Filosofia del 1600

  • Materia: Filosofia del 1600
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Leibniz: Le monadi

Il concetto di monade in Leibniz.

La metafisica di Leibniz è costantemente caratterizzata dall' esigenza di pervenire agli elementi ultimi che entrano nella composizione delle cose. Nella logica tale esigenza si esprime nel principio metodologico della ricerca di concetti semplici dai quali possano derivare tutti gli altri pensieri. La nozione di sostanza individuale esprime anch' essa un elemento ultimo o, per dirla in una terminologia cara alla Scolastica, una " specie ultima ", che non può più essere predicata di nessun' altra cosa. Non c' è quindi di che stupirsi se Leibniz non sia passato indenne dalle ammalianti sirene dell' atomismo, ossia della dottrina che risolve la realtà  in elementi non ulteriormente scomponibili ( la parola atomo, non a caso, deriva dal greco a + temno = ciò che non può essere diviso ). Tanto nella formulazione antica dell' atomismo di matrice democritea ed epicurea quanto in quella moderna formulata da Gassendi, tuttavia, gli atomi vengono pensati come elementi materiali e Leibniz non lo accetta di buon grado: a suo avviso comporta gravi difficoltà  teoretiche. La materia è estesa e tutto ciò che è esteso, per quanto piccolo possa essere, è per definizione divisibile in porzioni più piccole di estensione; parlare di atomi materiali risulta quindi assurdo, contradditorio in termini. Ma la difficoltà  scompare se gli elementi ultimi sono pensati come atomi di energia invece che di materia o, secondo l' espressione coniata da Leibniz stesso, come centri di forza assolutamente privi di estensione. La possibilità  di parlare di atomi coincide quindi con la negazione del carattere primario della materia e con la sua riduzione a energia spirituale. La realtà , pure quella che ci appare come materiale, è composta di atomi di forza inestesi ai quali Leibniz conferisce il nome di monadi ( dal greco monà s: Leibniz, da appassionato del Rinascimento italiano quale era, prende da Giordano Bruno il termine monade ) per esprimere il loro carattere unitario e indivisibile. Il fatto che le monadi siano prive di parti impartisce loro altre due prerogative ( oltre alla già  citata mancanza di estensione ). In primo luogo, esse non sono nò generabili nò corruttibili, dal momento che generazione e corruzione sono processi che comportano rispettivamente la composizione di parti in un tutto o la dissoluzione del tutto nelle parti. Solo Dio può creare le monadi con un atto non processuale, di immediato passaggio dal non essere all' essere, che Leibniz esprime metaforicamente come fulgurazione; così come da Dio soltanto possono essere improvvisamente annichilite. In secondo luogo, l' impossibilità  di scomporre le monadi in parti implica che esse non possono esercitare alcuna azione causale reciproca. Infatti, l' azione causale di una monade sull' altra presupporrebbe una modificazione meccanica di quelle parti della monade passiva sulle quali agisce la monade agente: un elemento privo di parti non è dunque suscettibile di modificazioni provenienti dall' esterno. Nel suo linguaggio colmo di immagini e metafore, Leibniz esprime ciò dicendo che la monade non ha finestre. Malgrado ciò, è evidente che le monadi siano sottoposte a modificazioni, anche perchò se non lo fossero allora la realtà  dovrebbe essere totalmente priva di mutamento, ma noi la vediamo mutare e dunque le monadi sono soggette a modifiche. Ma tali modificazioni, visto che non possono provenire dall' esterno, sono il risultato dell' attività  interna della monade. Infatti, la forza di cui la monade è un centro viene definita da Leibniz come ininterrotta attività . Ecco che Leibniz fa coincidere questa attività  interna della monade con la percezione, ossia con il fatto che la monade rappresenta a se stessa ciò che avviene nel mondo: non a caso Leibniz definisce e concepisce la monade come un punto di vista sull' universo o anche come specchio dell' universo. Le sue trasformazioni pertanto non comportano impossibili modificazioni di parti di essa, bensì la determinazione di diversi stati interni, cioò di diverse configurazioni della monade stessa sulla base del modo in cui essa percepisce il restante mondo, ossia tutte le altre monadi. Inoltre, essendo attività  ininterrotta, la monade non riproduce sempre la stessa percezione, ma passa continuamente da una percezione all' altra, presentando quindi stati interni sempre nuovi e configurazioni