Filosofia Antica

  • Materia: Filosofia Antica
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Aristotele: Il cosmo

La cosmologia aristotelica.

Addentriamoci ora nella cosmologia aristotelica: di che cosa ò fatto il mondo? In ultima istanza sarà  fatto di forma e materia, come tutto il resto: ma sono concetti puramente teoretici e relativi: non esiste mai (o quasi) materia senza forma o forma senza materia. Aristotele riprende Empedocle ed individua 4 sinoli elementari: acqua, terra, cielo, fuoco. Ciascuno di questi sinoli ò caratterizzato dal possedere due delle quattro qualità  base: secco e umido, caldo e freddo. La terra per esempio ò fredda e secca, il fuoco ò caldo e secco e così via. Ma dove sarebbero questi sinoli elementari? Prendiamo un qualsiasi elemento di questo mondo: ad esempio un uomo: la materia sono i suoi organi, la forma ò il modo in cui sono stati strutturati; prendiamo ora il suo cuore: anch'esso ò un sinolo di materia e forma: la materia ò il tessuto, la forma ò quella del cuore. Ora prendiamo il tessuto: anche lui ò sinolo di materia e forma: la materia sono i quattro elementi, la forma ò la proporzione in cui sono stati mescolati. Prendiamo ora l'acqua (uno dei 4 elementi): quale ò la materia e quale ò la forma? Qui la separazione può essere solo concettuale: si può dire che essa ò fatta di materia prima (prote ule): abbiamo già  detto che però in realtà  il sinolo materia forma ò inscindibile. Oltre alla materia prima troviamo anche due coppie di realtà : il caldo e il freddo; il secco e l'umido: combinando queste 4 coppie si potrebbero teoricamente ottenere 6 cose, ma in realtà  se combino il caldo con il freddo e il secco con l'umido non mi ricavo niente: così sono solo 4 le coppie combinabili. Ogni accoppiamento caratterizza ciascuno dei 4 elementi: abbiamo già  detto che la terra ò caratterizzata dall'essere fredda e secca. I 4 elementi sono la base dalla cui aggregazione e disgregazione deriva tutto il resto: sembra uguale ad Empedocle, ma in realtà  non ò così: per Aristotele, infatti, non sono le parti ultime della realtà  (che invece sono le coppie caldo-freddo e secco-umido): di conseguenza gli elementi possono trasformarsi gli uni negli altri, ad esempio tramite processi di evaporazione o di congelamento: mediante questi processi si possono spiegare, tra l'altro, i fenomeni metereologici. Ogni elemento può trasformarsi immediatamente in quello con cui ha una caratteristica in comune acquisendo l'altra. Per esempio la terra ha in comune con il fuoco il fatto di essere secca, però lei ò fredda mentre il fuoco ò calda: acquisendo il calore diventa fuoco. Gli elementi hanno poi un'altra caratteristica: il peso. Due elementi sono leggeri (fuoco, aria), due pesanti (acqua, terra). Il PESO per Aristotele ò la tendenza ad andare verso il centro della terra (che per lui ò pure centro dell'universo): il basso in generale ò il centro della terra. Noi pensiamo che il centro della luna sia sulla luna, Aristotele invece pensa che sia sulla terra. Per lui alto e basso hanno valore assoluto: il basso ò il centro della terra. Tutti i corpi tendono o a scendere o a salire: sono i movimenti naturali. Ogni elemento si muove per propria natura in una direzione determinata dal suo peso: ciascuno di essi ha dunque un proprio LUOGO NATURALE, al quale tende. Quindi il luogo naturale di ogni elemento corrisponde al suo peso: in ordine di peso stanno così: 1)terra 2)acqua 3)aria 4)fuoco. Da notare che il finalismo vale perfino per le realtà  più elementari: se il fine del cavallo ò essere cavallo, quale ò il fine della terra (uno a caso dei 4 elementi)? Il suo fine ò comportarsi come le compete, stare