Filosofia del 1600

  • Materia: Filosofia del 1600
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Leibniz: Gerarchia di monadi

La gerarchia delle monadi nella filosofia leibniziana.

Le monadi possono avere diversi gradi di perfezione che sono determinati dalla chiarezza e dalla distinzione delle loro percezioni. Esse formano pertanto una catena gerarchica, alla base della quale troviamo le monadi le cui percezioni sono tanto oscure e confuse da non essere consapevoli. Queste monadi costituiscono ciò che fenomenicamente appare come materia. Anche l' essenza della materia, infatti, è energia, attività , percezione, come ogni altro aspetto della realtà . Le monadi che costituiscono una particella di materia sono anch' esse, come tutte le altre, una percezione dell' universo da un particolare punto di vista, da una particolare prospettiva: ma di questa percezione esse non hanno consapevolezza alcuna. Un salto qualitativo lo si ha nel passaggio dalla semplice percezione inconscia all' appercezione, cioò alla percezione consapevole di se stessa. Anche qui è possibile comunque avere diversi gradi di perfezione. Negli animali la coscienza di percepire si accompagna soltanto alla memoria, mentre negli uomini essa è congiunta alla consapevolezza dell' identità  del proprio io, ossia alla consapevolezza di sò come spiriti forniti di ragione. Il più alto livello di consapevolezza, e quindi di perfezione, è comunque raggiunto in Dio, che si pone al vertice della scala gerarchica. Dio è la monade delle monadi: in lui non solo le percezioni del mondo sono perfettamente chiare e distinte, ma si realizza pure l' unità  di tutte le percezioni, di tutti i punti di vista sull' universo espressi dalle singole monadi. Sotto questo aspetto Dio appare anche come il fondamento di tutte le altre monadi, la ragion sufficiente della loro esistenza. Assume così un significato peculiare la ripresa da parte di Leibniz della tradizionale prova dell' esistenza di Dio in rapporto alla contingenza del mondo creato. Le singole monadi sono prospettive particolari e confuse che possono trovare il principio della propria esistenza soltanto in una mente divina che, nell' assolutezza della sua conoscenza, determini con precisione i rapporti di ciascuna di esse con tutte le altre. La diversificazione gerarchica della realtà  richiede per la sua comprensione un ulteriore chiarimento. Secondo Leibniz esistono monadi che hanno la facoltà  di "dominarne" altre, in quanto le loro percezioni sono il fondamento della percezione di altre. Questo spiega la differenza che intercorre tra la materia organica e quella inorganica. Nel primo caso, esiste una "monade centrale" la quale, pur conservando un' individualità  sua propria, ha la capacità  di ricondurre all' unità  un aggregato di altre monadi: così l' anima ò la monade che nell' uomo come nell' animale ( benchò, come si ò visto, essa presenti nei due casi un diverso grado di perfezione ) fa sì che le diverse monadi componenti il corpo costituiscano un organismo che obbedisce a un principio vitale unitario. Al contrario, nella materia inorganica manca una monade dominante che riconduca alle altre unità . La distinzione suaccennata tra percezione e appercezione non viene utilizzata soltanto per distinguere le monadi prive di coscienza da quelle consapevoli di se stesse. Anche all' interno delle monadi fornite di appercezioni, com' ò ad esempio l' anima dell' uomo, ci sono percezioni che non giungono alla coscienza di sò. Dal fatto che la monade ò sempre attiva si deduce infatti che lo spirito dell' uomo pensa sempre, cioò non ha mai interruzzioni della propria attività  percettiva. Ma questo non significa che tutte le sue percezioni siano coscienti, come dimostrano il sonno o i casi di manifesta incoscienza. Anzi, anche quando ò desta, l' anima dell' uomo ha infinite piccole percezioni di cui non ò consapevole, perchò la loro intensità  ò troppo bassa per superare la soglia della coscienza. Ad esempio, il rumore del mare che ascolto sulla spiaggia nasce dall' insieme di tanti rumori provocati dalle singole onde, e quindi di altrettante percezioni che, senza poter essere percepite consapevolmente, si "confondono" tutte insieme nell' unica percezione complessiva di cui sono cosciente. La dottrina delle piccole percezioni inconscie ò inoltre strettamente legata alla concezione leibniziana della conoscenza. Poichò la monade comprende in sò tutto il suo sviluppo ( tutte le sue percezioni ), essa involve in sè anche tutta la sua conoscenza. Il sapere della monade ò quindi completamente innato in essa, e ciò che appare come un processo di apprendimento non ò in realtà  che il passaggio delle percezioni allo stato di oscurità  e di confusione che le rende inconscie a quello della chiarezza e distinzione che ne consente la consapevolezza. In opposizione a Locke, Leibniz riprendeva così le tesi innatistiche di Cartesio e di Malebranche e quindi in ultima analisi, di Platone, intoducendo tuttavia un' importante correzione: le nozioni innate non sono latenti nella mente dell' uomo sin dall' inizio nella loro interezza, ma sono piuttosto virtualità  che debbono ancora essere esplicate secondo la legge di sviluppo interna alla monade stessa. Restano ora da spiegare i rapporti tra le monadi: Leibniz ha escluso che una monade possa agire sull' altra dicendo che le monadi non hanno finestre; perciò quando si dice che una monade agisce sulle altre si vuol semplicemente dire che è più perfetta delle altre. La conseguenza di questo modo di vedere sarebbe stata una concezione del mondo come un ammasso di elementi estranei uno all' altro, un mondo polverizzato in tanti frammenti che non hanno un rapporto fra di loro. Ma l' affermazione dell' esistenza di Dio salva Leibniz da questa assurda conseguenza, poichò Dio è l' essere in cui tutte le monadi comunicano. Come? Dio creando ogni monade ha presenti tutte le altre, e quindi adatta ognuna al complesso di tutte le altre. Ogni monade quindi è attiva in quanto Dio ha tenuto conto di lei creando le altre, è passiva in quanto Dio ha tenuto conto delle altre creando lei. Questa teoria è la base del concetto di organicità  del reale. Si dice che la creatura agisce al di fuori di sè in quanto ha della perfezione, e patisce da un’altra in quanto ò imperfetta. Così attribuiamo l’azione alla monade in quanto essa ha delle percezioni distinte, la passione in quanto ne ha di confuse. E una creatura ò più perfetta di un’altra per il fatto che troviamo in essa ciò che serve a rendere ragione a priori di ciò che accade nell’altra. Per questo diciamo che essa agisce sull’altra. Ma nelle sostanze semplici solo un’influenza ideale di una monade sull’altra può avere il suo effetto unicamente attraverso l’intervento divino, in quanto nelle idee di dio una monade chiede, con ragione, che dio, ordinando le altre al principio delle cose, la consideri. Perchè, siccome una monade creata non può influenzare fisicamente l’interno dell’altra, ò solo per quel medio che l’una può dipendere dall’altra. Ed ò per questo che le azioni e le passioni tra le sostanze sono reciproche. Dio infatti, mettendo a confronto due sostanze semplici, trova in ciascuna dei motivi che lo obbligano ad adeguarla all’altra. Di conseguenza ciò che ò attivo secondo un certo rispetto, ò passivo secondo un altro: attivo in quanto ciò che in esso si conosce distintamente serve a rendere ragione di ciò che accade in un altro, e passivo in quanto la ragione di ciò che accade in esso si trova in ciò che, in un altro, ò conosciuto distintamente. ( Monadologia )