Filosofia del 1600

  • Materia: Filosofia del 1600
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Vita e filosofia di Pascal

Vita e pensiero del filosofo Pascal.

La vita e le opere Su Biagio, figlio di Stefano Pascal, autoritario e rigido, nacque a Clermont, in Alvernia (Francia centrale), il 19 giugno 1623 da famiglia altolocata. La madre morì quando lui aveva tre anni (1626); ebbe due sorelle: Gilberte e Jacqueline. Fu Gilberte a lasciarci una Vita di B. Pascal, scritta poco dopo la morte del fratello, e pubblicata la prima volta nel 1684, a Amsterdam. Il padre lo educò tenendolo dapprima lontano dalla matematica, per fargli prima ben apprendere le lettere classiche, ma Biagio si rivelò capace di leggere Euclide di nascosto e di capirlo da solo, costringendo il padre ad arrendersi all'evidenza di una vocazione più scientifica che umanistica del figlio. Così il padre lo condusse regolarmente alle riunioni di scienziati che si tenevano presso il P. Mersenne. Pascal manifestò un vero genio matematico e già  a 16 anni scrisse un Traitè des Coniques. Comunque la sua formazione non fu solo scientifica. La stessa sorella Gilberte dice che il fratello continuava a studiare il latino e il greco, ed oltre a ciò, "durante o dopo il pasto, mio padre lo intratteneva ora sulla logica, ora sulla fisica e sulle altre parti della filosofia". Dunque, prima che filosofo, Pascal fu scienziato e inventore. Nel 1639 per dare una mano al padre, mandato a riscuotere le tasse nella turbolenta Alta Normandia (a Rouen), inventò una macchina calcolatrice. A ventitrè anni, avendo appreso l'esperienza di Torricelli, fece diversi esperimenti sul vuoto e preparò un Trattato sul vuoto. Non ne uscirono, se non più tardi (nel 1663) che due estratti: De l'èquilibre des liqueurs e De la pesanteur de l'air. Ma ci resta un Frammento del Trattato sul vuoto del 1647, che -sostiene la Vanni Rovighi- "ò interessante perchè ci fa vedere l'atteggiamento di Pascal per quel che riguarda la conoscenza scientifica. àˆ il medesimo atteggiamento che troviamo in Galileo, in Bacone, in Cartesio. Quando si tratta di fisica, di studio della natura, ò vano rivolgersi agli antichi, per sapere che cosa abbiano pensato: la testimonianza degli altri, degli antichi servirà  per le conoscenze storiche, non per la fisica. " Anche nel suo interesse scientifico fu uomo dal forte attaccamento all'esperienza concreta; Sciacca (cit., p. 24) sottolinea come, a differenza di Cartesio, più astratto e interessato all'algebra, Pascal fosse attratto dalle, più concrete, fisica e geometria. Nel 1646 il contatto con Guillebert, parroco di Ronville, che poi diventò direttore spirituale di tutta la famiglia Pascal, e che era giansenista, determinò quella che si suole chiamare la prima conversione di Pascal. Pascal era sempre stato religioso, ma da quel momento decise, secondo Gilberte, di rinunciare alle soddisfazioni mondane e di dedicarsi totalmente alla ricerca di Dio. Continuò però i suoi studi scientifici, a Parigi si incontrò con Cartesio (1647) col quale ebbe discussioni sul vuoto. Contemporaneamente si recò dai "solitari" di Port-Royal ed ebbe modo di trattenersi con loro. Nel 1651 morì il padre di Pascal; la sorella Jacqueline, dopo esserne stata ostacolata dal fratello, entrò come monaca a Port-Royal (1652). Cominciò invece per Biagio un periodo "mondano", durante il quale Pascal divise il suo tempo fra la ricerca scientifica e le conversazioni, il divertissement, con le persone di mondo. Uno di questi "mondani", il Cavaliere di Mèrè, ci ha lasciato una versione un po' strana, e probabilmente non del tutto attendibile, del rapido mutamento di Pascal che, dall'atteggiamento di totale astrazione nelle matematiche, sarebbe passato all'apprezzamento delle qualità  che fanno l'uomo di mondo, l'honnàªte homme, nel linguaggio di allora. "Al di sopra delle regole, della riflessione, Mèrè pone qualche cosa che egli si rifiuta di definire e a