cioò verso Terra. Il finalismo dei 4 elementi ò tendere ciascuno al proprio luogo naturale. Facciamo un esempio: prendiamo un libro; esso ò fatto di terra (di materia, insomma): se lo mettiamo per terra non si muove perchò ò nel suo luogo naturale. Se lo alziamo e lo portiamo in aria e poi lo lasciamo, esso cade perchò l'aria non ò il suo luogo naturale e tende quindi a ritornare alla sua collocazione. Lo stesso discorso vale per una bottiglia d'aria messa in acqua: essa tende a salire (dal momento che l'acqua non ò il luogo naturale dell'aria) per raggiungere l'aria. Aristotele dice che ci sono due tipi di movimenti a) Quelli che riportano gli elementi ai loro luoghi naturali b) Quelli violenti o contro natura: posso lanciare una pietra in aria o mettere una bottiglia piena d'aria sott'acqua: la pietra ricade e la bottiglia risale. Se tiriamo una penna per aria, noi sappiamo che per un pò sale in quanto le diamo un impulso che la fa salire per un pò: per Aristotele non ò così. Lui ò convinto che ogni cosa che si muove ò mossa da altre (da una causa efficiente): non ammette che una cosa tenda a mantenere lo stato in cui viene posta (principio di inerzia); Questo vale sia per i moti naturali sia per quelli violenti. Aristotele dice che se lancio in aria una penna essa trascina movimenti circostanti e composti: viene qui messo in gioco l'ambiente: ò l'ambiente che secondo Aristotele porta su per un pò la penna. Facciamo qualche osservazione: se Aristotele ammette quest'idea, vuol dire che nega l'esistenza del vuoto: non esiste neanche come vuoto relativo (come era per Democrito ): se ci fosse il vuoto salirebbe all'infinito. Il principio di inerzia mi dice che se conferisco movimento ad un corpo, esso tende a tenere quel moto all'infinito: questo significa che sia quiete sia moto sono stati: se un oggetto si muove quindi ciò che va spiegato ò perchò si fermi: dovrebbe per il principio di inerzia proseguire in quel moto all'infinito. Bisogna quindi spiegare il mutamento di stato (da moto passa ad inerzia). Per Aristotele invece non va spiegata la quiete ma il movimento, che ò una forma di cambiamento: ò un passaggio da potenza ad atto: la penna ò qui ma potrebbe essere lì; la sposto ed ecco che ò lì. Il mutamento-movimento per Aristotele richiede una causa. Per noi va invece spiegata l'accelerazione, il cambiamento di velocità . Il lancio della penna mi spiega che acquista un movimento teoricamente infinito; per Aristotele ò normalissimo che la penna dopo un pò cada: essa tende al suo luogo naturale: quello che per lui va spiegato ò perchò per un pò essa tenda a salire. Per Aristotele la quiete ò uno stato, il movimento un mutamento (ed i mutamenti vanno spiegati). Per noi sono entrambe stati. Abbiamo detto che si accusò Aristotele di essere poco attento alla realtà : qui abbiamo una prova per smentire quest'affermazione: infatti la realtà  a riguardo della penna sembra proprio dare ragione a lui e non a noi. Guardiamo ora alla concezione cosmologica aristotelica: Aristotele sostiene il geocentrismo: la terra, in quanto corpo più pesante, occupa il centro dell'universo. Da notare che il mondo di Aristotele ò un mondo finito: a partire dai Pitagorici era prevalsa l'idea che l'infinito fosse qualcosa di negativo (diversamente da come la pensava Anassimandro). Il finito ò quindi sinonimo di perfezione. Aristotele dice poi che c'ò un centro: ci sono i luoghi naturali e alcuni corpi tendono al centro, altri alla periferia. Se ci sono un basso e un alto ci deve per forza essere anche un centro: se esistono gli elementi ed i luoghi naturali, allora il mondo ò finito. Nell'infinito infatti non ci sono nò l'alto nò il basso. Ma