Filosofia Antica

  • Materia: Filosofia Antica
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Platone: L'immortalità dell'anima

L'anima in Platone.

Platone parte dalla definizione dell' uomo data da Socrate, e la porta alle estreme conseguenze, a tutti i livelli. La definizione che Socrate ha dato dell' uomo è stata rivoluzionaria: l' uomo è la sua anima; il corpo è come lo strumento di cui essa si avvale. Prima di Socrate l' anima aveva differenti significati. In Omero è la larva inconsapevole che resta dell' uomo che va agli inferi. Negli Orfici è un dòmone, che per un' originaria colpa commessa cade in un corpo, da cui, sia attraverso le trasmigrazioni, sia mediante le purificazioni, tornerà  a liberarsi. Ma essa non coincide con la razionalità  dell' uomo. Nei Presocratici è stata in vario modo connessa col principio, ma in modo ancora generico. Con Socrate l' anima diventa ciò per cui l' uomo conosce e determina la sua vita morale. E da Socrate in poi è questo il senso che la parola anima ha assunto. Ma Socrate ha lasciato ancora aperto un problema: quello dell' immortalità . Dal punto di vista della credenza, egli propendeva nettamente per l' immortalità  dell' anima; ma, dal punto di vista teoretico, non aveva ancora guadagnato quei fondamenti metafisici, in base ai quali questa credenza poteva venir dimostrata razionalmente. E' appunto questo il problema che Platone si è assunto, con tutte le conseguenze che ne derivano. L' opera in cui per la prima volta questo problema viene posto in modo radicale è " Il Gorgia ". E proprio sull' impostazione che Platone dà  al problema in questo dialogo bisogna concentrarsi per ben comprenderlo. Socrate il giusto è stato ucciso, e l' ingiusto sembra invece trionfare. Il virtuoso e il giusto sono in balìa dell' ingiusto e ne soffrono i soprusi. I viziosi e gli ingiusti sembrano invece felici e soddisfatti delle loro prepotenze. Il politico giusto soccombe, mentre quello senza scrupoli si impone. Dovrebbe trionfare il bene, e invece sembra che trionfi il male. Da che parte sta allora il vero ? Callicle, uno dei protagonisti del " Gorgia ", che dà  voce alle tendenze estremistiche che erano maturate in quei tempi con gli epigoni dei sofisti, non esita a proclamare, con sfrontata impudenza, che la verità  è dalla parte del più forte, cioò di colui che sa farsi beffa di tutto e di tutti, sa godersi ogni piacere, sa soddisfare tutte le sue passioni e sa saziare qualsiasi suo desiderio. La giustizia è una invenzione, a suo avviso, dei deboli, la virtù è una sciocchezza e la temperanza una assurdità . Chi si astiene dai piaceri e si modera è uno stolto, perchò la vita che costui vive, in realtà , è uguale alla morte. Proprio in risposta a questa concezione estrema Platone recupera le verità  orfico - pitagoriche, le fonda sulle basi della sua metafisica, spingendo molto oltre Socrate, anche se sulla scia da lui tracciata. Callicle e tutti coloro di cui Callicle è simbolo dicono che la vita del virtuoso, che mortifica gli istinti, è vita senza senso, e quindi morte. Ma che cosa è la vita e che cosa la morte ? Non potrebbe aver ragione chi dice: " Chi può sapere se vivere non sia morire e morire non sia vivere ? ". E' chiaro allora che per Platone diventa risolutiva proprio la risposta a quel problema che Socrate aveva volutamente lasciato insoluto, ossia il problema dell' immortalità  e delle sorti escatologiche dell' anima. Infatti, se l' anima fosse mortale e se, con la morte del corpo, anche lo spirito dell' uomo si dissolvesse, allora la dottrina di Socrate, da sola, non basterebbe a confutare quella di Callicle. Per conseguenza, la dottrina dell' immortalità  emerge in primo piano e conferisce una nuova dimensione all' etica e alla politica. Vivere per il corpo, come fanno molti uomini, significa vivere per ciò che è destinato a morire; vivere, invece, per l' anima significa vivere per ciò che è destinato ad essere sempre. L' uomo giusto che in questa vita viene ucciso, perde il corpo, ossia ciò che è mortale, ma salva l' anima, che è, invece, immortale. E' evidente dunque che le prove dell' immortalità  dell' anima rivestono una grandissima importanza nel pensiero di Platone, perchò devono portare questa problematica dal piano della semplice credenza a un piano filosofico di dimostrazione razionale coerente e consistente. Platone si concentra su questo problema nel " Fedone ". Delle tre e molto complesse e articolate prove dell' immortalità , qui