cui dà  i nomi di sentimento, di cuore, di esperienza e di istinto, tutti nomi che si ritroveranno con frequenza sotto la penna di Pascal" (Br. min., p. 116). Essere "honnàªte homme" o "galant homme" vuol dire aver tatto, saper trattare gli uomini, avere senso del concreto. Altro personaggio col quale Pascal ebbe a che fare in questo periodo fu Miton, mondano disincantato e pessimista, che suscitò l'ammirazione di Pascal. Forse appartiene al periodo mondano di Pascal, se ò suo, il Discours sur les Passions de l'amour, nel quale troviamo già  la distinzione fra esprit gèomètrique e esprit de finesse, che sarà  ripresa nei Pensieri. Secondo Gilberte fu la sorella Jacqueline, religiosissima, ad essergli di esempio: "gli aprì il cuore alla Grazia". Preparato da tale influsso, un evento molto importante nella sua vita fu la cosiddetta seconda conversione, incentrata nella "Nuit de feu" del 23 novembre 1654, e testimoniata dal Memoriale, un foglio che Pascale portava cucito nei suoi abiti, e che riportiamo qui di seguito: " Fuoco Dio di Abramo Dio di Isacco Dio di Giacobbe non dei filosofi e dei dotti. Certezza. Certezza. Sentimento Gioia Pace Dio di Gesù Cristo Deum meum et Deum vestrum. Il tuo Dio sarà  il mio Dio. Oblio del mondo e di tutto, tranne Dio. Egli non si trova se non nelle vie indicate nel Vangelo. Grandezza dell'anima umana. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto. Gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia. Me ne sono separato " La filosofia esistenzialista Pascal è importante sia come filosofo sia come scrittore e rappresenta uno dei più remoti precursori della filosofia esistenzialista; indubbiamente egli è un pensatore piuttosto anomalo ed isolato nel suo contesto, che è andato a toccare corde non strettamente legate alla fase storica in cui stava vivendo, che vedeva l' affermarsi sempre più netto del meccanicismo. Egli vive nella generazione immediatamente successiva a Cartesio, il quale aveva appena dato al meccanicismo la veste più netta e radicale. Pascal è un filosofo anomalo nel 1600 perchò, a differenza di tutti gli altri, non si inserisce nel filone meccanicistico, non perchò non nutra interessi scientifici ( egli era anzi bravissimo in matematica e in fisica ), ma perchò riconosce una netta differenza tra le due dimensioni, quella filosofica e quella scientifico-matematica. Ecco allora che la sua filosofia non sarà  molto attenta alle questioni gnoseologiche, bensì si occuperà  di quelle esistenziali, delle problematiche che riguardano l' esistenza dell' uomo. La concezione stessa che Pascal ha di Dio è radicalmente diversa da quella dei pensatori del suo tempo: il suo Dio non è quello dei filosofi e degli scienziati, un puro e semplice garante dell' ordine nel mondo ( il Dio cartesiano e aristotelico, per intenderci, la cui esistenza è dimostrabile razionalmente e la cui funzione consiste esclusivamente nel dare l' impulso iniziale al mondo ); il Dio in cui crede Pascal è quello di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Il Dio di stampo aristotelico ( il motore immobile ), quello dei filosofi e degli scienziati è un Dio che serve esclusivamente per spiegare l' origine del mondo, ma che sul piano religioso è totalmente inutile: non è certo un Dio che si può pregare nò, tanto meno, un Dio con cui si può parlare. E' il Dio in cui crederanno, nel periodo illuministico, i cosiddetti deisti, un Dio che rientra nei limiti della ragione e che non necessita di un atto di fede. Pascal non sente il bisogno di credere in un Dio del genere, e preferisce il Dio delle Scritture, un Dio-persona con cui si può parlare e a cui si possono rivolgere preghiere: egli è quindi teista e non deista. Va ricordato a proposito un' esperienza personale vissuta da Pascal nel corso della sua vita: egli dice di aver vissuto un' esperienza intensissima, quasi mistica, che l' ha segnato profondamente. Tuttavia non volle pubblicare una vicenda