attenzione, si può capovolgere il ragionamento: l'infinito esiste, quindi l'alto ed il basso non ci sono. Aristotele parte però dal presupposto che il basso e l'alto esistano. E' un pò come per Melisso: le sue tesi vennero riprese dagli Atomisti per capovolgere le tesi eleatiche. In sostanza Aristotele nega l'esistenza di più universi: Democrito e Anassimandro invece la sostenevano. Se la tendenza ò di andare al centro della terra non ci devono essere altri universi altrimenti collasserebbero tutti al centro della terra: Aristotele si serve della dimostrazione per assurdo: se esistesse un altro mondo esso sarebbe costituito dagli stessi elementi del nostro: ma in base alla dottrina dei luoghi naturali ciascun elemento tenderebbe ad esso e quindi la terra di questo secondo universo tenderebbe a congiungersi con la terra del nostro universo e così tutti gli altri elementi; il carattere finito dell'universo ò contrassegnato dalla sua perfezione. I 4 elementi spiegano il funzionamento del mondo sublunare, che per Aristotele ò assai differente da quello celeste: il sublunare ò caratterizzato dai 4 elementi, il cui destino ò di nascita e di morte. Essendo una realtà  fisica, per essere eterno dovrebbe avere un movimento eterno, che però non ha: il movimento del mondo ò infatti rettilineo: l'eternità  non può identificarsi con qualcosa di rettilineo. Così il destino degli enti fisici ò di nascita e di morte. Una forma di eternità  sul nostro mondo può essere reperita nelle specie, che sono eterne (Platone diceva che l'eros era un tentativo degli enti mortali di eternarsi), o nei 4 elementi che si mutano tra loro. Queste cose godono di una eternità  indiretta. Il mondo celeste (quello che va dalla luna in sù) ò differente: a quei tempi si pensava che fosse immutabile perchò per intere generazioni si vedevano costellazioni immutate, sempre disposte nello stesso modo. Solo le comete si muovevano, ma Aristotele pensava che esse fossero un fenomeno metereologico del mondo sublunare. Quindi il mondo celeste per Aristotele ò immutabile: abbiamo detto che il mutamento può essere secondo 4 qualità  e Aristotele credeva che fossero gli altri pianeti a ruotare intorno alla terra e non viceversa (come invece aveva ipotizzato Platone ): ma se si muovono devono per forza mutare e quindi non sono eterni, direbbe qualcuno. Aristotele però dice che il loro ò un movimento circolare, che ritorna su se stesso. E' un movimento che non comporta alcuna forma di corruzione: Platone aveva parlato del movimento circolare come immagine mobile dell'eternità : Aristotele riprende questa concezione. Aristotele dice che il mondo sublunare ò costituito da un quinto elemento, l'ETERE, privo di peso e dotato di movimento circolare: di esso sono dotati i corpi celesti. Dicevamo che per Aristotele il vuoto non c'ò: come non esiste nel mondo sublunare, così non esiste fuori dall'universo: per lui tutto ò pieno. Ma fuori dell'universo cosa c'ò? La risposta di Aristotele ò "niente", che ò diverso dal vuoto: finisce proprio l'universo. Se ci fosse il vuoto ci dovrebbe essere un luogo che lo contiene, un contenitore di vuoto: per Aristotele proprio non c'ò niente ! L'universo non ò in nesun luogo perchò: Aristotele definisce un luogo come la superficie contenuta da qualcosa: ma dato che nulla può contenere l'universo, esso non ò in nessun luogo. Se non ò in nessun luogo non ò nel vuoto. Non ò un nulla fisico, ma un nulla metafisico. La finitezza stessa della materia impedisce che ci sia uno spazio infinito. La fisica moderna ha fatto marcia indietro perchò tende a dire che l'universo non ò nò finito nò infinito. Aristotele invece ò convinto al cento per cento