Filosofia del 1600

  • Materia: Filosofia del 1600
  • Visto: 5131
  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Leibniz: Il male

Il concetto di male in Leibniz.

Si Deus est, unde malum? Se Dio esiste, da dove nasce il male? ( ma anche Si Deus non est, unde bonum? , se Dio non esiste da dove nasce il bene? ) Noi che facciamo derivare tutto da Dio, dove troveremo la sorgente del male? La risposta è che essa deve essere cercata nella natura ideale delle creature, in quanto questa natura è presente nelle verità  eterne che si trovano nell' intelletto di Dio, indipendentemente dalla sua volontà  ( Teodicea ) Leibniz si pone la stessa domanda che a suo tempo si era posto Agostino ( così come Plotino ), angosciato dalle tesi manichee che pretendevano l' esistenza di un principio del male accanto a quello del bene. Analoga a quella di Agostino è anche la risposta che Leibniz fornisce. Il male ha una natura puramente privativa: esso esprime la semplice mancanza di perfezione che necessariamente differenzia la creatura dal creatore. Il male non esiste come entità  fisica, non ha un suo status ontologico. Plotino paragonava il bene al propagarsi della luce di una candela e il male non era altro che laddove il bene ( la luce ) non arrivava, ossia era una mancanza di bene. Anche per Leibniz ad esistere è solo il bene, l' essere, la perfezione; ma vi sono gradi diversi di essere, di bene, di perfezione. Ciò che manca ai singoli esseri, ai singoli beni, alle singole perfezioni per essere assoluti, questo è il male. Il male è dunque puramente negativo: non essere, non bene, imperfezione. Tutto ciò definisce il male metafisico, il male che nasce dalla mancanza di essere ( pensiamo all' esempio della candela di Plotino ). Al male metafisico sono d' altronde riconducibili anche il male fisico ( il dolore ) e quello morale ( il peccato ), che sono possibili solo per esseri che soffrano di male metafisico, per esseri imperfetti. Anzi, l' unica vera spiegazione di questi mali è che essi siano espressione di male metafisico. Tuttavia Leibniz dà  anche una giustificazione più specifica del male fisico e del male morale. Il primo è talora usato da Dio come strumento per conseguire il bene ( la pena serve come emendamento e come esempio ); il secondo è a volte imposto dalla necessità  di realizzare un dovere superiore: ogni oggetto della nostra volontà  è in sò buono, poichò tutto ciò che esiste, in quanto contenente un tasso di essere, è un bene. Ma le cose non hanno tutte la stessa quantità  di essere e di bene. Fermarsi agli esseri-beni inferiori senza cercare quelli superiori, cioò anteporre i primi ai secondi come oggetto della nostra volontà , questo è il male morale ( vedi Plotino e Agostino ); ad esempio, mettersi a fare 2 + 2 non è un male, ma per un matematico che abbia raggiunto la conoscenza delle equazioni di secondo grado, mettersi a fare 2 + 2 anzichò calcoli complessi è un male perchò significa optare per un qualcosa di inferiore a discapito di qualcosa di superiore. Anche nel caso del male fisico e morale, tuttavia, Dio non lo ha voluto, ma soltanto permesso. Per spiegare ciò Leibniz ricorre alla distinzione tra volontà  antecedente e volontà  conseguente. La prima è quella che tende all' oggetto voluto in assoluto, senza tener conto delle condizioni della sua realizzazione. La seconda è quella che prende invece in considerazione tali condizioni. In virtù della sua volontà  antecedente Dio vuole realizzare ogni forma di perfezione: egli vuole soltanto il bene, con l' esclusione di ogni male. A causa della sua volontà  conseguente, che tiene conto della necessità  di specificare alcuni aspetti del bene per rendere reciprocamente compatibili le diverse perfezioni e realizzarne la maggiore quantità  possibile, invece, Dio vuole non il bene in assoluto, ma soltanto il meglio possibile. La differenza tra la volontà  antecedente del bene e quella conseguente del meglio è che la prima esclude ogni forma di male, ma non conduce alla realizzazione di nessuna forma di bene ( pur volendolo ), dal momento che disattende le condizioni della sua realizzazione; la seconda invece permette il verificarsi della minima quantità  di male necessaria per realizzare la massima quantità  possibile di bene. Dio non vuole, ma permette il male. Qualche avversario... risponderà  forse... dicendo che il mondo sarebbe potuto essere senza il peccato e senza le sofferenze: ma io nego che allora sarebbe stato migliore. Infatti bisogna sapere che tutto ò connesso in ciascuno dei mondi possibili: l'universo, qualunque esso sia, ò tutto di un pezzo, come un oceano; il minimo movimento vi estende il suo effetto a qualsiasi distanza, benchè questo effetto diventi meno sensibile in proporzione della distanza; di modo che Dio vi ha tutto regolato in anticipo, una volta per tutte, avendo previsto le preghiere, le buone e le cattive azioni, e tutto il resto; e ciascuna cosa ha contribuito idealmente prima della sua esistenza alla decisione che ò stata presa sull'esistenza di tutte le cose. Così nulla può essere cambiato nell'universo (così come in un numero) mantenendone salva l'essenza, o, se volete, l'individualità  numerica. Così, se il minimo male che accade nel mondo vi mancasse, questo non sarebbe più lo stesso mondo, che tutto contato, tutto soppesato, ò stato trovato il migliore da parte del creatore che l'ha scelto.