Filosofia Antica

  • Materia: Filosofia Antica
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Aristotele: L'etica

L'etica aristotelica.

Passiamo ora all'etica: primo concetto fondamentale ò quello di felicità ; l'etica di Aristotele ò un'etica eudaimonistica (che mira alla felicità ). Va però fatta una distinzione tra etica EUDAIMONISTICA ed EDONISTICA (che mira al piacere): Aristotele tende a descrivere come l'uomo si comporta e non come dovrebbe comportarsi. Dice che l'uomo mira alla felicità ; l'etica edonistica ò una variante dell'etica eudaimonistica. L'etica epicurea sarà  edonistica: l'uomo cerca il piacere. Aristotele non nega che il piacere abbia la sua importanza; ma la felicità  non ò il piacere, ò qualcosa di più ampio che contiene anche il piacere. L'etica di Aristotele ò eudaimonistica ma non edonistica. Il ragionamento di Aristotele ò questo: deve arrivare a capire quale ò il fine ultimo dell'uomo. Quindi dice che bisogna distinguere i fini in sò ed i fini che mirano a realizzarne altri: ò vero che ciascuno ha fini personali, ma in realtà  il fine ultimo di tutti ò la felicità : cosa vuoi fare? voglio acquisire un titolo di studio. Ma non ò un fine in se stesso: lo fai in funzione di qualcos'altro. Per svolgere una professione. Non ò un fine ultimo: lo fai per fare qualcos'altro: per avere soldi. Ma coi soldi voglio andare in vacanza. Ma perchò vuoi andare in vacanza? Per fare cose che mi piacciono. Perchò vuoi fare quelle cose? Perchò così sono felice. La felicità  ò il fine ultimo dell'uomo. Il piacere non ò il fine ultimo, ma accompagna e perfeziona ogni attività  e sarà  tanto migliore quanto migliore ò l'attività  che esso accompagna. La felicità  non viene mai concepita come far niente: ò sempre legata all'attività , sia fisica sia intellettiva: la felicità  ò l'atto di un'azione ben riuscita. Il piacere si accompagna a queste situazioni. Che cos'ò la felicità  per l'uomo? La felicità  deriva dall'esercizio di un'attività  e visto che la specificità  dell'uomo ò la razionalità , si può dire che la felicità  derivi dall'esercizio della ragione. Per gli animali in teoria non si può parlare di felicità , ma comunque la felicità  di un cavallo, per esempio, ò fare il cavallo. Lo stesso in un certo senso vale per l'uomo. E' meglio essere sani che malati, belli che brutti e così via, ma non ò l'elemento centrale: l'elemento centrale ò fare l'uomo, esecitare la ragione. Esercitare la ragione vorrà  dire due cose distinte. Aristotele ha distinto ragione teoretica (quella che ci fa conoscere) da ragione pratica (quella in grado di goverrnare razionalmente il nostro comportamento ). Questa distinziona delle funzioni della ragione governa la distinzione delle due tipologie di VIRTU': la parola virtù va intesa in senso più generico da come siamo abituati: in Greco ò "aretò" ed ò l'eccellenza, ciò che fa sì che l'uomo sia veramente uomo, esercitando al meglio le facoltà  che gli sono proprie. Ci sono le virtù etiche e le virtù dianoetiche, che riguardano la ragione, la virtù teoretica di per se stessa: le etiche riguardano l'uso della ragione volto a finalità  pratiche, mentre le dianoetiche riguardano l'uso della ragione di per se stessa. Le etiche invece hanno a che fare con il costume, l'ethos (il mos latino). Sono legate a funzioni pratiche. Aristotele considera le virtù etiche come "habitus", la tendenza di fondo a comportarsi in un determinato modo. Nella fattispecie la virtù ò habitus a comportarsi secondo la medietà : la mediocritas latina, la via di mezzo, l'evitare gli estremi. Aristotele in greco la chiama "MESOTES", la capacità  a tenere il giusto mezzo. La virtù ò quindi in generale la disposizione costante a cogliere