tanto personale e allora, dopo averla messa per iscritto, se la fece cucire all' interno della giacca cosicchò ne siamo entrati in possesso solo dopo la sua morte. Si tratta di una vera e propria invocazione a Dio, a quello che egli chiama, come accennavamo, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e non il Dio dei filosofi e degli scienziati. D' altronde, se guardiamo alla filosofia di Pascal, un Dio come quello aristotelico non può avere alcun significato esistenziale. Il Dio di Pascal agisce e credere in lui o meno mi cambia radicalmente il rapporto con il mondo e con la vita; il Dio aristotelico, viceversa, che io ci credessi o meno, non faceva alcuna differenza: egli si limitava a pensare a se stesso e ad agire come oggetto di amore da parte dei pianeti. Certo anche Pascal si cimenta nel dimostrare l' esistenza di Dio, ma il vero problema che lo assilla, più ancora che se Dio esista o meno, è se valga la pena credere in Dio, quale atteggiamento debba assumere l' uomo per dimostrare l' esistenza di Dio. A lui più che sapere se Dio esista o meno, gli interessa sapere quale risvolto abbia sulla vita dell' uomo il crederci o il non crederci. Bisogna anche qui specificare una cosa sulla vita di Pascal: egli, fin dalla giovinezza, è stato tormentato da mali insopportabili che non l' hanno abbandonato per tutto il corso della vita, conclusasi, in un travaglio fisico e morale, quando egli aveva appena 39 anni. In un certo senso vale per Pascal lo stesso discorso che si tende a fare per Leopardi: avendo trascorso una vita tra tormenti morali e fisici incessanti, è ovvio che abbiano elaborato una filosofia pessimistica ed esistenzialista. Senz' altro questo è in parte vero. Tuttavia bisogna prestare attenzione a non commettere l' errore ( piuttosto frequente ) di dire che essi, per via dei loro tormenti, hanno finito per elaborare una filosofia pessimistica eccessiva, quasi come se avessero deformato la realtà . A spiegarci il suo atteggiamento filosofico pessimistico ed esistenzialista è Pascal stesso: egli sapeva benissimo di parlare in modo drammatico e pessimistico per via del proprio tormento, tuttavia egli sosteneva di non deformare affatto la realtà : diceva che il suo stesso stato morale e fisico gli avessero impedito di essere distratto ( egli usa il termine " divertito " nel senso etimologico latino: " devertere ", allontanare ) dalla realtà . Non è che la sua situazione di sofferenza fosse peggiore rispetto a quella degli altri uomini apparentemente felici, egli dice; tutti noi ( l' intero genere umano ) siamo nella stessa condizione di infelicità  e di sofferenza, ma non tutti ce ne accorgiamo; solo chi davvero soffre ( Pascal stesso ) non si lascerà  distrarre e potrà  capire fino in fondo come la nostra vita non sia altro che un' ininterrotta sofferenza, una sofferenza che di volta in volta assume sfumature diverse ( quando uno desidera qualcosa, ad esempio, e non può averlo, ecco che soffre ). Chi vive " felice ", in mezzo a gioie e a piaceri, in realtà , non si trova in una condizione migliore rispetto a chi soffre: soffre tanto come chi soffre, però non se ne rende neppure conto, è ignaro di ciò che gli sta succedendo. Secondo Pascal la condizione dell' uomo è intrinsecamente miserabile; certo ci sono quelli messi da Dio in situazione particolarmente pesanti ( Pascal stesso ), ma essere in tali situazioni disgraziate è positivo perchò anche chi non pensa di esserlo lo è allo stesso modo, ma non riesce a rendersene conto: ci è dentro fino al collo, ma manco sa di esserci, perchò è distratto, divertito da altre cose che non gli permettono di concentrarsi a fondo sulle condizioni umane, che sono assolutamente di sofferenza e di miseria. Ecco allora che nella filosofia di Pascal è centrale il concetto di divertimento, che va inteso come distrazione ( dal latino devertere ), come lasciarsi distogliere dalla realtà  e dalla vera condizione umana. Divertimento è