Filosofia del 1600

  • Materia: Filosofia del 1600
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Hobbes: La ragione

La ragione in Hobbes.

Finora abbiamo parlato di ragionamento discorsivo, proprio degli uomini e non degli animali, senza però spiegare che cosa Hobbes intenda per " ragionare ". Per Hobbes ogni operazione della ragione si riduce in ultima istanza a una forma di calcolo e, più precisamente, di addizione e di sottrazione. Queste operazioni non vengono applicate solo in ambiti matematici con le grandezze numeriche o in ambiti geometrici con le figure o in ambiti fisici con i concetti di forza e di velocità , ma anche in ambito logico nelle conseguenze dei nomi. Infatti dire che tra due vocaboli esiste un rapporto di antecedenza e conseguenza significa infatti aggiungere il secondo ( come conseguenza ) al primo ( come antecedente ); al contrario, negare questo raporto vuol dire sottrarre il secondo dal primo. Questo, tra l' altro, permette ad Hobbes di recuperare in forma nuova il complesso apparato della logica tradizionale: una proposizione non è altro che una somma di termini, un sillogismo una somma di proposizioni, una dimostrazione una somma di sillogismi. La conoscenza alla quale si approda tramite un corretto impiego del ragionamento è la filosofia. Dato che il ragionamento stabilisce sempre un rapporto causale tra l' antecedente e il conseguente ( in Hobbes non vi è sostanzialmente distinzione tra la causalità  logica e quella efficiente ) la filosofia sarà  la scienza delle cause generatrici. Infatti, data una figura piana che assomiglia a un circolo, io non posso sapere con il solo ausilio dei sensi, cioò senza ricorrere al ragionamento causale, se tale figura sia o non sia veramente un circolo. A tale certezza potrò arrivare solo conoscendo la generazione ( cioò la genesi ) della figura: facendo ruotare un raggio attorno al centro si può constatare come i punti siano equidistanti dal centro. La conoscenza delle cause generatrici può essere utilizzata in una duplice direzione: partendo dalla cosa che genera determinati effetti o proprietà  ( un circolo, cioò una figura ottenuta ruotando il raggio attorno al centro, ha la proprietà  di avere tutti i punti della circonferenza equidistanti dal centro ) oppure, viceversa, andando dagli effetti alla causa generatrice, cioò dalle proprietà  alla cosa che le determina ( se una figura ha la proprietà  di avere tutti i punti della circonferenza equidistanti dal centro, essa è stata prodotta dalla rotazione del raggio attorno al cerchio, cioò è un circolo ). Ma le cose che possono essere spiegate attraverso cause generatrici sono soltanto i corpi. La filosofia è quindi sempre ed esclusivamente conoscenza dei corpi e della loro generazione. Conseguentemente da essa è esclusa la teologia, poichò Dio, pur essendo concepito da Hobbes come corporeo, è ingenerabile. Anche la storia naturale e quella politica, per quanto molto utili alla filosofia, non ne fanno parte, poichò riguardano di fatto conoscenze fondate rispettivamente sull' esperienza e sull' autorità , anzichò sulla mera necessità  causale che descrive il processo della generazione. La filosofia può pertanto avere come oggetto soltanto la generazione dei due possibili tipi di corpi, quelli esistenti in natura e quelli politici, e si dividerà  di conseguenza in filosofia naturale e in filosofia civile. Se la conoscenza si ottiene sempre ricostruendo la generazione delle cose, l' uomo può conseguire un' assoluta certezza solo quando è egli stesso a produrre ciò che conosce: in questo caso ( come avviene ad esempio nella matematica ) si ha una conoscenza deduttiva, fondata su una dimostrazione a priori. Quando invece non siamo noi stessi a produrre l' oggetto, possiamo soltanto ricostruire il processo generativo procedendo ipoteticamente dagli effetti alle loro possibili cause. E' questo il caso della scienza della natura, i cui oggetti sono fatti non dall' uomo, ma da Dio: in essa sarà  quindi possibile solo una conoscenza ipotetico-induttiva, basata su una dimostrazione a posteriori. Il principio, per cui si conosce soltanto ciò che si fa, troverà  una ripresa e uno sviluppo nel filosofo italiano Giambattista Vico.