Filosofia Antica

  • Materia: Filosofia Antica
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Aristotele: La conoscenza

Il percorso conoscitivo aristotelico.

Nella "Metafisica" Aristotele argomenta che l'uomo per sua inclinazione naturale aspira alla conoscenza e traccia dunque una scala gerarchica della conoscenza (un pò come aveva fatto Platone ): man mano che si sale ogni gradino ò caratterizzato da un approfondimento rispetto al precedente. Al gradino più basso troviamo 1)la SENSAZIONE: ricordiamoci che Aristotele ha della conoscenza una concezione empiristica: la mente umana prima delle sensazioni ò una "tabula rasa" (una tavola incerata schiacciata e rinnovata): prima dell'esperienza sensuale non c'ò nulla (a differenza di quanto diceva Platone, che era un innatista); in Aristotele c'ò un rifiuto radicale della concezione innatistica: la conoscenza ci deriva interamente dall'esperienza sensuale. Per Platone l'esperienza sensuale c'era, ma era una concausa: era infatti semplicemente un modo per realizzare la reminescenza. L'opposizione Platone - Aristotele ò davvero forte: ancora oggi c'ò chi ò innatista (e sostiene che nasciamo già  con alcune cose nella testa) e chi ò empirista (ed ò del parere che la nostra mente ò una tabula rasa). In realtà  la filosofia successiva non sarà  nient'altro che una variante di posizioni aristoteliche o platoniche. E' come se questi due grandi filosofi avessero tracciato i due modelli per filosofare. Le sensazioni sono quelle che l'uomo ha in comune con gli animali: per Aristotele ci sono due tipi diversi di anime: un tipo, più complesso, ed un altro, più semplice. L'anima dei vegetali, per esempio, non prova sensazioni, mentre quella dell'uomo e dell'animale prova sensazioni: ò proprio il poter provare sensazioni che funge da punto di partenza per la conoscenza. Aristotele attribuisce grande importanza all'udito (organo con cui si possono ascoltare i discorsi: malgrado Aristotele sia più "libresco" di Platone, in lui non troveremo mai una polemica contro gli scritti: anzi, l'idea che per studiare ci si debba servire di libri ò tipicamente aristotelica ) e questo significa che ai suoi tempi l'oralità  era ancora importantissima. Però per Aristotele l'organo di gran lunga più importante era la vista perchò più di ogni altro consente di distinguere gli oggetti: non a caso conoscere significa proprio distinguere, definire: ad un livello empirico la prima separazione ò la distinzione degli oggetti sensibili. Però il grosso limite della sensazione ò che fa cogliere solo il fatto, il che (in greco l'"oti") e non il perchò (il "dioti"): per arrivare al perchò bisogna seguire un lungo percorso. 2) Al secondo gradino Aristotele mette la MEMORIA: l'intelligenza si può sviluppare se accanto alla sensazione c'ò la memoria: gli animali non riescono a conservare la singola esperienza e così non hanno intelligenza. La memoria consiste proprio nel conservare le singole esperienze, nel ricordare le sensazioni. 3) Al terzo gradino Aristotele pone l'ESPERIENZA: essa non ò la singola sensazione, bensì l'accumularsi di sensazioni grazie alla memoria: questa ò l'esperienza: mettendo insieme una serie di casi singoli si riesce ad arrivare ad una prima forma di generalizzazione. Se si ha avuto a che fare con malattie e cure, si avrà  una generalizzazione e si saprà  come agire nel caso si ripresentino: mi sono accorto che una medicina giova ad una determinata persona, poi ad un'altra e poi ad un'altra ancora tutti accomunati dalla stessa malattia, anche somministrandola ad un'altra persona otterrò gli stessi risultati. Chi ha esperienza medica e ha visto che certe medicine hanno giovato a più persone con una stessa malattia ò arrivato a dire che a chi ha tale malattia va somministrata tale medicina: questa però non ò ancora la "scienza" vera e propria. Si ha una vera conoscenza quando si può dire che la determinata malattia va curata con una determinata medicina perchò va ad operare su determinate cose, organi... Con la scienza si arriva al "dioti" puro; mentre con l'esperienza intuisco che una determinata medicina giova in certi casi, con la scienza riesco a fornire delle motivazioni: ad esempio, tramite la scienza so che l'aspirina ha un effetto anticoagulante e che di conseguenza posso prevenire e curare l'infarto: non dico più che in certi casi ha funzionato e che quindi anche qui deve funzionare, bensì che avendo un effetto anticoagulante curerà  e gioverà  a tutti coloro che han l'infarto. Si passa così dall'oti al dioti: quelle persone sono guarite perchò hanno quella determinata malattia e questa medicina la cura. Si passa quindi dal particolare all'universale: il vero passaggio ò quando da un pò di casi riesco a cogliere il significato universale: non parlo più di individui che hanno certi sintomi etc. , ma, per esempio, di diabetici. Da una collezione di casi particolari raggiungo una concezione universale. La scienza grazie all'esperienza mi dice che le malattie circolatorie si curano con l'aspirina e di conseguenza quell'individuo che soffre di cuore deve essere curato con l'aspirina: con una serie di esperienze raggiungiamo la scienza. Aristotele, poi, afferma che coloro che sono esperti, che hanno acquisito tante esperienze, sono migliori rispetto a quelli che hanno studiato e sanno solo il dioti: affinchò la scienza entri in funzione le esperienze sono fondamentali: esse ci consentono di riportare i casi singoli a verità  universali. L'esperto ha solo la casistica, lo scienziato solo la scienza, la verità  universale: nella pratica l'esperto va meglio fin tanto che lo scienziato non fa esperienze. Un medico che non abbia mai studiato medicina, ma che sia esperto (avendo già  curato o operato) ò di sicuro meglio di un medico che abbia studiato tutto ma che non abbia mai avuto esperienze di intervento. Il medico con scienza ed esperienza risulta a sua volta essere il migliore di tutti: l'esperienza ò un insieme di casi da cui si possono trarre conclusioni generali operative: il buon medico deve sapere da casi particolari ricondursi a casi generali e viceversa. La "tekne" sembra essere molto vicina all'esperienza, ma in realtà  comporta un coglimento della realtà  universale, l'acquisizione del dioti e dell'oti. Da questi singoli casi si trae una verità  di carattere generale: perchò in tutti quei casi va così? Nel caso della medicina parliamo di eziologia, perchò si usa una determinata cura: se si sa calare l'universale nel particolare ò già  una buona cosa: perchò se io ho un 'ottima conoscenza dell'universale (che ho ottenuto studiando sui libri), ma poi non so calarla nel particolare, la mia conoscenza ò inutile. In realtà  si dovrebbe parlare di scienza applicata, di "tekne". Aristotele sulle scienze fa una classificazione generale: 1) le scienze applicabili (quelle che mi consentono di produrre qualcosa) 2) le scienze NON applicabili (quelle che non mi fanno produrre niente). A proposito delle "teknai" Aristotele effettua una tripartizione: ci sono le tecniche a) necessarie b)utili c)piacevoli. Esaminiamo le distinzioni: la tecnica di procacciarsi il cibo ò senz'altro necessaria: occorrono conoscenze applicative per sapersi procacciare il cibo (Ippocrate diceva che occorreva pure la conoscenza di come cucinarlo, e questa ò una scienza utile, non fondamentale); come esempio di "tekne" piacevole possiamo portare l'arte culinaria, che mira solo a soddisfare e a dare piacere al palato. La tekne per Aristotele non rappresenta comunque il livello più alto del sapere perchò ò subordinata in ogni caso a fini diversi della conoscenza: ò dall'esperienza che si genera la tekne, ma l'esperienza non ò ancora tekne pura: la tekne ò infatti caratterizzata dall'avere come oggetto della propria conoscenza l'universale: la medicina raggiunge il livello di tecne (e non più di semplice esperienza) quando ò in grado di conoscere che un determinato rimedio non guarisce solamente Socrate e Platone, bensì ogni persona affetta da una determinata malattia. Il che significa che quel rimedio ò efficace nella totalità  o universalità  dei casi in cui c'ò quella malattia. Anche chi ha fatto esperienza sa che quel determinato rimedio ò stato efficace in una pluralità  di casi, ma non sa perchò (ha l'oti, ma non il dioti). Secondo Aristotele al di sopra delle tecniche si colloca una forma di conoscenza che ha di mira soltanto se stessa: il sapere per il sapere, ossia la conoscenza disinteressata, libera da vincoli, non subordinata a fini esterni ad essa. Questa ò la "sophia", il sapere più sublime a cui mira la filosofia. Così Aristotele ha definitivamente staccato l'idea del sapere da come era in passato, dove il sapere veniva visto come legato e funzionale all'agire e al produrre. Per poter ricercare questo sapere disinteressato occorre quella che in greco era detta "scholò", ossia l "otium" latino, il tempo libero da ogni attività  lavorativa o pubblica. Dunque se ò vero che tutti gli uomini per inclinazione naturale aspirano al sapere, ò altrettanto vero che solo i filosofi realizzano in senso pieno questo fine iscritto nella natura dell'uomo. Ma perchò questo sapere che in fondo non serve a nulla ò la cosa più importante? E' proprio il fatto di non servire a niente che lo innalza: una cosa che non serve ò più nobile perchò non ò legata al rapporto di servitù. Le sensazioni servono all'uomo e ne prova piacere: se per esempio avessimo la possibilità  di conoscere la realtà  senza vederla, non per questo vorremmo essere ciechi: nella vista consiste un piacere irrinunciabile. Questo "esperimento mentale" conferma le tesi di Aristotele. Comunque Aristotele crea anche una scala di acquisizione cronologica di queste teknai: le scienze necessarie sono le prime che l'uomo deve acquisire, in quanto gli consentono la sopravvivenza, poi deve acquisire quelle utili, che gli offrono comodità  non fondamentali, ma importanti, ed infine quelle piacevoli (ed inutili): possiamo riassumere così la scala di acquisizione cronologica: "primum vivere, deinde philosophare ": prima di tutto bisogna pensare alla vita (Aristotele si mostra ancoira una volta legato al mondo terreno). Il fatto che vengano acquisite per ultime, non significa che le scienze piacevoli valgano meno, anzi sono le più preziose in assoluto. Le prime scienze che acquisiamo sono le esperienze, ma le più importanti sono le scienze universali, che consentono una visione di insieme. Come abbiamo detto, le conoscenze piacevoli si sviluppavano nella "scholò": per noi il non fare niente ò un concetto negativo prima che sul piano morale-assiologico, su quello ontologico: nel non far niente vi ò la mancanza di qualcosa. Per i Greci e per i Latini era diverso: la "scholò" era quella parte dell'esistenza in cui ci si dedicava all'attività  studiosa