qualsiasi attività  in cui l' uomo si cala e che lo porta a non riflettere sulla propria condizione miserabile: quando si esce con gli amici, quando si fa qualsiasi cosa che ci distragga. D' altronde, fa notare Pascal, la cosa che l' uomo maggiormente evita è la solitudine, il trovarsi a faccia a faccia con se stesso a riflettere sulla propria condizione; quando uno si ferma e, da solo, riflette è preso dall' angoscia, che invece non sente quando è indaffarato e si diverte. Pascal è il secondo pensatore ad avvalersi della parola " angoscia ": già  Lutero l' aveva adoperata per indicare la totale perdizione derivante all' uomo da un' esperienza religiosa vissuta fino in fondo, quando l' uomo capisce di non essere nulla: l' angoscia è proprio il sentimento del nulla. Quando si ha paura si teme qualcosa, quando si ha angoscia si teme il nulla. L' uomo, una volta nato, può sfuggire all' angoscia fin tanto che si divertirà , ossia fin tanto che non rifletterà  tra sò e sò. Ma divertirsi non è certo una cosa positiva, proprio perchò ci impedisce di renderci conto della nostra reale situazione di miseria. Pare quindi che la miseria del genere umano sia un vicolo cieco, nel quale l' uomo è destinato a soccombere. Ma per Pascal la via d' uscita c' è ed è di tipo religioso, ma per poter uscire bisogna conoscere effettivamente la condizione in cui ci si trova e chi si diverte, fin tanto che persiste nel divertirsi, non la saprà  mai. La sofferenza fisica e morale di Pascal diventa allora uno strumento conoscitivo che consente di guardare con lucidità  alla nostra situazione. Pascal risulta un pensatore anomalo se inserito nel suo contesto storico anche per il suo particolare rapporto nei confronti della ragione umana. Siamo negli anni in cui il rigido meccanicismo e il freddo razionalismo cartesiano avevano toccato l' apice e avevano coinvolto mezzo mondo: Cartesio arriva a dire che l' uomo può avere una scienza quantitativamente non grande come Dio, ma qualitativamente precisa come quella di Dio; ecco allora che l' esaltazione della ragione umana trova in questi anni la sua massima espressione. Pascal si pone invece in una prospettiva diversa; certo egli non disprezza la conoscenza razionale perchò ne capisca poco in merito, perchò, anzi, egli era un matematico eccellente ( è l' inventore della calcolatrice ) e praticava l' uso della ragione. Il problema che lui si pone è di ravvisare i limiti del sapere scientificamente argomentato. A suo avviso l' ambito della conoscenza umana in termini razionali si esaurisce tutto nella dimostrazione; può sembrare già  tanto, ma comunque, a ben pensarci, rimangono escluse parecchie cose e poi Pascal stesso finisce per escluderne altre all' interno della scienza stessa. La dimostrazione non è altro che la serie di passaggi da una verità  ad un' altra; però, come già  aveva notato Aristotele, se si ripercorre la catena argomentativa senza prendere nulla per buono non si arriverà  mai da nessuna parte, ma si continuerà  a fare passaggi da una verità  all' altra per l' eternità . Bisogna trovare una verità  che non derivi da nessun' altra e che faccia derivare tutte le altre. Questo è evidente soprattutto in geometria, ma pure in matematica: facendo una serie di passaggi argomentativi arrivo alla verità  2 + 2 = 4 e la prendo per buona, senza proseguire ulteriormente la catena argomentativa. E' come se si cogliesse il principio del ragionamento geometrico e, proprio per questo, è un procedimento non fino in fondo razionale, è una facoltà  che ricorda il sentimento: si sente immediatamente che certe cose sono vere e vanno prese per buone: questo è vero perchò è vero. Questo paragone con il sentimento ci fa pensare all' ambito delle problematiche che sfuggono alla ragione: essa può dimostrare, ma non cogliere i principi se non in modo scientifico. Ma buona parte della vita è fatta di relazioni umane e non solo di matematica: questo aspetto Pascal lo colse