ricordiamo il nocciolo della seconda, particolarmente significativo. L' anima umana è capace di conoscere cose " immutabili ed eterne ". Ma la condizione necessaria e indispensabile per cui essa possa conoscere queste cose, è che essa abbia una natura loro affine, altrimenti queste rimarrebbero al di fuori delle sue capacità . Ebbene, come quelle cose sono immutabili ed eterne, così anche l' anima deve essere ontologicamente immutabile ed immortale. E' questa una prova che porta alle estreme conseguenze il principio, già  ben radicato nel pensiero greco, che solo il simile conosce il proprio simile, ma riguadagnato sul piano metafisico, sulla base della scoperta del mondo intellegibile delle idee. Un' altra prova dell' immortalità  dell' anima è che essa, per dirla proprio alla Platone, partecipa più di ogni altra cosa all' idea di vita e, di conseguenza, come potrebbe partecipare anche a quella di morte ? Ulteriori prove Platone le fornisce nella " Repubblica " e nel " Fedro ". Nella " Repubblica " mostra che i mali del corpo distruggono il corpo, quelli dell' anima, anche portati alle estreme conseguenze, non la distruggono; il che significa appunto che è incorruttibile. Nel " Fedro ", infine, la prova viene concentrata intorno al concetto di automovimento. Ma la questione decisiva per risolvere in modo razionale il problema posto nel " Gorgia ", è quella strettamente connessa all' immortalità , ossia il problema della sorte dell' anima dopo la morte dell' uomo. La soluzione di questo problema Platone l' ha affidata ai grandi miti del " Gorgia ", del " Fedone " e della " Repubblica ". Il nucleo concettuale che permane identico nelle complesse variazioni e differenziazioni immaginifiche che vengono presentate in questi miti è il seguente. I buoni riceveranno un premio per le loro virtù. Quelli che vissero una vita media, e quindi commettendo colpe sanabili, sconteranno una pena che li purificherà  dall' ingiustizia commessa, mediante la sofferenza, perchò dall' ingiustizia, afferma Platone " non ci si può liberare in modo diverso ". Quelli che commisero ingiustizie insanabili saranno condannati nell' Ade a soffrire i patimenti più grandi. Fra le molte affermazioni che Platone fa sulle sorti delle anime nell' al di là , ne ricordiamo due del " Gorgia ", particolarmente rilevanti. Il supremo giudizio viene fatto sull' anima spoglia del corpo e di tutto ciò che sulla terra è legato alla dimensione del corporeo. E nell' anima di colui che viene giudicato " resta tutto ben visibile quando si sia spogliata del corpo e le sue caratteristiche costituzionali e le affezioni che l' uomo le ha procurato, mediante il modo di comportarsi in ciascuna circostanza ". Inoltre, Platone afferma che Zeus costituì come giudici nell' al di là  tre suoi figli. In questa affermazione fa veramente impressione l' analogia con l' affermazione evangelica " Il Padre non giudica nessuno, ma affida il giudizio al figlio ". Questa concezione dell' al di là  si intreccia con la dottrina orfico-pitagorica della metempsicosi, che può portare le anime vissute in modo malvagio a reincarnarsi in corpi di animali, con cicli complessi, che nel " Fedro " vengono presentati come concludentisi, in ogni caso, con un ritorno alle origini divine dopo 10000 anni, e 3000 per i filosofi che hanno saputo vivere la loro vita per tre volte consecutive in dimensione dell' amore filosofico. Ma lasciando questo quadro dell' immaginario che Platone stesso ci ha detto di intendere non già  vero nei particolari, ma solo nel " suo significato di fondo ", traiamo le conclusioni su questo punto. Il pensiero essenziale dell' etica così come nella politica di Platone sta in questo. Ciascuno deve cercare di fare ordine nel disordine delle passioni del proprio animo, così come deve cercare di portare ordine nel disordine che si trova nella società  e nello Stato. Fare questo significa " portare unità  nella molteplicità  e mediare le varie scissioni con la giusta misura in tutti i sensi ". Questo Platone ci dice in varie maniere sia nella " Repubblica ", sia anche nelle " Leggi ". E fare questo significa operare come il Demiurgo quando ha prodotto il mondo, trasformando l' originario caos nel cosmo, legando i molti con l' uno e l' uno coi molti. La " imitazione di dio ", che Platone a più riprese indica come fine supremo dell' etica così come della politica, consiste appunto nell' agire come ha agito dio, producendo il mondo, il quale altro non è che cosmo e ordine.