Filosofia Antica

  • Materia: Filosofia Antica
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Platone: La seconda navigazione

La base della filosofia di Platone.

In ogni grande autore ci sono passi che contengono i cardini del suo pensiero. Così avviene anche in Platone, malgrado i limiti da lui imposti alla scrittura. In particolare si pone in primo piano un passo del Fedone, in cui Platone descrive quella che, con un'immagine emblematica, ha chiamato la sua " seconda navigazione " che lo ha portato alla scoperta della vera causa delle cose. La seconda navigazione è una metafora desunta dal linguaggio marinaresco e indica quella navigazione che si intraprende quando cadono i venti e la nave rimane ferma: in tale circostanza si deve por mano ai remi, e in tal modo, con la forza delle braccia, si esce dalla situazione prodotta dall'incombere della bonaccia. La " prima navigazione " fatta con le vele al vento corrisponde al tragitto compiuto da Platone sulla scia dei naturalisti e con il loro metodo, che lo ha lasciato in posizione di stallo. La " seconda navigazione ", assai più faticosa ed impegnativa, è quella condotta con il nuovo metodo dei ragionamenti che portano al trascendimento della sfera del sensibile e alla conquista del soprasensibile. Questo passo è per molti " una pietra miliare nella storia del pensiero occidentale ", in quanto ne segna una svolta decisiva, perchò costituisce " la prima dimostrazione razionale dell'esistenza di un essere oltre quello sensibile, ossia di una realtà  soprasensibile e trascendente ". I problemi più importanti della filosofia ( ci dice Platone ) risultano strettamente legati al problema della generazione, della corruzione e dell'essere delle cose, e in particolare al problema di fondo del perchò esse nascono, perchò si corrompono, e perchò sono. Ebbene Platone dice, per bocca di Socrate, di essere partito da giovane proprio da questi problemi di fondo e di aver cercato di risolverli sulla scia delle indagini condotte dai filosofi naturalisti. Ma, rimanendo nell'ambito dell'indagine della natura propria di questi filosofi, le risposte a questi problemi risultavano di carattere puramente fisico-naturalistico. La vita deriverebbe dai processi del caldo e del freddo. Il pensiero deriverebbe dal sangue, o dall'aria, o dal fuoco o dal cervello come organo fisico. E in modo analogo si spiegherebbero tutte le altre cose. Ma in realtà  questi tipi di spiegazione risultano essere inconsistenti e contradditori e creano difficoltà  dalle quali non si può uscire ( portano nella posizione di stallo della bonaccia ). Fra i filosofi naturalisti, uno poteva sembrare, di primo acchito, in grado di far uscire dalle difficoltà , ossia Anassagora, con la sua dottrina dell' Intelligenza, che dovrebbe essre la vera causa delle cose. Ma a questa affermazione, di per sò eccellente, Anassagora non seppe dare adeguato fondamento. Il metodo di ricerca di carattere naturalistico che egli seguiva, non poteva permetterlo. In effetti, affermare che l'Intelligenza è la causa che ordina e fa essere tutte le cose, significa dire che essa dispone tutte le cose nella migliore maniera possibile. Ma questo implica che l'Intelligenza e il Bene siano connessi in modo strutturale e che la prima si possa ben comprendere solamente in relazione con il secondo. In particolare Anassagora sostenendo la tesi dell'Intelligenza come causa delle cose, avrebbe dovuto spiegare il criterio del meglio in funzione del quale essa opera, con tutto ciò che da questo consegue. Insomma, avrebbe dovuto spiegare come tutti i fenomeni siano strutturati in funzione del meglio, e quindi presupponendo una precisa conoscenza del meglio e del peggio, ossia del Bene e del Male. Ma Anassagora non ha saputo far questo, e non ha collegato l'Intelligenza con il meglio, ossia con il Bene e ha continuato ad assegnare agli elementi fisici un ruolo di causa determinante. Mentre gli elementi fisici sono solo " una causa ausiliare, non la vera causa ". E per far ben capire questo suo pensiero, Platone mette in bocca a Socrate un esempio esplicativo divenuto assai noto. Se vogliamo spiegare la vera causa per cui Socrate è venuto in carcere e vi è rimasto, noi non possiamo riferirci a cause fisiche, come ad esempio i suoi organi di locomozione, le sue ossa, i suoi nervi e così via. Dobbiamo invece ricorrere alla scelta da lui fatta con l'Intelligenza del giusto e del meglio. E' evidente che, se non avesse gli organi fisici del suo corpo, Socrate non potrebbe fare le cose che vuole fare; ma egli non agisce a causa di questi organi, ma solo mediante questi organi, in funzione di una causa superiore. La vera causa, ossia la causa reale, è appunto l' Intelligenza di Socrate, che opera in funzione del meglio. Dunque per legare e tenere insieme le cose, occorre guadagnare quel meglio, ossia quel Bene in funzione del quale opera l'Intelligenza, il quale sta al di là  del fisico e del sensibile; occorre quindi guadagnare il piano dell'essere intellegibile, o, come si dirà  con un termine posteriore, l'essere metafisico. Bisognerà  insomma superare il metodo fondato sulle sensazioni e guadagnare il metodo fondato sui " logoi ", e mediante esso cercare di cogliere la verità  delle cose. E la verità  delle cose sta appunto nelle realtà  intellegibili, che Platone ha chiamato Idee, pure forme, eterni modelli delle cose, rispetto alle quali le cose sensibili sono un mezzo o strumento di realizzazione, non quindi l'essenza delle cose, ma ciò mediante cui l'essenza si realizza nella sfera del sensibile. Platone fa esempi molto chiari. Se vogliamo spiegare le cose belle, noi non possiamo fare riferimento agli elementi fisici da cui sono costituite, come ad esempio il materiale di cui sono fatte, il colore, la figura fisica e simili; dobbiamo invece ricorrere all'idea del bello, ossia la bellezza in sò.