sono chiarissimi (ricordiamoci che si tratta di appunti). Ci sono due ipotesi: 1) che si muova per attrito: una volta che si muove il cielo delle stelle fisse, tutti gli altri cieli inferiori si muovono per attrito. Ma ò poco probabile quest'ipotesi perchò ò vero che tutte le sfere si muovono in modo circolare, ma il movimento ò dato dalla combinazione di più movimenti, tutti circolari, ma gli uni differenti dagli altri. Se andasse davvero per attrito, le sfere avrebbero tutte la stessa direzione. 2) Già  Platone ipotizzava che i cieli fossero realtà  viventi ed intelligenti: per lui movimento era sinonimo di vita ed in più movimenti così ordinati presupponevano un'intelligenza. Aristotele riprende in sostanza questa teoria (in maniera meno animistica): ò probabile che pensasse che non solo il primo mobile imita la divinità  col moto circolare, ma anche le sfere inferiori, a modo loro, operano alla stassa maniera, ciascuna secondo la propria natura. Dato che ciascuna lo fa secondo la propria natura, ò evidente che lo fanno in modo diverso: ci sono quindi movimenti differenti e questo implica che ogni sfera abbia un qualcosa di molto simile ad un'anima: le sfere celesti sono dotate di una specie di anima. Quest'idea dell'intelligenza celeste aristotelica viene in qualche modo tradotta nell'intelligenza angelica di Dante: gli angeli del Paradiso che muovono le sfere celesti, sono proprio dei governatori di queste sfere. E' la traduzione in chiave cristiana della teoria aristotelica. Ma la divinità  cosa fa in buona fine? Certo non agisce sul mondo in modo provvidenziale. E' stato detto che l'ateismo ha due varianti: a) c'ò l'ateismo nel senso più classico, che ò la nagazione dell'esistenza di dio. b) Ma si può parlare di ateismo anche quando si dice che dio non si occupa del mondo. Gli epicurei per esempio non negavano l'esistenza degli dei, ma dicevano che proprio perchò erano perfetti non si occupavano del mondo dell'uomo: sarebbe un abbassamento delle divinità . E' un ateismo più sfumato. Aristotele assume una posizione che ò una via di mezzo: anche per lui la divinità  non si occupa del mondo, ma tuttavia lo governa: si configura come causa finale ultima: tutto il finalismo che governa l'intera realtà  ha il suo punto di riferimento nella divinità , che ò quindi garante dell'ordine e della regolarità , ma non in senso attivo: non c'ò nessuna provvidenza. Governa il mondo perchò il mondo cerca di imitarlo. Dante conclude la Divina Commedia dicendo "... l'amor che muove il cielo e le altre stelle": da notare che c'ò un richiamo ad Aristotele, ma attenzione: Dante sta parlando dell' l'amore di Dio (genitivo soggettivo ), l'amore che dio prova per gli uomini: Aristotele invece dice l'amore di dio, ma con il genitivo oggettivo: l'amore nei confronti di dio: ò l'amore che il mondo prova per dio che lo fa muovere. La divinità  aristotelica non ò provvidenziale e non la si può pregare: la preghiera di Aristotele ò l'intera sua opera, in particolare le parti biologiche: c'ò chi l'ha definita una preghiera apofantica: non ò una preghiera con cui si prega e si chiede, ma con cui si illustra la perfezione dell'universo. Nel mondo classico non c'era nò politeismo nò monoteismo: anche in Aristotele ò così: c'ò la divinità  come realtà  suprema, ma in un certo senso le intelligenze celesti sono divinità  minori: c'ò quindi una sorta di mescolanza tra monoteismo e politeismo. La divinità  non si occupa del mondo, ma non può non fare niente. La perfezione e la felicità  sono per Aristotele legate all'attività  e quindi anche la divinità  deve fare qualcosa: ha un'attività  tutta interna a se stessa. L'attività  suprema per Aristotele ò il pensare, quindi la divinità  ò essenzialmente una mente. Ma a che cosa pensa? Di sicuro non pensa ad una realtà  inferiore come l'universo e quindi pensa solo a se stesso. Emerge qui la definizione della divinità  come "pensiero di pensiero". Tutto questo Aristotele lo spiega nella Metafisica: ' Dal momento che ò possibile che le cose stiano nel modo da noi prospettato -del resto, se si respinge questa nostra spiegazione, tutte le cose deriverebbero dalla notte o dal -tutto-insieme' o dal non-essere - si possono ritenere risolte tutte le precedenti aporie; esiste, quindi, qualcosa che ò sempre mosso secondo un moto incessante, e questo modo ò la conversione circolare (e ciò risulta con evidenza non solo in virtù di un ragionamento, ma in base ai fatti), e di conseguenza si deve ammettere l'eternità  del primo cielo. Ed esiste, pertanto, anche qualcosa che provoca il moto del primo cielo. Ma dal momento che ciò che subisce e provoca il movimento ò un intermedio, c'ò