la via di mezzo sempre. Cosa vuol dire? Ricordiamoci che quella aristotelica (come quella platonica) ò l'etica della metriopazia, del controllo delle passioni. Rispetto ad ogni passioni bisogna evitare sia l'eccesso sia l'eliminazione. Per passione intendiamo quegli istinti naturali che la ragione deve saper controllare. Prendiamo come esempio la virtù del coraggio: consisterà  in una habitus a mantenere il giusto mezzo di fronte ad una paura. Quale ò il giusto mezzo? Non la codardia, ma nemmeno la temerarietà . Consisterà  in una medietà . La medietà  di cui parla Aristotele ò più qualitativa che quantitativa: l'esempio classico di Aristotele ò quello della generosità : non si deve nò essere avari nò prodighi (lo dice anche Dante nel settimo canto dell'Inferno): la generosità  consiste nel dare il giusto. Se essere prodighi vuol dire dare 10 denari ed essere avari vuol dire darne 2, non ò che la generosità  consista nel darne 6 (che ò la media matematica): il giusto mezzo ò qualcosa di molto più sfumato. Essere generosi vuol dire cogliere il giusto comportamento in ogni singola circostanza. Non ò sempre la metà : a volte può essere di più, a volte meno. Chiaro che la generosoità  per chi ha tanti soldi ò diversa rispetto a chi ne ha pochi. Il problema ò questo: l'habitus ò innato o acquisito? Don Abbondio avrebbe optato per la prima ipotesi: il coraggio se non lo si ha non può nascere da sò. Aristotele non sarebbe d'accordo: per lui infatti c'ò il problema di un'apparenza di circolo vizioso che lui vuole risolvere. Quale ò? E' questa: compirà  azioni coraggiose chi ò coraggioso; però ò anche vero che ò compiendo azioni coraggiose che si acquisisce l'habitus. Quindi c'ò un circolo vizioso apparente: chi ò coraggioso compie azioni coraggiose, chi compie azioni coraggiose diventa coraggioso. In realtà  ò molto meno vizioso di quel che sembri: ò evidente che solo chi sa suonare il pianoforte suona bene il pianoforte. E' anche vero che non c'ò altra maniera per imparare a suonare il pianoforte che suonare il pianoforte. In realtà  cosa ò che realmente succede? In una sorta di circolarità  aperta mi si dice a livello teorico come fare un accordo con il piano: si acquisiscono pian piano le basi fino ad arrivare a suonare autonomamente. Non ò un circolo vizioso. E' presumibile che Aristotele intendesse dire che ci fossero proprio momenti in cui mettersi a tavolino e studiare il da farsi. La ragione pratica mi fa scegliere il comportamento giusto. Aristotele individua poi il concetto di giustizia distributiva e commutativa. E' un concetto già  intuito da Platone: la giustizia distributiva ò quella che distribuisce secondo certi parametri; quella commutativa ò quella che distribuisce in parti uguali. La giustizia distributiva distribuisce determinate cose a gruppi di persone: denaro, onore, potere... Ma secondo quale criterio? Aristotele sottolinea che i criteri variano a seconda del regime. I regimi democratici distribuivano il potere in base alla cittadinanza, quelli oligarchici in base alla ricchezza e così via. La commutativa ò quella che regola gli scambi: non ò una questione di proporzione, ma di uguaglianza. In poche parole, mentre con la distributiva ci sarà  chi riceverà  di più e chi di meno a seconda dei criteri in vigore, con la commutativa non ò così: negli atti di compravendita non conta che una persona sia nobile, bella ricca e altro... Se io vendo una cosa voglio che mi si dia in cambio lo stesso valore: ò irrilevante se sono più ricco, più bello... Aristotele dice che questo vale sia per i contratti volontari (come quello di compravendita) sia per quelli involontari. Lui definisce il furto "contratto involontario": uno prende ad un altro