sempre diverse; ciò che la spinge a questa continua crescita su se stessa è uno sforzo interno, anche lui manifestazione dell' attività  della monade, che Leibniz chiama appetizione ( appetitus ). Va sicuramente notato come molto di ciò che è stato appena detto ( esclusione della causalità  interna, rispecchiamento dell' intero universo ) lo avevamo già  affermato a proposito della sostanza individuale. Infatti, per un verso, la monade non è che la nuova espressione con cui, a partire dal 1696, Leibniz indica la sostanza individuale. Ma questa nuova connotazione non è esclusivamente terminologica, dal momento che la monade, sebbene continui ad assolvere la funzione di " forma sostanziale " delle cose, esprime anche una dimensione energetica e percettiva che nella sostanza individuale era soltanto implicita. Così il fatto che nella sostanza individuale " Alessandro Magno " sia già  compreso il divenire re dei macedoni e lo sconfiggere Dario non si spiega ora soltanto come identità  del predicato con il soggetto o come inerenza del predicato a una sostanza metafisicamente concepita, ma anche come la necessaria tendenza di sviluppo di una forza ( la monade apponto ) che contiene già  in sò le tappe della propria esplicazione. Analogamente, il fatto che la sostanza individuale sia specchio dell' universo viene ora spiegato in virtù della capacità  della monade di percepire il proprio rapporto con il mondo: ma, ancora una volta, la percezione si riduce ad una forma di attività  e quindi di forza. La dottrina della monade è dunque la stessa della sostanza individuale che si è tradotta in un' esplicita metafisica della forza. Riportiamo alcuni passi significativi in cui Leibniz spiega il concetto di Monade: Una monade in sè stessa non può essere attualmente distinta da un'altra se non per mezzo della qualità  e delle azioni interne, le quali non possono essere altro che le sue percezioni (cioò, le rappresentazioni nel semplice del composto ovvero di ciò che ò esterno) e le sue appetizioni (cioò il suo tendere da una percezione all'altra): questi sono i princìpi del mutamento. Infatti la semplicità  della sostanza non esclude la molteplicità  delle modificazioni, che devono trovarsi insieme in quella stessa sostanza semplice, e devono consistere nella varietà  delle relazioni con le cose esterne. (Princìpi della natura e della grazia, 2) Ciascuna porzione di materia può essere concepita come un giardino pieno di piante, o come uno stagno pieno di pesci. Ma ciascun ramo della pianta, ciascun membro dell'animale, ciascuna goccia dei suoi liquidi ò ancora un tale giardino o un tale stagno. (Monadologia, 67) Ciascuna sostanza semplice o monade distinta, che costituisce il centro d'una sostanza [composta] (ad esempio d'un animale), nonchè il principio della sua unicità , ò circondata da una massa composta da una infinità  di altre monadi, che formano il corpo proprio di quella monade centrale, che si rappresenta secondo le affezioni di esso, come una specie di centro, le cose che le sono esterne. (Princìpi della natura e della grazia, 3) Immaginatevi due orologi da parete o da polso che vanno perfettamente d'accordo. Ora, ciò può avvenire in tre modi. Il primo consiste nell'influenza reciproca di un orologio sull'altro; la seconda nell'opera di un uomo che vi si preoccupa; la terza nella loro propria esattezza. ... Mettete ora l'anima e il corpo al posto di questi due orologi. Il loro accordo o simpatia arriverà  anche in uno di questi tre modi. La via dell'influenza ò quella della filosofia comune; ma poichè non si riuscirà  a concepire che particelle materiali o specie o qualità  immateriali possano passare da una sostanza all'altra, si ò obbligati ad abbandonare questa sensazione. La via dell'assistenza ò quella del sistema delle cause occasionali; ma ritengo che ciò significa introdurre un Deus ex machina in una cosa naturale e ordinaria, laddove secondo la ragione egli deve intervenire solo in modo da concorrere a tutte le altre cose della natura. Così resta solo la mia ipotesi, cioò la via dell'armonia prestabilita da un artefice divino previdente, il quale fin dall'inizio ha formato ciascuna di queste sostanze in una maniera così perfetta, e l'ha regolata con tanta esattezza, che solo seguendo le proprie leggi, ricevute insieme con il suo essere, essa si accorda così con l'altra; tutto come se ci fosse una influenza mutua, o come se Dio vi mettesse sempre la mano al di là  del suo concorso generale. (Nuovo sistema della natura, e 3).