che sia finito e che non ci sia vuoto nò nel mondo sublunare nò nell'intero universo. L'infinito abbiamo visto che esiste solo potenzialmente nei numeri: essi non sono nò finiti nò infiniti. Ma come funziona il cosmo aristotelico? Il mondo sublunare ò costituito da 4 sfere; poi ci sono la luna e gli astri. L'universo nel suo insieme ò una grande sfera. Dalla luna fino al confine estremo tutto ò fatto di etere. L'equilibrio dell'universo ò dato dall'orbita: ci sono 2 forze, una che spinge per far andare il tutto sulla retta (come va il mondo sublunare), l'altra che spinge per far cadere: le due forze contendono e ne consegue che l'universo giri su se stesso. La luna non ò nient'altro che un oggetto incastrato nell'etere che ruota intorno alla terra: la luna ò conficcata nella sfera dell'etere. In sostanza ò tutta la sfera che ruota e non solo la luna: essa ruota proprio perchò ruota la sfera. Aristotele distingue i PIANETI dalle STELLE FISSE, che hanno la caratteristica di girare tutte insieme. I pianeti, invece, vagano per conto loro (il termine pianeta in greco significa letteralmente "vagante"). Per ogni sfera ci sono pianeti ed ogni gruppo di sfere fa muovere un pianeta. Ma quali sono i pianeti? Il sole, la luna ed altri ancora, come Mercurio. Come abbiamo detto Aristotele dà  per scontato che le realtà  celesti siano immutabili: egli arriva ad ammettere la circolarità  e la regolarità  partendo dal presupposto che fossero immutabili; da questo derivava che avessero movimenti circolari: il movimento circolare ò infatti quello che suggerisce maggiormente l'idea di eternità , come già  aveva notato Platone. Chiaramente non erano dati osservativi, perchò Aristotele vedeva che i pianeti son fermi e a volte in movimento, a volte accelerano, a volte rallentano: per motivare questi moti apparentemente irregolari Aristotele doveva ricorrere a più sfere concentriche che insieme muovevano un pianeta (ogni gruppo di sfere muove il suo pianeta). Il movimento di ogni pianeta era ottenuto con la combinazione di più sfere ed ogni sfera era legata a sua volta a più sfere: ne consegue che Aristotele arrivi ad ammettere che non siano le 4 che abbiamo detto più quelle necessarie a muovere un pianeta (che, per dire, erano 3): in tutto erano circa 47 o 55. Aristotele acquisì queste idee da Eucnosso di Cnide, un platonico. Ricapitolando, Il sistema aristotelico ৠdi " sfere concentriche ", ossia c' era la Terra in mezzo e poi una serie di sfere l' una concentrica all' altra; ogni pianeta è mosso dalla combinazione di movimenti di molte sfere ( le sfere sono molte di più rispetto ai pianeti perchò per muovere ogni pianeta occorre un numero consistente di sfere ). Questo serve essenzialmente per un motivo: per rendere compatibile ciò che si vede con ciò che si pensa. L' apparenza dei fenomeni è un movimento non regolare dei pianeti: dalla Terra abbiamo l' impressione di un movimento del cielo delle stelle fisse; le stelle sono fissate tutte sulla " pelle dell' universo " alla stessa distanza, senza profondità  differenti. Noi oggi sappiamo che in realtà  non è il cielo che gira intorno alla Terra, ma è la Terra che gira intorno al suo asse ( movimento di rotazione ). Poi ci sono i pianeti, ossia le stelle vaganti, così dette perchò a differenza delle stelle fisse che sono attaccate sulla parete del mondo, esse vagano. Il movimento di questi pianeti è apparentemente irregolare, perchò è vero che vanno in una determinata direzione, ma a velocità  diverse a seconda delle occasioni ( a volte si fermano o addirittura sembrano tornare indietro ); le costellazioni, è interessante notare, sono pure illusioni ottiche perchò ci sembrano stelle