una cosa che l'altro non ò disposto a dargli; però vale anche qui la giustizia commutativa: bisogna punire il ladro in modo equivalente al danno che la vittima ha subito e questo vale per tutti. Da notare una cosa: ò uno dei tanti modi di concepire la punizione, ma non ò il solo. Poi Aristotele fa una classificazione delle virtù dianoetiche, che corrisponde all'elenco dei diversi tipi di scienze: l'arte (tekne), la saggezza (phronesis), la scienza, l'intelletto e la sapienza. Apparentemente non corrisponde: le scienze erano 3 e qui troviamo 5 nomi. In realtà  in pratica corrisponde: sono 5 virtù del sapere. L'arte corrisponde alle scienze poietiche (ò un sapere che mira a produrre), la saggezza corrisponde alle scienze pratiche (saggezza ò ben diverso da sapienza: ò il sapere che mi permette di governare il mio comportamento), tutte le altre 3 corrispondono alle teoretiche: la sapienza ò la somma di scienza ed intelletto: l'intelletto ò la capacità  di cogliere i principi di una dimostrazione, la scienza ò la capacità  di dimostrare. Mettendo insieme queste due facoltà  ottengo la sapienza. C'ò una sovrapposizione tra le scienze etiche e tra le dianoetiche: la saggezza: ò una forma del sapere, ma essendo forma di sapoere che riguarda il saper fare, il comportarsi ò chiaro che ò la ragione che mi consente di sviluppare le virtù etiche: le scelte umane si fanno con la saggezza. Il tema conclusivo dell'etica ò l'AMICIZIA: ci son diversi tipi di amicizia: a) per utilità : sono amico di uno perchò ne traggo vantaggi; b) per piacere: sono amico di uno perchò mi fa piacere (magari ò una persona divertente); c) amicizia disinteressata, fondata sulla virtù: lega i buoni ed i buoni naturalmente. L'amicizia non ò necessariamente legata all'utilità  o al piacere; come nella politica dicevamo che l'uomo per natura ò animale politico, qui l'uomo per natura cerca amicizie, ò animale socievole. Nessun uomo fa a meno di avere amicizie. La vera amicizia ò quella fondata sulla virtù: ò l'unica che lega buoni con buoni. Aristotele fa notare che se anche l'uomo potesse fare a meno da un punto di vista pratico delle amicizie, tenderebbe ugualmente ad averne. La conclusione ò incentrata sulla ricerca del modello ultimo di vita da imitare. Fa una distinzione che in Platone non c'era: Platone era molto socratico ed il sapiente platonico era quello che sapeva e che era giusto di conseguenza. In Aristotele c'ò collegamento tra scienza e virtù, ma non una sovrapposizione (come invece c'era per Platone ); sul piano umano il modello di vita ò quello fondato sulle virtù etiche: il modello del buon cittadino. In realtà  però le virtù dianoetiche sono superiori, però il seguire perfettamente le virtù dianoetiche ò un qualcosa di sovraumano. Chi ò il modello del sapiente che segue la virtù dianoetica? La divinità . Essa pensa sempre e all'oggetto supremo: una vita contemplativa, di studio, intellettuale. E' ancora superiore rispetto al cittadino, ma ò sovraumano: anche il filosofo che cerca di seguire le virtù dianoetiche si avvicina alla divinità . Ma la divinità  svolge quell'attività  di continuo, il filosofo lo può fare solo in qualche momento: ha esigenze biologiche, politiche, economiche... Solo in pochi momenti gode della virtù divina. E' una posizione intermedia quella di Aristotele. Il sapiente ò ancorato al divino in primo luogo perchò gli oggetti del suo sapere sono divini: egli infatti cerca di scoprire i principi e le cause che sono all'origine del mondo. Va poi detto che la divinità  stessa ò l'esatta proiezione della vita del sapiente: il pensare, la "theoria", ò l'attività  propria della divinità , che però a differenza del sapiente, la esercita ininterrottamente.