Filosofia Antica

  • Materia: Filosofia Antica
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Griglia riassuntiva su Aristotele.

Griglia riassuntiva su Aristotele.

esposizione impostazione di fondo • Esiste sì, come per il suo maestro Platone, un mondo intelligibile, spirituale e invisibile (i "Motori immobili"), ma ò pienamente reale anche il mondo sensibile, questo mondo, che ò fatto di sostanze materiali. • Se infatti per Platone centrale ò l'idea, realtà  perfetta e immutabile, per Aristotele centrale ò la sostanza, che ò anzitutto sostanza materiale, corporea. • Mentre Platone era quindi tutto proteso verso il mondo delle idee, che abbiamo già  visto prima e vedremo dopo dell'unione al corpo della nostra anima, per Aristotele questa, presente, ò la vera vita. Niente egli ci dice di una vita ultraterrena (che però nemmeno esclude). suddivisione del sapere tutto il sapere si suddivide ordinatamente: scienze teoretiche (mirano al sapere [per il sapere, cioò disinteressatamente]: la loro origine ò la meraviglia, non una utilità  operativa) o metafisica o matematica o fisica scienze pratiche o etica o politica scienze poietiche metafisica Il suo fine ò la contemplazione, cioò la conoscenza (disinteressata) della verità . Infatti, secondo Aristotele "tutti egli uomini, per natura, tendono al conoscere". "Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia (... ). Ora chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere (... ). Cosicchè se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall'ignoranza, ò evidente che ricercarono il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità  pratica. " (Met, A, 2, 982b) " Il fine della scienza teoretica ò la verità " (Met, , 1, 993b). Il che significa che c'ò nell'uomo il desiderio di conoscere la verità , e questo desiderio ò più forte di qualsiasi interesse pratico. L'uomo desidera sapere il senso della sua esistenza, come ò davvero, non piegandone la ricerca a un progetto predeterminato. La metafisica ha quattro significati fondamentali 1. aitiologia In quanto tale la metafisica ò scienza delle cause prime, ossia dei supremi perchè. Si possono in effetti conoscere dei perchè prossimi, che si costituiscono in realtà  come dei "come" in rapporto ai perchè supremi, alle cause prime, che la metafisca considera. Tali cause prime sono quattro: materiale, formale, efficiente (o agente) e finale. La causa materiale o materia ò il sostrato indeterminato, privo quindi di caratteri specifici. Di questa causa si sono occupati essenzialmente i primi filosofi (dalla scuola ionica a Eraclito). La causa formale o forma ò il fattore determinante, ciò che fa sì che la materia indeterminata assuma certi caratteri distintivi. Di questa causa si ò occupato in particolare Platone, con la sua teoria delle idee. La causa efficiente (o efficace, o agente) ò ciò da cui ò prodotto l'effetto: ò la causa nel senso corrente del termine. àˆ Empedocle ad aver per primo individuato questa causa, da lui collocata nelle forze di Amore e Odio. La causa finale o fine ò ciò verso cui tende la cosa causata. Di questa causa ha parlato soprattutto Anassagora, con la sua teoria del Nous, che organizza tutta la realtà  dei semi in modo ordinato e finalizzato. Materia e forma sono principi intrinseci alla cosa, al punto che non si possono scindere. Causa efficiente e finale sono invece estrinseci alla cosa causata, la prima precedendola, la seconda seguendola. 2. ontologia "Vi ò una scienza che studia l'essere in quanto essere e le proprietà  che gli competono in quanto tale", afferma Aristotele all'inizio del libro Gamma. La metafisica ò infatti, nel suo secondo senso, scienza dell'essere in quanto essere. [analogia=uni- molteplicità  dell'essere] L'essere, ciò che ò in ogni cosa, ò al contempo uno (identico nelle diverse cose) e molteplice (poichè le cose sono comunque molte), ossia ò analogo. Aristotele afferma quindi la analogia dell'essere. [unità  dell'essere] In quanto uno, l'essere ha delle leggi, dei principi a cui obbedisce: il principio di identità , di non- contraddizione e del "terzo escluso", per cui ò impossibile che la stessa cosa sia e non sia (᠃ 2;ɦ 72;= 550; 1545; G, 3, 1005b 19/20). Come si dimostrano tali principi supremi? Non possono essere dimostrati positivamente. àˆ da pazzi dice infatti Aristotele, chiedere la dimostrazione di tutto: alcune cose sono autodimostrantesi: sono evidenti. Se si pretendesse di dimostrare tutto si cadrebbe in un circolo vizioso: si dimostrerebbe A con B, B con C e così via, fino a Z, che sarebbe dimostrata con A. Ilche sospenderebbe il tutto a una ultima non dimostrazione. Da un lato quindi i principi supremi sono immediatamente evidenti. Tuttavia una qualche forma di dimostrazione esiste: per assurdo. Mostrando che chi volesse negarli non potrebbe essere coerente. Chi volesse negare i principi supremi dovrebbe essere come un tronco (): infatti qualsiasi parola o discorso uno pronunzi intende dare con ciò stesso un senso preciso al suo discorso o alla sua parola. Nessuno parla per dire una cosa e il suo contrario e infinite altre cose. Ma così dovrebbe essere se il principio di non contraddizione non fosse vero. Il che dimostra che ò impossibile, di fatto, negarlo (, cap. 4/6). [molteplicità  dell'essere] Si danno quattro significati fondamentali dell'essere: / [ideale] ("secondo il vero e il falso") essere / accidentale (katà  symbebekòs) \ [reale] / secondo potenza e atto (essere in senso dinamico) \ [necessario] \ secondo le categorie (essere in senso statico-strutturale) specificazioni 1. Essere secondo il vero e il falso (to on os alethòs): ò l'essere in quanto pensato: solo questo essere può essere falso; infatti la falsità  ò solo nel giudizio del soggetto che non si "adegua" all'oggettività  del reale. Non esistono "cose false", ma pensieri falsi. Il che significa che l'esssere in senso vero e proprio coincide col vero. Il che ò molto prossimo al dire che la realtà  non inganna, ma ò il soggetto umano a porre diaframmi alla verità , a cercare di alterare ciò che di per sò sarebbe retto e limpido. 