Filosofia del 1600

  • Materia: Filosofia del 1600
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Cartesio: Il soggetto e Dio

La spiritualità di Cartesio.

Il soggetto - l' "io" - ò dunque certo di esistere come essere pensante. Al pensiero Cartesio riconosce infatti una dimensione ontologica: esso non ò soltanto una facoltà , ma una sostanza vero e proprio. Ma che cosa ò il pensiero? Con la parola pensiero io intendo tutto quel che accade in noi in tal modo che noi lo percepiamo immediatamente per noi stessi; ecco perchò non solo intendere, volere, immaginare, ma anche sentire ò qui lo stesso che pensare ( Princìpi ). La sostanza pensante ha quindi una valenza insieme teoretica e pratica: essa esprime da un lato i modi in cui si formano le rappresentazioni attraverso l' intelletto ( concepire, immaginare, ma anche sentire sensorialmente ), dall' altro i modi in cui il soggetto opera per mezzo della volontà  (desiderare, provare avversione, affermare, negare, dubitare). Oltrechò della propria esistenza il soggetto ò certo anche delle proprie idee, che sono per Cartesio l' oggetto immediato del pensiero stesso, cioò le rappresentazioni che il soggetto necessariamente ha nell' atto stesso del pensare. Prendo il nome di idea per tutto ciò che ò concepito immediatamente dallo spirito (Meditazioni filosofiche, Risposte alle Terze obiezioni). Viene quindi esclusa da Cartesio ogni forma di platonismo che riconosca alle idee una realtà  autonoma e indipendente dal soggetto che le pensa: le idee esistono solo nella misura in cui vengono pensate. Rimane invece dubbia sia l' esistenza corporea del soggetto, poichò il corpo ò qualcosa di diverso dalla sostanza pensante, sia quella della realtà  esterna in generale, poichò le idee potrebbero non avere alcuna corrispondenza reale. E' quindi parimenti esclusa ogni forma di aristotelismo, che consideri l' elemento materiale come componente essenziale della sostanza. L' unico modo per garantire l' esistenza al di fuori del soggetto - cioò l' unico modo per uscire dal rischio di una concezione solipsistica, che affermi la sola esistenza del soggetto pensante - ò individuare un' idea tale da rimandare immediatamente a una realtà  esterna. Ora, Cartesio distingue tre tipi di idee. Le idee INNATE corrispondono a verità  conseguibili per il solo esercizio del pensiero (per esempio le verità  matematiche). Le idee AVVENTIZIE sono quelle che sembrano provenirci dall' esterno, come le immagini degli oggetti d' esperienza. Le idee FATTIZIE, infine sono quelle costruite o inventate dal soggetto stesso (per esempio le sirene e gli ippogrifi). Ma le idee fattizie per definizione non possono rinviare ad alcuna realtà  esterna ( esistono solo nel nostro pensiero ); e, analogicamente, delle idee avventizie si può dubitare che provengano veramente dall' esterno e che non siano invece prodotte da una mia inconsapevole facoltà  rappresentativa. Rimane quindi soltanto la possibilità  che il necessario rimando a esistenza esterna sia implicito in un' idea innata. Tale ò per Cartesio l' idea di Dio. Infatti, in base al principio che la causa dev' essere eguale o maggiore all' effetto prodotto, l' idea di Dio che equivale all' idea della perfezione, non può essere prodotta dall'uomo (la cui imperfezione emerge chiaramente dal fatto stesso di dubitare) nò dalle cose esterne (la cui imperfezione risulta in maniera evidente dal fatto che posso dubitare della loro esistenza). L' idea della perfezione divina deve quindi provenire necessariamente da un Essere perfetto che esiste realmente al di fuori dell' idea che ho io di lui. In ciò consiste la prima delle dimostrazioni dell' esistenza di Dio adottate da Cartesio. La seconda, strettamente connessa alla prima, muove dalla mia consapevolezza di essere imperfetto. Ciò significa che io non sono causa della mia esistenza, poichò se fossi stato in grado di dare a me stesso l' essere, mi sarei dato anche quelle perfezioni ( infinità , onnipotenza, onniscienza ) di cui ho l' idea. Di conseguenza deve esistere un Dio che mi ha portato all' esistenza, oltre a possedere realmente tutte le perfezioni che io posso soltanto pensare. Alla prima e alla seconda dimostrazione - entrambe fondate sul rapporto tra perfezione divina e imperfezione umana - si potrebbe tuttavia obiettare che il soggetto, pur non essendo perfetto, ò in grado di pensare l' idea della perfezione come idea di ciò che gli manca, senza comportare con ciò l' esistenza reale di un essere perfetto che lo abbia prodotto. Ma questo per Cartesio ò impossibile perchò in tal caso si presupporrebbe una perfezione priva dell'attributo dell' esistenza, cioò una perfezione non perfetta. Con questa terza dimostrazione dell' esistenza di Dio Cartesio riprende la prova elaborata da Anselmo di Aosta ( e che Kant definirà  "ontologica"), in base alla quale l' esistenza ò già  implicita nel concetto stesso di perfezione. A quella prova Cartesio aggiunge soltanto la certezza delle proposizioni matematiche: L' esistenza non può essere separata dall' assenza di Dio più di quel che dall'essenza di un triangolo rettilineo possa essere separata l' equivalenza dei suoi tre angoli a due retti (Meditazioni). Dalla perfezione di Dio ò possibile dedurre anche i suoi attributi: egli ò spirito (il corpo esteso, potendo essere diviso in parti, ò imperfetto), pura intelligenza (la dipendenza dai sensi ò un limite), volontà  esclusivamente buona (il male ò assenza di perfezione). In quanto buono, Dio non può dunque esserci ingannatore. L' ipotesi del genio maligno che impiega il suo potere per ingannarci cade definitivamente. Oltre alla dimensione metafisica il Dio cartesiano viene ad avere una specifica valenza gnoseologica: Dio ò il garante della verità  conosciuta dal soggetto. In primo luogo Dio garantisce l' infallibilità  del lume naturale, quando esso venga correttamente usato. Il principio dell' evidenza, per cui si può accogliere come vero ciò che ò conosciuto con chiarezza e distinzione, trova dunque in Dio il suo fondamento ultimo. L' intelletto umano ò quindi di per se infallibile e onnipotente: l' errore non ò mai imputabile ad esso, bensì alla volontà , dalla quale dipende l'assenso che il soggetto può dare a una conscenza prima che essa risulti chiara e distinta. Il fatto di prendere per vero il falso presuppone dunque sempre un atto di precipitazione, con cui la volontà  prevarica l' intelletto impedendogli una corretta applicazione del metodo. Di conseguenza, Dio garantisce anche la realtà  di quel mondo esterno di cui abbiamo idee chiare e distinte. La sospensione del giudizio sulla realtà  diversa dalla sostanza pensante non ha più ragione di essere. Esiste dunque con certezza una sostanza con attributi opposti al pensiero, cioò una sostanza estesa e divisibile in parti, della quale sono composti tanto il nostro corpo quanto gli oggetti del mondo naturale.