Filosofia Antica

  • Materia: Filosofia Antica
  • Visto: 2867
  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Aristotele: Le scienze

Le scienze per il filosofo.

Aristotele distingue due grandi classi di scienze: quelle che hanno come oggetto il necessario e quelle che hanno come oggetto il possibile. Osserviamo qui sotto lo schema generale Le prime sono dette scienze TEORETICHE e riguardano appunto ciò che ò o ciò che avviene necessariamente sempre o per lo più (in greco "epì polù") nello stesso modo. Per necessario intendiamo ciò che non può essere o avvenire diversamente da come ò o avviene. Si tratta dunque di domini di oggetti o eventi caratterizzati da una regolarità  totale o con scarse eccezioni: la matematica rientra nelle teoretiche perchò 2 + 2 mi darà  sempre 4 e non si può fare nulla se non indagare a fondo. Il mondo biologico rientra anch'esso nelle teoretiche ma nella "sezione" epì polù (per lo più ). L'epì polù lo possiamo definire come un surrogato delle scienze matematiche, che vanno sempre allo stesso modo: Aristotele studiò anche le generazioni e si accorse che non sempre riuscivano bene: gli individui di solito (per lo più) vengono in un modo, ma può succedere che vada diversamente e che abbia storpiature, deformità . Come nel caso delle generazioni, così anche nel mondo molti avvenimenti sono accidentali ma non sono studiabili perchò di essi non si può indicare il dioti (il perchò). Il secondo ambito ò invece costituito dalle scienze PRATICHE e POIETICHE: esse concernono ciò che può essere in un modo o nell'altro; questa ò la caratteristica propria dell' azione e della produzione di oggetti: esse infatti possono avvenire o non avvenire, avvenire in un modo o in un altro. A loro volta azione (praxis, da qui pratiche) e produzione (da poieo, da qui poietiche) si distinguono per il fatto che l'azione ha il proprio fine in se stessa, ossia nell'esecuzione dell'azione stessa, mentre la produzione ha il suo fine fuori di sò, ossia nell'oggetto che essa produce. L'etica ò una scienza pratica: il suo fine ò in se stessa ed ò il comportamento; la poesia ò una scienza poietica perchò mi fa produrre poesie: il suo fine sta al di fuori di sò. Tuttavia Aristotele non ci parla molto delle poietiche perchò non lo interessavano molto: ricordiamoci che per lui la vita migliore ò quella del filosofo, mentre quella dell'artigiano che produce non ò valutata positivamente (come d'altronde non lo era in tutto il mondo greco). L'unica scienza poietica valida ed utile era per Aristotele la poesia, della quale ci parla ampiamente nella "Poietica", opera che però non ci ò pervenuta interamente: pare che ce ne fosse un altro libro che non fu mai ritrovato e sulla cui ricerca ruota "Il nome della rosa" di Umberto Eco. Per Aristotele il concetto di poietica era molto legato a quello di tragedia: la poietica infatti la si può estendere a qualsiasi forma di creazione artistica: ò la conoscenza che genera qualcosa. Ritorniamo ale scienze teoretiche, il cui fine ò la verità  e la cui base ò il sapere per il sapere: Aristotele effettua una tripartizione: le scienze teoretiche sono 1) FISICA 2) MATEMATICA 3)FILOSOFIA PRIMA. Parliamo di esse a seconda degli oggetti che studiano. Della fisica Aristotele ne parla come filosofia seconda: essa studia oggetti che esistono di per sò, ma sono mutevoli. La matematica studia oggetti immutabili, ma che di per sò non esistono. La filosofia invece studia oggetti che non si muovono ed esistono di per sò. Per Platone erano sostanze in senso pieno le idee, mentre il mondo sensibile era un essere depotenziato: Aristotele costruisce una filosofia più vicina al senso comune: egli si chiede: " quali tipi di sostanze esistono? " Arriverà  a dimostrare l'esistenza di cose immmateriali, come Dio, ma egli parte dicendo