anche per la sua stessa vita. Finì per dedicarsi con troppo impegno a certi studi che non fecero altro che aggravare le sue condizioni fisiche e il dottore gli consigliò una vita più mondana cosicchò Pascal conobbe molta gente e si accorse che esistono due diversi tipi di intelligenza: quella che mi fa capire la geometria e quella che mi fa capire le persone. Quindi Pascal elaborò la celeberrima contrapposizione tra spirito di geometria e spirito di finezza, espressioni che rendono bene l' idea: abbiamo da un lato le argomentazioni che riguardano il ragionamento di tipo cartesiano ( geometrico ) delle verità  evidenti ( che per Pascal sono di " carattere intuitivo " e parenti dello spirito di finezza ), e, dall' altro lato, lo spirito di finezza che fa cogliere le varie sfumature. Se prestiamo attenzione ci accorgiamo che è esattamente l' opposto di Cartesio: per lui le verità  o sono nette o non sono verità ; per Pascal, invece, esiste la capacità  di cogliere le sfumature, ossia quelle realtà  non chiare e distinte. C' è poi un altro aspetto da chiarire sui limiti della ragione dimostrativa: nella scienza i princìpi fondamentali derivano, come dicevamo, dall' intuizione, che Pascal accosta al sentimento; ma Pascal fa anche notare come nell' ambito stesso del ragionamento matematico non entra in gioco solo la necessità , ma anche la possibilità . In una filosofia esistenzialista come quella pascaliana diventa importante non ciò che avviene necessariamente ( ossia quello che avviene e basta, senza che si possa cambiare ), bensì ciò che avviene nell' ambito della possibilità  ( ciò che può avvenire ) proprio perchò è qui che noi possiamo effettuare le nostre scelte. Certo per spiegare come vada il mondo entra in gioco il necessario, ma se mi pongo quesiti esistenziali subentra il possibile e assurge ad una posizione predominante. Pascal non solo rivaluta la possibilità , ma arriva addirittura ad introdurla dove sembra fuori luogo, applicandola in ambito matematico e dando vita al calcolo probabilistico. Dal punto di vista biografico, questo suo interessamento al calcolo probabilistico venne fuori quando, su consiglio del dottore, egli si diede alla vita mondana, che già  gli aveva suggerito l' idea di spirito di finezza. Durante le sue esperienze di vita mondana, Pascal venne a contatto con il gioco d' azzardo: ci si trova a fare una serie di puntate e, ad un certo momento, quando il gioco non è ancora finito, si decide di smettere di giocare. Ma a chi bisogna dare la posta in palio? Non si può sapere chi avrebbe vinto, ma si può sapere chi aveva più probabilità  in quel determinato momento di vincere. Si può dividere la posta in gioco tra i giocatori calcolando la probabilità  di vincere di ciascuno di essi e distribuire la posta in modo proporzionale alla possibilità  di vincere. Così fece Pascal quando gli venne posto il problema da alcuni suoi amici che si erano trovati ad abbandonare la partita prima che finisse. E' interessante notare come questo procedimento faccia fare un ragionamento matematico non su quello che avverrà  necessariamente, ma su quello che potrebbe avvenire. Pascal quindi introduce la possibilità  in ambito matematico. Non dobbiamo assolutamente pensare che egli fosse poco bravo in matematica: egli era bravissimo ed era anche arrivato alla costruzione del primo calcolatore meccanico, che sarà  poi rivisto da Leibniz. Lo stesso sistema del computer ha due padri, Hobbes e Pascal, vissuti grosso modo nello stesso periodo, un' epoca in cui l' indagine del mondo veniva condotta in termini meccanicistici e la matematica era predominante: Hobbes arriverà  a dire che pensare significa sempre calcolare ( la rana è verde: alla rana aggiungo l' attributo verde; la rana non è verde: alla rana sottraggo l' attributo verde ). Ora, i computer funzionano grazie al sistema binario e per quanto siano complessi le operazioni che svolgono sono sempre riconducibili ad un " bivio ": sì o no. Ecco che con Hobbes e Pascal nasce l' idea che si possa limitare il pensiero tramite strutture fisiche elementari ( il calcolatore ). Per Hobbes questo vale per qualsiasi pensiero, per Pascal vale solo per gli spiriti di geometria. Nell' affermazione di Hobbes c' è il presupposto di creare macchine per imitare il pensiero e Pascal lo risolve dal punto di vista pratica dando vita al calcolatore, che opera calcoli in modo meccanico e che, non a caso, nasce nel 1600, il secolo del meccanicismo, che vuole ogni pensiero riconducibile ad una macchina. La scommessa su Dio Estremamente importante nella filosofia di Pascal risulta anche l' argomento della scommessa su Dio, riguardante la sua esistenza. Non è importante dimostrare che Dio esista, ma è fondamentale dire se valga o no la pena puntare sull' esistenza di Dio. Quando uno ha le carte in mano, non potrà  mai sapere se vincerà  o perderà , può solo sapere se ha un grado di probabilità  di vittoria alto o basso e può sapere se vale la pena giocare con quelle carte o no. Magari in termini di probabilità  non mi converrà  giocare, tuttavia non è impossibile che io vinca ( anche se improbabile ); sono poi spinto a giocare dal fatto che il premio in palio è così grande che, se vinco, mi cambia la vita; c' è un rapporto infinito tra quello che possiedo e quello che posso possedere vincendo: è proprio questo che mi fa venir voglia di giocare. Così vanno anche le lotterie: la possibilità  è una su un milione ( o anche meno ), le probabilità  di vittoria sono bassissime, tuttavia gioco perchò c' è un rapporto infinito tra il premio in palio e quello che possiedo: la vittoria mi cambierebbe la vita; in ogni caso vale la pena giocare. Supponiamo che la posta in gioco sia un infinito guadagno: qualsiasi fosse la posta da giocare e qualsiasi fosse la probabilità  di vincere, varrebbe sempre e comunque la pena giocare. Pascal fa una scommessa del genere puntando sull' esistenza di Dio; nella sua religione di derivazione giansenista e antigesuitica, è chiaro che scegliere Dio comporta una radicale rinuncia al mondo: ecco allora che Pascal sui piatti della bilancia mette da una parte Dio, dall' altra il mondo. A lui, come detto, non interessa dimostrare l' esistenza di Dio, che sa peraltro indimostrabile, come indimostrabile è l' inesistenza di Dio. Ciascuno di noi, a seconda che creda o no, è capace a portare argomentazioni pro o contra Dio; ma si tratta sempre solo di argomentazioni e non di prove conclusive: il credente dirà  che il mondo presenta un ordine che deriva da Dio, l' ateo dirà  che se c' è il male come può esserci Dio, e così via. Pascal spiega, illustrando queste posizioni appena citate, che la fede è una scelta: ci si mette volontariamente in gioco, una scommessa dove ci si gioca tutto. Non possiamo dire se Dio esista o se non esista, come non possiamo neanche dire che sia più probabile che esista o che non esista, ma una cosa la possiamo dire con certezza: il rapporto tra le probabilità  che esista e quelle che non esista sarà  sempre un rapporto finito: non so ( nò posso sapere ) se sia di 5 a 50, di 70 a 30, di 1 a 99, di 1 a un miliardo; in assenza di una prova il rapporto è sempre finito. Se fosse un rapporto infinito allora sarebbe come avere la certezza che Dio esista o non esista: se dico che il rapporto tra esistenza e non esistenza è di 1 ad infinito, è come se avessi la certezza che non esiste. Nella scommessa su Dio uno può puntare su Dio ( rinunciando al mondo ) o sul mondo ( rinunciando a Dio ). Esaminiamo entrambi i casi: punto sul mondo; Dio non esiste e vivo come se non esistesse, dandomi interamente al mondo e alla vita terrena. Se punto su Dio, invece, se vinco, vinco una realtà  infinita, una felicità  infinita ( la beatitudine ); mettiamo il caso che Dio non esista; io che ho puntato sulla sua esistenza ho perso, ma che cosa? Perdo l' infinito ( Dio ) e mi rimane il finito ( il mondo ). Pascal