2. Essere accidentale: ò l'essere che di fatto si trova ad accadere, ma potrebbe anche non accadere; ò senza essere radicato nelle profondità  necessarie delle strutture intelligibili che costituiscono l'intelaiatura del reale. Di fatto ò accidentale ogni realtà  particolare e ogni evento concreto. Necessarie sono solo le struttura inteligibili, le nature specifiche e le leggi universali. Questo significa che per Aristotele io che scrivo e tu che leggi esistiamo per un caso, e per caso ci ò accaduto nella vita quello che ci ò accaduto: il particolare in quanto tale non ha senso, ò assurdo. Sensato ò unicamente l'universale. Ma in questo modo, per Aristotele, la vita concreta non ò salvata. 3. Essere secondo potenza e atto. Con questi concetti Aristotele imposta la sua soluzione al problema della contraddittorietà  del divenire, quale la aveva prospettata Parmenide. Per il quale il divenire ò l'essere del non essere e il non essere dell'essere. Invece il passaggio ò non dal non-essere (assoluto) ma da quel non-essere relativo che ò l'essere potenziale all'essere attuale. Il che non implica contraddizione. Essere potenziale ò ad esempio il seme rispetto alla piante che se ne svilupperà : il seme ò in atto seme, e in potenza pianta. 4. Essere secondo le categorie. Ossia sostanza, qualità , quantità , luogo, tempo, relazione, agire, patire. Una distinzione essenziale va fatta tra la categoria di sostanza, che ò la principale, e quelle degli "accidenti". Solo la sostanza "sussiste", mentre gli accidenti "ineriscono" alla sostanza, come sue determinazioni. Non esiste il verde in sò, ma il verde di una data sostanza (ad esempio di una pianta), mentre la pianta esiste in sò stessa, non "appoggiandosi" ad altro, non inerendo. 3. usiologia Nell'essere, tra i vari tipi di essere un posto centrale lo occupa la sostanza. Sostanza ò un essere che non inerisce ad altro, ma ò sostrato di inerenza di altro (cioò degli accidenti). Le caratteristiche della sostanza sono le seguenti: • unità  (la sostanza deve essere un che di uno: un sasso ò una sostanza, un mucchio di sassi no) • determinatezza (deve essere un tode tì, deve potersi indicare concretamente) • indipendenza (appunto in quanto la sostanza sussiste, e non inerisce: un maglione ò sostanza, il blu no, perchè ò sempre blu di qualcosa, di qualche sostanza, ad esempio blu del maglione) • attualità  (deve essere qualcosa di attuale, di reale: il seme che ò seme ora, ò sostanza, la pianta che il seme può diventare, sviluppandosi, non ò sostanza, finchè il seme resta seme). In base a tali presupposti può essere detto sostanza: non la materia: che non ò attuale, nò determinata, nò indipendente, nò davvero una nemmeno, sotto ogni aspetto, la pura forma, che nelle sostanze corporee non ò indipendente, pur essendo determinata, una e attuale ma il sinolo di forma e materia: questa ò la vera sostanza che costituisce il mondo fisico, da noi immediatamente conosciuto. 4. teologia tra le varie sostanze centrale ò la sostanza prima, il Motore Immobile, che, pur invisibile e spirituale, può essere affermato a partire dal divenire che constatiamo nel mondo fisico. Il Motore Immobile, suprema perfezione della realtà , ò eternamente felice nella contemplazione di sò stesso, ma non conosce altro fuori che sò (=non ò creatore del mondo, nò provvidenza: ò il mondo che "va" verso di lui, come verso il suo Fine) fisica • il mondo sensibile ò fatto da sostanze, composte di materia e di forma, e divenienti; • il loro divenire può essere di diversi tipi (locale, qualitativo, quantitativo, sostanziale), ed ha necessariamente delle cause. • le sostanze corporee sono collocate in uno spazio, che ò finito, mentre divengono nel tempo che ò infinito (=il mondo ò eterno). etica • L'uomo organizza tutto il suo agire in vista di un fine, e i fini particolari sono subordinati a un fine ultimo; • di fatto i diversi uomini hanni diversi fini ultimi (il denaro, il piacere, il successo, etc. ), ma ciò non toglie che il vero fine ultimo, quello commisurato alla natura umana sia uno solo. • esso non può essere il piacere (comune agli animali), nò la ricchezza (che ò puro strumento-per), nò il successo e la gloria, che sono esteriori all'uomo; esso ò la realizzazione ciò che di più proprio abbiamo come uomini, e al contempo la più perfetta partecipazione possibile alla vita del Motore Immobile: la contemplazione della verità  intelligibile. • di fatto solo pochi uomini possono raggiungere tale fine ultimo • tutti invece possono coltivare le virtù, ognuna delle quali ò giusto mezzo tra due estremi (esempio il coraggio lo ò tra viltà  e temerarietà ) politica • L'uomo ò per natura socievole • la forma migliore di società  ò quella basata sul "giusto mezzo": una "polis" non troppo grande nò troppo piccola, non governata nò da una troppo ristretta oligarchia nò dalla massa del popolo, incline a farsi condizionare dalle emozioni; • esistono differenze qualitative tra gli esseri umani: i liberi sono superiori agli schiavi, i greci ai barbari, gli uomini alle donne e ai figli.