che senz'altro tutte le cose materiali che vediamo intorno a noi esistono; per Aristotele non esistono da soli e separatamente quelle cose che per Platoneesistevano (in particolare quelle caratteristiche quantitative che Platone diceva esistere di per sò), come gli enti matematici, i numeri: per Platone c'era il triangolo in sò e poi gli altri triangoli sensibili. Per Aristotele ò l'opposto: esistono i triangoli materiali e poi quello immmateriale, che però non può mai esistere come realtà  autonoma. Platone aveva minuziosamente dimostrato che noi quando dimostriamo ci riportiamo all'idea di triangolo. Per Aristotele esistono prima i triangoli materiali e poi quello immateriale: quello "ideale" per Aristotele non ò nient'altro che una nostra creazione, siamo noi che facciamo un'astrazione: esso esiste solo come risultato di un processo di astrazione da noi operata. Due libri hanno la forma di parallelepipedo: Platone direbbe che imitano l'idea di triangolo. Per Aristotele no, ò l'opposto: si fa un processo di astrazione dove poco per volta si tirano fuori le caratteristiche: i due libri non hanno colori uguali, quindi tolgo i colori; hanno scritte diverse, quindi tolgo le scritte; sono imprecisi, tolgo le imprecisioni; privato di tutte le caratteristiche mi rimane solo più la forma di parallelepipedo: il processo consiste essenzialmente nell'asportare via le differenze tra i due libri. Diciamo che la matematica indaga cose che di per sò non esistono perchò le si creano con l'astrazione e cher indaga cose immutevoli perchò il parallelepipedo ò sempre esistito. Per Platone il parallelepipedo esiste nell'iperuranio, per Aristotele nel mondo terreno, nei due libri, per esempio. La fisica studia quel mondo fisico che Platone non amava: le sostanze materiali che di per sò esistono ma sono mutevoli. In particolare la fisica studia gli enti naturali. La filosofia prima ò anche chiamata metafisica (abbiamo già  spiegato il perchò) Che cosa studia? Ci sono due modi per definire l'oggetto dello studio della filosofia prima: a) Gli oggetti che esistono da soli come le cose sensibili e sono però immutabili come i numeri della matematica: la filosofia prima assumerà  poi le istanze di teologia perchò ò solo la divinità  che ò immutabile ed esiste di per sò. b) E' comunque anche un'ontologia perchò studia pure l'essere in quanto essere (quest'espressione, essere in quanto essere, fu proprio creata da Aristotele). Non si occupa di un tipo particolare di essere. Lo studio degli animali in quanto animali ò la biologia, quello dei numeri in quanto numeri ò la matematica, e così via. La filosofia prima invece studia simultaneamente un solo oggetto (la divinità ) e tutti gli oggetti per la loro caratteristica di essere. Aristotele discute poi dell'infinito nel contesto matematico: egli nega l'esistenza dell'infinito, che negherà  anche parlando di cosmologia: il cosmo ò una cosa finita. L'infinito per Aristotele esiste solo potenzialmente, ma non ò mai effettivamente attuabile. Non esiste come realtà  fisica e neanche come realtà  matematica: esiste solo potenzialmente. Concentriamoci sul contesto matematico: Aristotele sa bene che ogni numero ò aumentabile di una unità : l'infinito numerico ò però solo potenziale: si usano sempre e solo numeri finiti che si possono aumentare di una unità : non c'ò mai in atto un numero infinito, solo potenzialmente c'ò. L'infinito esiste anche nell'infinitamente piccolo (sempre potenzialmente): si può dividere all'infinito, ma comunque in realtà  non si trova mai un numero infinito. Bisogna precisare che Aristotele aveva una concezione CONTINUA della realtà  e non discreta (come invece aveva Democrito ): per Aristotele i numeri non sono infinitamente divisibili (va detto che all'epoca non si conoscevano le frazioni ). L'infinito