Filosofia Antica

  • Materia: Filosofia Antica
  • Visto: 4393
  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Platone: La biga alata

Platone: descrizione del mito della biga alata.

Un mito molto interessante ò quello raccontato nel "Fedro", una dei dialoghi più conosciuti: Platone tratta qui un argomento non pienamente raggiungibile con la ragione, anche se il nucleo ò alquanto razionale: racconta dell'esistenza dell'anima e dell'incarnazione. Per Platone l'anima ò una biga trainata da cavalli alati: essa ò composta da tre elementi: un auriga e due cavalli. Nell'esistenza prenatale le anime degli uomini stavano con quelle degli dei nel cielo, con la possibilità  di raggiungere un livello superiore, l'iperuranio, una realtà  al di là  del mondo fisico che si riconnette alla celeberrima teoria delle idee, che esamineremo in seguito, secondo la quale vi erano due livelli di realtà : il nostro mondo e le idee. L'auriga impersonificava l'elemento razionale, mentre i cavalli quelli irrazionali: ciò significa che la nostra anima ò per Platone costituita da elementi razionali ed irrazionali. Dei due cavalli, uno, di colore bianco, ò un destriero da corsa ubbidiente e con spirito competitivo, l'altro, nero, ò tozzo, recalcitrante ed incapace: compito dell'auriga ò riuscire a dominarli grazie alla sua abilità  e alla collaborazione del bianco. Il nero si ribella all'auriga (la ragione)e rappresenta le passioni più infime e basse, legate al corpo. Il bianco rappresenta le passioni spirituali, più elevate e sublimi. Significa che non tutti gli aspetti irrazionali sono negativi e che ò comunque impossibile eliminarli: si possono solo controllare con la "metriopazia", la regolazione delle passioni. E' una metafora efficace perchò ò vero che guida l'auriga, ma senza i cavalli la biga non si muove: significa che le passioni sono fondamentali per la vita. Sta anche a significare che soltanto alla parte razionale, in quanto dotata di sapere, spetta il governo dell'anima. Anche le anime degli dei hanno i cavalli, ma solo bianchi. Lo scopo ò arrivare all'altopiano dell'iperuranio: gli dei non incontrano particolari difficoltà , mentre le bighe delle anime umane hanno seri problemi perchò si creano ingorghi ed i cavalli neri tendono a volare nella direzione opposta, verso il basso. Accade spesso che le ali dei cavalli si spezzino e la biga precipiti sulla terra: questa ò l'incarnazione. Una volta arrivato sulla terra, l'uomo non si ricorda più dell'altra dimensione, e vive con nostalgia: la vita dell'uomo non ò nient'altro che un tentativo di tornare a quella situazione primordiale e le vie da percorrere per raggiungerla sono due, vale a dire la filosofia, che ci consente di vedere le ombre di quel mondo splendido, di cui quello terreno ò solo un'imitazione, e la bellezza, una via più semplice, che fa nascere l'amore; se ha la meglio il cavallo bianco guidato dall'auriga l'amore assumerà  connotazioni sublimi, se vincerà  quello nero sarà  un amore puramente fisico. La bellezza ò una delle tante idee e filtra facilmente nel mondo sensibile perchò ò coglibile per tutti grazie ad un senso, la vista. Secondo Platone per gli occhi degli innamorati intercorre un fluido che scorre fino al punto dove le ali dei cavalli s'erano spezzate cosi' che si ricreano e si può tornare alla dimensione primordiale: il liquido che viene a contatto con l'ala spezzata le dà  nuovo vigore facendola rispuntare; proprio quando essa sta ricrescendo, esattamente come i primi denti che spuntano, fa soffrire. Quando si ò vicini alla persona amata, contemplandola scorre nuovo flusso che fa passare il dolore dell'anima alimentandola. Quando si ò lontani dalla persona amata, invece, non arrivando più il flusso, le ali si inaridiscono e si seccano, accentuando il dolore e la sofferenza. Quindi l'innamorato farà  di tutto per vedere il più spesso possibile la persona amata e solo in sua presenza starà  bene. Il concetto di amore platonico che abbiamo oggi deriva dal medioevo e non ò completamente corretto in quanto i Medioevali credevano che per un innalzamento spirituale non ci dovesse essere amore fisico; per Platone c'ò una scala gerarchica dell'amore: nei gradini più bassi si trova l'amore fisico, ma per arrivare in cima ad una scala bisogna percorrere tutti i gradini. Per Platone l'anima ed il corpo hanno caratteristiche opposte: l'una ò spirituale e legata all'Iperuranio, alla dimensione delle idee, mentre l'altro ò puramente materiale, affine al mondo sensibile e terreno, e soprattutto ò mortale. Mentre il corpo spinge l'uomo a cercare piaceri sensibili e di livello basso, l'anima lo induce a cercare piaceri sublimi e spirituali. Va senz'altro notato come Platone riprenda la teoria dei Pitagorici(e degli Orfici)secondo la quale il corpo ò la prigione dell'anima(si giocava sulla parola greca "soma"che indica il corpo e "sema", che indica invece la prigione). Il contrasto anima-corpo lo si affronta anche da un punto di vista gnosologico: il corpo talvolta ci aiuta a conoscere, talvolta ci ostacola: se si disegna un triangolo rettangolo e ci si ragiona, da un lato può essere un aiuto per passare all'astrazione e passare all'idea di triangolo, che ò ben diversa dal triangolo disegnato che ò solo un'imitazione mal riuscita, dall'altro può essere un ostacolo se ci si limita a ragionare su quel singolo triangolo senza passare al livello di astrazione. La principale differenza tra l'amore di oggi e quello dei tempi di Platone ò che al giorno d'oggi abbiamo in mente un amore "bilanciato", biunivoco, dove i due amanti si amano reciprocamente; ai tempi di Platone era univoco, uno amava e l'altro si faceva amare: nel mondo greco o l'uomo amava la donna o l'uomo amava l'uomo: l'omosessualità  era diffusissima. Talvolta ci poteva essere un amore biunivoco, che Platone spiegava ricorrendo sempre alla teoria del flusso che intercorre tra gli occhi: secondo lui poteva venirsi a creare una situazione di "specchio": in realtà  l'amato vede negli occhi di chi lo ama se stesso perchò vede riflessa la propria bellezza; ò una concezione mitica che rievoca i celeberrimi versi di Dante: "amor, ch'a nullo amato amar perdona. . . ": ò come se chi ò amato si innamorasse del sentimento stesso.