gioca tutto sul fatto che il rapporto di probabilità  tra esistenza e inesistenza di Dio è finito, mentre infinito è il rapporto tra Dio e mondo ( ossia tra le cose puntate ). Conviene sempre puntare su Dio perchò se non esistesse avrei comunque sempre a mia disposizione il mondo finito; ma se esistesse oltre al mondo finito, guadagnerei anche l' infinito ( Dio ). Chi non punta su Dio vince il mondo finito, ma se Dio esistesse, allora perderebbe l' infinito. Qualche possibilità  che Dio esista ci deve essere per forza, dice Pascal, ( anche solo una ), altrimenti chi sostiene che Dio non esista dovrebbe essere in grado di dimostrare in modo razionale che non c' è ( ma non è possibile ). Quindi, magari le probabilità  che Dio esista saranno bassissime, ma conviene puntare su di lui perchò quello che si vince, nel caso esista, ( e quello che si perde nel caso non si punti su di lui e lui esista ) è talmente grande ( infinito ) che vale la pena giocare, qualunque siano le probabilità  di vincere. Ricordiamoci che questa di Pascal è solo una prova: non mi dimostra nò che Dio esista nò che non esista, mi dice solo che vale la pena credere che esista. Possiamo fare ancora una volta il confronto tra il Dio cartesiano ( quello dei filosofi e degli scienziati ) e quello pascaliano ( il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ): tutti e due i filosofi giocano in qualche modo sull' idea di infinitezza presente in noi enti finiti. La differenza però sta nel fatto che Cartesio dimostra l' esistenza di Dio, Pascal argomenta in favore della scelta di credere in Dio, convinto che l' esistenza di Dio non sia dimostrabile razionalmente ( Pascal ha meno fiducia nella ragione umana rispetto a Cartesio ). Il Dio persona di Pascal ( che è poi quello cristiano ), non va dimostrato razionalmente, ma va accettato e basta; il Dio teistico non chiede all' uomo di capire tutto, bensì gli chiede di fare l' atto di fede e di compiere scelte: non a caso è il Dio di Abramo, colui che sacrificò, su consiglio di Dio, il proprio figlio Isacco: le vicende di Abramo non sono altro che quelle della scommessa pascaliana vissuta in termini tragici: Abramo punta tutto su Dio, perfino il proprio figlio; scommette tutto su Dio e riesce vincitore cosicchò vince il mondo finito ( gli viene restituito il figlio ucciso ) e l' infinito ( Dio ). Pascal scrive: " Poichè scegliere bisogna, vediamo ciò che vi interessa di meno. Voi avete due cose da perdere: il vero e il bene; e due cose da impegnare nel gioco: la vostra ragione e la vostra volontà , la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha due cose da fuggire: l'errore e la miseria. (... ) Valutiamo questi due casi: se guadagnate, voi guadagnate tutto; se perdete, non perdete niente. Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare ". Sempre a riguardo della fede in Dio, vi è un altro curioso argomento elaborato da Pascal: egli immagina che un non credente gli si rivolga confessandogli di non riuscire a credere in Dio e, per questo, di vivere male la sua vita. Essere credenti, in fondo, è più facile perchò si ha una speranza in qualcosa e chi non crede, spesso, vive male il fatto stesso di non credere. Pascal consiglia al non credente di agire in tutto e per tutto come se credesse, quasi come se, abituando il corpo alla fede, anche l' anima, un poco alla volta, si abituasse a credere. Agisci come se credessi e vedrai che la fede viene da sò: può essere così riassunta l' argomentazione pascaliana. Si deve forzare la macchina corpo ad abituarsi alle cose di Chiesa ( messe, processioni e riti vari ) finchò anche l' anima si adatterà  e arriverà  a credere. Dobbiamo fare la nostra scommessa puntando su Dio: se non c' è non ci perdiamo nulla, ma se c' è abbiamo solo da guadagnarci. Con l' idea dell' adeguarsi forzatamente alla fede, prima col corpo e poi con l' anima, Pascal vuole dire che la fede ce l' abbiamo tutti, basta trovarla: chi cerca