Filosofia del 1600

  • Materia: Filosofia del 1600
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Cartesio: La morale

La morale cartesiana.

Nel Discorso sul metodo Cartesio aveva avvertito che, sul piano pratico, non è possibile sospendere il giudizio finchò non si ottenga l' evidenza, come deve invece avvenire nell' ambito delle conoscenze teoriche; per questo egli aveva formulato una morale provvisoria, articolata in alcune regole. Quattro sono le regole morali che Cartesio elabora nel Discorso sul metodo: 1 ) obbedire alle leggi e ai costumi in vigore nel proprio paese e di mantenere la religione nella quale si è stati educati; 2 ) perseverare con risoluzione nella decisione presa, sebbene essa possa sembrare dubitabile nel corso dell' esecuzione: occorre portare a termine ciò che è stato intrapreso; 3 ) cercare di dominare se stessi piuttosto che la fortuna e di cambiare i propri desideri piuttosto che l' ordine esterno delle cose; 4 ) dedicare tutta la vita allo sviluppo della ragione e alla ricerca della verità . Quest' ultima regola mette in evidenza la vocazione di Cartesio piuttosto che mettere in evidenza una massima generalizzabile. Cartesio non giunse mai a costruire una nuova morale, ma piuttosto conferì progressivamente un valore definitivo alle regole dapprima considerate provvisorie. Specialmente la terza regola ebbe una posizione di grandissimo rilievo nell' ambito del suo pensiero. Nel suo operare l' uomo deve lasciarsi guidare soprattutto dalla ragione, che può essere vista come una candela che ci illumina la strada: è vero che si tratta di una luce fioca, ma è pur sempre la sola di cui disponiamo. Proprio con la ragione l' uomo deve riuscire a dominare le passioni che agitano e travagliano l' anima. In altre parole, nel conflitto che il corpo con i suoi spiriti animali e l' anima con la sua volontà  determinano in quel punto di incontro che è la ghiandola pineale la seconda deve prevalere sul primo: che la ragione dovesse primeggiare sul corpo l' aveva già  sostenuto anche Platone. Ma questo è possibile solo in quanto la ragione impara ad avere una conoscenza chiara e distinta delle passioni e dei loro meccanismi, in modo da poterle non tanto reprimerle, quanto piuttosto controllarle e dirigerle ai fini desiderati: questo concetto era già  stato ben espresso da Platone con il mito della biga alata. Proprio in questo controllare le passioni consistono la saggezza e la felicità  dell' uomo. Nell' appello alla ragione come principio teorico - pratico dell' uomo, nonchò nell' assimilazione di virtù e felicità  che ne consegue, si rivela ancora una volta l' influenza esercitata su Cartesio dallo stoicismo classico in generale, e soprattutto quello del latino Seneca. La virtù stessa da Cartesio è intesa, sempre sulla scia degli stoici, come capacità  di vivere sempre secondo ragione, senza lasciarsi mai vincolare dalle passioni: ecco allora che la virtù si riduce ad un solo precetto e non può nò deve essere divisa in varie specie, come aveva fatto la tradizione aristotelica.