allineate, ma non è così: sono disposte in profondità  e non sullo stesso piano, come sembra; per rendere compatibile questa situazione fenomenica con le convinzione ammesse all' epoca Aristotele inventa il suo sistema " a sfere ": se ad ogni pianeta fosse corrisposta una sfera sola allora ci sarebbe dovuto essere un moto regolare ( che però in realtà  non c' è ) come quello delle stelle fisse; così Aristotele aveva dovuto introdurre più sfere che davano combinazioni di movimenti in modo tale che il movimento delle combinazioni di sfere fosse apparentemente irregolare, ma questa apparente irregolarità  è compatibile con alcune convinzioni metafisiche di Aristotele: il cielo è fatto di sfere che girano attorno al proprio asse. Doveva risolvere questa apparente irregolarità  in un insieme di movimenti regolari che ne davano uno ai nostri occhi irregolare; Aristotele era profondamente convinto che il movimento dei pianeti fosse dato dalla combinazione dei movimenti delle sfere, cosa che oggi sappiamo essere sbagliata: l' unico metodo a sua disposizione era assommare un tot di movimenti regolari che ne davano uno apparentemente irregolare; il tutto poi doveva essere compatibile con la centralità  della Terra. Le sfere rappresentano l'eternità , o meglio, un'eternità  speciale. Sia la realtà  sublunare sia quella celeste ha una sua forma di eternità : il mondo sublunare ha un'eternità  specifica, che cogliamo soprattutto nell'eternità  delle specie, il mondo celeste ha una eternità  numerica: tra queste due forme di eternità  intercorre una forma di rapporto: la ciclicità  degli enti celesti detta l'alternarsi delle stagioni: possiamo quindi affermare che la ciclicità  specifica ò in gran parte dettata da quella numerica. Dopo aver esaminato il moto dei pianeti e delle stelle dobbiamo spiegare che cosa è che causa questo movimento perchò, come abbiamo già  detto, per Aristotele dove c'ò movimento ci deve essere per forza qualcosa che muove ( causa efficiente ) e questo concetto è ben espresso nella frase " omne movens ab alio movetur ": anche il movimento celeste va quindi spiegato. Quale ò la prima cosa che muove tutta la realtà  celeste (Aristotele dice: "quale ò il primo mobile? ")? La risposta sta nel CIELO DELLE STELLE FISSE ( cui abbiamo già  accennato ), una specie di pelle dell'universo: le stelle sono infatti fissate nel cielo. Ma se il cielo delle stelle fisse muove tutto il resto, vuol dire che anche lui si muove: dove c'ò movimento c'ò qualcosa che muove: quindi qualcosa deve mettere in moto il cielo delle stelle fisse. Sembra che si possa andare avanti all'infinito nella ricerca del "primo motore" (ciò che per primo ha messo in movimento tutto). Qualcuno potrebbe dire: ma non c'ò un movimento ciclico che possa spiegare tutto? Aristotele dice di no. Bisogna trovare un punto fisso che muove senza essere mosso. Se A ò causato da B, B non ha bisogno di motivazioni oppure si fa riferimento a C e poi a D. Ma andare all'infinito alla ricerca delle spiegazioni ò un processo privo di senso. Come nella logica occorreva trovare qualcosa che fosse così e non avesse bisogno di spiegazioni: chi pretende che tutto debba essere dimostrato, secondo, Aristotele ò una persona con cui non si può ragionare. Si deve quindi trovare qualcosa che causi il movimento ma che non venga mosso, una causa che causi senza essere causata. Ebbene una cosa che muove, paradossalmente, può non essere mossa. Esiste quindi un primo motore che pur senza essere mosso e senza muoversi mette in moto l'intero universo, oltre che se stesso ( è cioò " causa sui " ): ò il " motore immobile ", come lo chiama Aristotele: esso si identifica con la DIVINITA'.