potenziale esiste, sia nel piccolo sia nel grande; questo però vale solo per la matematica, perchò invece nel mondo fisico non c'ò neppure in forma potenziale. Le considerazioni di Aristotele sulla matematica sono state importantissime per la storia tant'ò che ancora oggi abbiamo una concezione della matematica che ci deriva da Aristotele: per noi, come per Aristotele, i numeri sono astrazioni e non realtà  di per sò esistenti (come era invece per Platone: il due esisteva perchò imitava l'idea di due): per Platone il due di per sò non esiste: lo si ricava tramite quel processo di astrazione che abbiamo prima spiegato: ci sono due libri, due penne... Comunque ancora oggi la questione non ò stata risolta e c'ò ancora chi sostiene che i numeri esistano davvero come realtà  a sò stanti, schierandosi così dalla parte di Platone: il ragionamento che li porta a dire che esistano indipendentemente dalla realtà  ò riassumibile in questi termini: se nessuno contasse più, i numeri continuerebbero ad esistere? I semiplatonici dicono di sì. Però ad Aristotele la matematica non interessa molto, a differenza di Platone che era legato ai Pitagorici: la fisica aristotelica torna ad essere una fisica puramente qualitativa. Se ci chiedessimo se nella concezione della realtà  ò più moderno Platone o Aristotele la risposta non sarebbe facilissima: Aristotele riconosce un'autonomia del mondo fisico (indipendente dal mondo delle idee); però Platone ha un carattere quantitativo nello studio della realtà : lo si può definire un precursore della fisica moderna; per Platone infatti non si può studiare il mondo sensibile senza applicare la matematica. Il motore che avvia la ricerca del sapere ò ravvisato da Aristotele nell meraviglia, nel meravigliarsi e nel chiedere "perchò? ". La meraviglia dà  quindi avvio ad una ricerca volta a dare risposta a questa domanda e segna la transizione dal che (l'oti) al perchò (il dioti). Per Aristotele la scienza trova la sua espressione nel linguaggio e precisamente nei discorsi. Nei dialoghi la logica svolge un ruolo fondamentale: essa era stata inventata in epoche precedenti ad Aristotele; pensiamo a Parmenide (identità , contraddizione) o a Platone (soprattutto nel "Sofista" ): però non era ancora chiaro fino in fondo il carattere formale della logica: veniva solo applicata ad aspetti concreti. Aristotele invece ò stato l'inventore di un metodo: la sostituzione delle proposizioni con le lettere (cosa che si usa adesso soprattutto in matematica): a ò un numero qualsiasi, non si sa quale, ma sarà  sempre quello. Ciò implica la possibilità  di studiare le strutture a prescindere dai contenuti. In realtà  la parola "logica" ò stata coniata dagli Stoici ed ha avuto gran successo: la logica ò quella che studia il "logos", il pensiero. In realtà  Aristotele la chiamava ANALITICA (dal greco analuo, ana+luo = scomporre una realtà  complessa nei suoi elementi: proprio come le proposizioni sostituite dalle lettere ). Come detto, la logica non rientra nelle scienze perchò non ò scienza, però ò lo strumento delle scienze: mi consente di verificare la coerenza dei passaggi logici: essa di per sò non ha nessun oggetto. Logica deriva da logos, termine che significa tanto discorso quanto pensiero: ò come se prima di parlare ad alta voce si parlasse dentro di noi; lo studio di Aristotele in teoria studia, indaga il pensiero ma in realtà  studia il linguaggio perchò non si può avere accesso alle menti altrui per indagare il pensiero. Successivamente la logica diventerà  studio dei diversi tipi di discorso. Accanto ai libri di logica, Aristotele ha scritto la "Retorica": fa notare che noi siamo abituati a pensare che la forma classica del discorso ò quella in cui si predicano il soggetto ed il predicato: esempio " Socrate corre "; " Socrate ò ad Atene".