tuttavia un qualcosa che provoca il movimento senza essere mosso, un qualcosa di eterno che ò, insieme, sostanza e atto. Un movimento di tal genere ò provocato sia da ciò che ò oggetto di desiderio sia da ciò che ò oggetto di pensiero. Ma questi due oggetti, se vengono intesi nella loro accezione più elevata, sono tra loro identici. Infatti, ò oggetto del nostro desiderio il bello nel suo manifestarsi, mentre ò oggetto principale della nostra volontà  il bello nella sua autenticità ; ed ò più esatto ritenere che noi desideriamo una cosa perchè ci si mostra bella, anzichè ritenere che essa ci sembri bella per il solo fatto che noi la desideriamo: principio ò, infatti, il pensiero. Ma il pensiero ò mosso dall'intellegibile, e una delle due serie di contrari ò intellegibile per propria essenza, e il primo posto di questa serie ò riservato alla sostanza e, nell'ambito di questa, occupa il primo posto quella sostanza che ò semplice ed ò in-atto ( e l'uno e il semplice non sono la medesima cosa, dato che il termine uno sta ad indicare che un dato oggetto ò misura di qualche altro, mentre il termine semplice sta ad indicare che l'oggetto stesso ò in un determinato stato). Ma tanto il bello quanto ciò che per la sua essenza ò desiderabile rientrano nella medesima categoria di contrari; e quel che occupa il primo posto della serie ò sempre pttimo o analogo all'ottimo. La presenza di una causa finale negli esseri immobili ò provata dall'esame diairetico del termine: infatti, la causa finale non ò solo in vista di qualcosa, ma ò anche proprietà  di qualcosa, e, mentre nella prima accezione non può avere esistenza tra gli esseri immobili, nella seconda accezione può esistere tra essi. Ed essa produce il movimento come fa un oggetto amato, mentre le altre cose producono il movimento perchè sono esse stesse mosse. E così, una cosa che ò mossa può essere anche altrimenti da come essa ò, e di conseguenza il primo mobile, quantunque sia in atto, può -limitatamente al luogo, anche se non alla sostanza- trovarsi in uno stato diverso, in virtù del solo fatto che ò mosso; ma, poichè c'ò qualcosa che produce il movimento senza essere, esso stesso, mosso ed essendo in atto, non ò possibile che questo qualcosa sia mai altrimenti da come ò. Infatti, il primo dei cangiamenti ò il moto locale, e, nell'ambito di questo, ha il primato la conversione circolare, e il moto di quest'ultima ò prodotto dal primo motore. Il primo motore, dunque, ò un essere necessariamente esistente e, in quanto la sua esistenza ò necessaria, si identifica col bene e, sotto questo profilo, ò principio. Il termine 'necessario', infatti, si usa nelle tre accezioni seguenti: come ciò che ò per violenza perchè si oppone all'impulso naturale, come ciò senza di cui non può esistere il bene e, infine, come ciò che non può essere altrimenti da come ò, ma solo in un unico e semplice modo. E' questo, dunque, il principio da cui dipendono il cielo e la natura. Ed esso ò una vita simile a quella che, per breve tempo, ò per noi la migliore. Esso ò, invero, eternamente in questo stato (cosa impossibile per noi!), poichè il suo atto ò anche piacere (e per questo motivo il ridestarsi, il provare una sensazione, il pensare sono atti molto piacevoli, e in grazia di questi atti anche speranze e ricordi arrecano piacere). E il pensiero nella sua essenza ha per oggetto quel che, nella propria essenza, ò ottimo, e quanto più esso ò autenticamente se stesso, tanto più ha come suo oggetto quel che ò ottimo nel modo più autentico. L'intelletto pensa se stesso per partecipazione dell'intellegibile, giacchò esso stesso diventa intellegibile venendo a contatto col suo oggetto e pensandolo, di modo che l'intelletto e intellegibile vengono ad identificarsi. E', infatti, l'intelletto il ricettacolo dell'intellegibile, ossia dell'essenza, e l'intelletto, nel momento in cui ha il possesso del suo oggetto, ò in atto, e di conseguenza l'atto, piuttosto che la potenza, ò ciò che di divino l'intelletto sembra possedere, e l'atto della contemplazione ò cosa piacevole e buona al massimo grado. Se, pertanto, Dio ò sempre in quello stato di beatitudine in cui noi veniamo a trovarci solo talvolta, un tale stato ò meraviglioso; e se la beatitudine di Dio ò ancora maggiore, essa ò oggetto di meraviglia ancora più grande. Ma Dio ò, appunto, in tale stato! Ed ò sua proprietà  la vita, perchè l'atto dell'intelletto ò vita, ed egli appunto ò quest'atto, e l'atto divino, nella sua essenza, ò vita ottima ed eterna. Noi affermiamo, allora, che Dio ò un essere vivente, sicchò a Dio appartengono vita e durata continua ed eterna: tutto questo, appunto, ò Dio! ' (Metafisica, 12. 7. 1072a19-1072b30)