Filosofia del 1600

  • Materia: Filosofia del 1600
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Spinoza: La morale

La morale spinoziana.

Come preannuncia il suo titolo, l' Ethica intende essere un trattato di morale. Le dottrine metafisiche e gnoseologiche esposte nelle prime due parti dell' opera possono essere considerate come propedeutiche alla definizione di una teoria morale che si propone di liberare gli uomini dalle passioni. E dal momento che il riconoscimento della necessità  della sostanza ò per Spinoza il concetto fondamentale della concezione della realtà  e della conoscenza, esso costituirà  anche il perno concettuale della sua costruzione etica. Le manifestazioni della vita emotiva dell' uomo sono anch' esse "cose naturali", che obbediscono alle stesse leggi che regolano le altre espressioni della natura. L' uomo non ò "un impero nell' impero", un' eccezione nel mondo della necessità  naturale. Le sue passioni devono quindi essere considerate con lo stesso metodo geometrico con cui vengono considerati tutti gli altri modi della sostanza, "come se si trattasse di linee, di superfici, di corpi". Soltanto in questo modo l' uomo può conseguire una conoscenza adeguata degli impulsi che lo determinano ad agire e quindi, comprendendone l' ultima necessità , può riuscire a non essere più schiavo. L' impulso fondamentale di ogni agire dell' uomo ò lo sforzo ( conatus ) di perseverare nel suo essere, di conservare se stesso ed accrescere la propria potenza. Se riferito alla sola mente, tale sforzo prende il nome di volontà , se riferito insieme alla mente e al corpo si chiama invece appetito. Quando ò consapevole di se stesso l' appetito ò detto cupidità . In quanto tende all' autoconservazione, la cupidità , e quindi l' appetito, non rappresenta un difetto o una degenerazione della natura umana, ma ne costituisce l' essenza stessa. Di conseguenza, Spinoza abbandona ogni atteggiamento tradizionalmente moralistico di rifiuto degli appetiti umani in nome di un bene o di una perfezione assolutamente e astrattamente definiti. Per lui ò buono tutto ciò che ò utile, "e contribuisce alla perfezione di un essere ciò che ne aumenta la forza e la capacità  di conservarsi ". Da queste definizioni, Spinoza deduce in ordine geometrico l' intera sua teoria degli affetti, ossia delle emozioni che accrescono o diminuiscono la potenza del corpo e della mente, e quindi la capacità  dell' uomo di essere e di agire. Così la letizia nasce dal sentimento della crescita della propria capacità  vitale, la tristezza al contrario da quello di una sua diminuizione. L' amore e l' odio non sono altro che letizia o tristezza accompagnate dall' idea di una causa esterna. Tutti gli altri affetti sono derivazioni o determinazioni specifiche di queste emozioni fondamentali secondo una geometria degli affetti che ricorda per molti aspetti quella operata da Hobbes. In quanto l' uomo non ha una conoscenza adeguata dei propri affetti, ma si limita a connetterli con circostanze che, di per sò considerate, gli appaiono fortuite, egli è completamente passivo nei loro confronti. Per questo gli affetti si configurano come passioni, che l' uomo subisce e delle quali è servo. Così, la sua capacità  di agire e di comprendere viene fortemente limitata, ed egli non riesce più a perseguire quello che è il suo vero bene e la sua vera utilità . Questa condizione corrisponde al primo grado di conoscenza. L' uomo ha tuttavia la possibilità  di elaborare una conoscenza adeguata degli affetti, apprendendo le loro vere cause ed imparando a vedere la loro intrinseca necessità . In questo modo, a volte, le passioni si dissolvono, perchò, conosciutane la vera natura, non hanno più ragione di sussistere. Ad esempio, quando io sappia che la causa dell' odio che io provo verso una certa persona non è quella persona stessa, ma una certa concatenazione necessaria di idee che mi porta ad odiare, viene meno l' oggetto della mia avversione, e con esso l' odio stesso. Certe volte, gli affetti continuano a sussistere anche quando io ne conosca adeguatamente le cause necessarie, come quando vedo la necessità  che mi porta a ricercare il cibo come strumento di autoconservazione o la sessualità  come mezzo per perpetrare la specie: ma in questo caso l' affetto non è più passivamente subìto, ma attivamente ricercato, cosicchò la passione si tramuta in una vera e propria azione. Questa coscienza morale corrisponde al secondo genere di conoscenza: infatti, ciò che permette all' uomo di conoscere adeguatamente le proprie emozioni, considerandole effetti necessari di cause determinanti, è la ragione. Grazie ad essa l' uomo attinge al suo vero utile, ossia ciò che veramente gli consente di accrescere la sua potenza di essere. La virtù non è pertanto in contrasto con la natura, le sue leggi e i suoi appetiti; anzi ne è la massima realizzazione. La liberazione dalle passioni non è pura e semplice rifiuto e svalutazione della sfera emotiva; alla meditatio mortis della tradizione medievale Spinoza contrappone l' ideale etico della meditatio vitae. Una conoscenza perfettamente adeguata degli affetti porta tuttavia a risalire la loro catena causale fino alla causa prima, Dio. Questo tipo di considerazione della vita emotiva ( che corrisponde al terzo genere di conoscenza, quella dell' intelletto ) si risolve ancora una volta nella considerazione della vita umana sub specie aeternitatis. Questo non comporta la dissoluzione totale dell' emotività  umana, ma la sua identificazione con la conoscenza intuitiva. In quest' ultima fase dell' ascesi morale proposta da Spinoza l' uomo, cogliendo immediatamente la derivazione del tutto da Dio, prova un amore intellettuale nei confronti della divinità  che è lo stesso con cui Dio ama se stesso. In questo amore intellettuale di Dio, ossia in questo slancio di misticismo e razionalismo dell' uomo verso Dio, consiste la vbeatitudine per l' uomo, la quale non è premio alla virtù, ma è la più alta espressione della virtù stessa.