la fede ( come il non credente ) in fondo già  la possiede proprio perchò la sta cercando. Uno che non avesse l' idea infinita di Dio in sò non si porrebbbe il problema della ricerca della fede. E Abramo stesso, che aveva puntato tutto su Dio, non aveva forse fatto un atto di ricerca della propria fede affidandosi completamente a Dio? La situazione tipica dell' uomo è di essere un ente finito e di avere la consapevolezza di essere un ente finito; ma sapere di essere finiti implica che l' uomo abbia presente in sò l' idea di infinito ( Dio ): come faccio a sapere di essere finito se non so che cosa sia l' infinito? Già  Cartesio si era servito di quest' argomentazione. Quindi la fede in ultima istanza l' abbiamo tutti, si tratta solo di cercarla, magari anche forzando. Il non credente si sente insoddisfatto proprio perchò non è ancora riuscito a trovare la sua fede. Quello che caratterizza l' uomo è di essere un ente finito e di sapere di essere un ente finito: questo permette a Pascal di elaborare la teoria della miseria del genere umano, miseria che colpisce esclusivamente il genere umano: non ne sono affetti nò Dio nò gli altri esseri del creato. Viene spontaneo controbattere che ci sono esseri assai inferiori e quindi più sventurati dell' uomo: ma essere miseri per Pascal implica non solo avere dei limiti, ma anche esserne coscienti: solo l' uomo si rende conto della sua sofferenza e dei suoi limiti. Ha dei limiti, ma ha anche una sua grandezza: l' uomo per Pascal è un mostro, un essere ibrido, incomprensibile, una realtà  che non è semplice ma che è misera: è piccolo perchò è debole ed è grande perchò sa di essere debole. Non a caso Pascal diceva: Io esalto l' uomo quando lo si vuole umiliare e lo umilio quando lo si vuole esaltare; soffre e sa di soffrire l' uomo: è allo stesso tempo l' essere più grande e più sventurato. La più famosa metafora elaborata da Pascal per delineare la condizione dell' uomo è quella del giunco pensante in balìa del vento: l' uomo è una pianta debole soggetta alle intemperie: proprio come un giunco può essere facilmente sradicato e ucciso: il vento ( e in generale l' universo che lo attacca ) è estremamente più potente di lui, ma lui ha un vantaggio: è pensante. L' universo che lo schiaccia senza neanche accorgersene è più forte fisicamente, ma proprio perchò non si accorge di cosa fa ( non ha coscienza ) è infinitamente più debole rispetto al giunco sul piano della coscienza: il giunco pensante fisicamente è debole, ma in ambito di coscienza è fortissimo perchò ha coscienza di essere schiacciato e distrutto dal vento ( l' universo ), che manco si accorge di ciò che fa. Un secolo dopo Pascal, Kant riprenderà  questa concezione ambivalente dell' uomo per elaborare la sua teoria del sublime, quel sentimento che l' uomo prova e che risulta allo stesso tempo piacevole e insopportabile: è l' uomo che si pone di fronte alla natura e se ne compiace, tuttavia sente di essere a lei inferiore e soffre: l' immagine usata da Kant sarà  quella del mare in tempesta; l' uomo che lo vede dalla riva prova un sentimento piacevole perchò in effetti è uno spettacolo meraviglioso, tuttavia soffre sentendo la propria impotenza e inferiorità  rispetto alla natura, che può schiacciarlo senza neanche accorgersene. Questa è la miseria dell' uomo. Ecco come esprime Pascal questo concetto: " L'uomo non ò che una canna, la più debole della natura; ma ò una canna pensante. Non c'ò bisogno che tutto l'universo s'armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d'acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perchè sa di morire e conosce la superiorità  dell'universo su di lui; l'universo invece non ne sa niente. Tutta la nostra dignità  consiste dunque nel pensiero. E' con questo che dobbiamo nobilitarci e non già  con lo spazio e il tempo che potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensare bene: questo ò il principio della morale " (fr. 347).