Filosofia del 1800

  • Materia: Filosofia del 1800
  • Visto: 4025
  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Kierkegaard: Esistenza, singolarità, possibilità

L'esistenza per il filosofo Kierkegaard.

"Io stupido hegeliano!". Con questa espressione, contenuta nelle Carte, Kierkegaard rimprovera a se stesso la sua breve adesione iniziale, ancora studente, alla filosofia di Hegel: adesione che ò stata del resto ridimensionata da recenti studi. L'idealismo razionalistico di Hegel appare ben presto a Kierkegaard l'espressione filosofica più contraria alle proprie istanze intellettuali. Il perno di questa opposizione ò il concetto di esistenza. L'oggetto della speculazione di Hegel non era l'esistenza, bensì l'essenza delle cose, e più precisamente la loro essenza razionale. L'esistenza veniva considerata soltanto in quanto inclusa nell'essenza stessa, cioò in quanto realtà  razionale. Al di fuori di questo rapporto con l'essenza razionale, l'esistenza era per Hegel pura accidentalità  e, come tale, sfuggiva all'analisi concettuale della filosofia. Già  Kant-che viene espressamente invocato da Kierkegaard- aveva invece osservato che l'esistenza ò una "posizione assoluta", del tutto indipendente dal concetto della cosa cui si riferisce: io posso avere una perfetta conoscenza del concetto di cento talleri, senza che questa somma esista effettivamente. Analogamente, Kierkegaard sostiene nel Diario che l'esistenza ò altra cosa rispetto all'essenza concettuale: "esistere" viene da ex-sistere, cioò "stare fuori" dal concetto. L'esistenza non ò quindi posta dal pensiero insieme all'essenza delle cose, ma ò qualcosa di dato indipendentemente dall'attività  speculativa dell'uomo: il pensiero può riflettere su di essa, non già  determinarla e porla in atto. Occupandosi soltanto delle essenze, la filosofia hegeliana aveva per oggetto l'universale. Considerando, invece, l'esistenza in quanto diversa dall'essenza, Kierkegaard incentra la sua attenzione su ciò che universale non ò, cioò sul particolare e sull'individuale. L'esistenza, infatti, non appartiene ai concetti universali, che sono soltanto entità  logiche, ma all'individuo nella sua specifica concretezza o, come Kierkegaard preferisce dire, al singolo. Riutilizzando una terminologia aristotelica, egli osserva che a Hegel interessano soltanto i "generi": non i singoli uomini, ma il genere "uomo". Per Kierkegaard, invece, l 'esistenza spetta in senso proprio solo all'individuo: egli ò in ciò memore della distinzione fatta da Aristotele tra le "sostanze prime", che indicano le "specie ultime", cioò appunto i singoli individui, e le "sostanze seconde", in cui consistono i "generi". Del resto, la realtà  ultima dell'individuo ò anche il cuore dell'insegnamento del Cristianesimo, che non si rivolge mai all'uomo in generale, ma sempre al singolo uomo, con il suo specifico e particolarissimo rapporto con Dio. La filosofia di Hegel, insensibile alla specificità  delle determinazioni individuali, era pertanto essenzialmente anti-cristiana e soltanto una surrettizia operazione concettuale ha potuto far credere il contrario. Dal carattere individuale dell'esistente consegue anche il primato della soggettività . Interessato soltanto alle essenze universali delle cose, Hegel ò il filosofo dell'Assoluto, del quale la soggettività  non ò che un aspetto parziale e incompiuto. Ma per Kierkegaard, che non crede alla determinazione dell'essenza delle cose, ò impossibile porsi dal punto di vista dell'Assoluto: per quanti sforzi faccia, l'uomo non esce mai, in quanto singolo, dalla sua soggettività . Ciò non impedisce, tuttavia, come Kierkegaard sostiene sin dalla sua tesi di laurea sul Concetto di ironia, che la stessa soggettività  assuma un valore assoluto. L'ironia socratica, in quanto sapere di non sapere, ò una soggettività  essenzialmente negativa: anzi, essa esprime una "negatività  infinita", perchè ò negazione di ogni determinazione specifica. Ma nello stesso tempo, essa contiene in sè una possibilità  positiva, cioò "l'infinitezza intera della soggettività ": infatti, la soggettività  finita, negando ogni determinazione specifica, comporta nello stesso tempo l'apertura a una soggettività  infinita, cioò a un principio indeterminato dell'esistenza, del quale il soggetto, pur non conoscendolo, ammette la possibilità . Da ciò consegue che la possibilità  ò una categoria centrale nel pensiero di Kierkegaard. Ponendosi dal punto di vista dell'Assoluto, Hegel si era proposto di comprendere filosoficamente la necessità  dell'essere. Rinunciando ad ogni assolutezza ed oggettività , e considerando sempre l'esistenza dal punto di vista della soggettività  del singolo, Kierkegaard non esce dalla sfera della possibilità . Le diverse determinazioni dell'esistenza umana costituiscono possibilità  che l'uomo liberamente può scegliere o non scegliere. La stessa apertura del soggetto finito alla soggettività  infinita-come si ò appena visto-ò soltanto una possibilità , e l'infinito stesso ò inteso in termini di possibilità  infinita. In ogni momento della sua vita l'uomo ò chiamato a scegliere-o anche a scegliere di non scegliere-tra possibilità  diverse. Questa totale apertura verso il possibile costituisce il carattere fondamentale dell'esistenza. Per questa sua definizione delle categorie di esistenza, possibilità  e soggettività , Kierkegaard ò stato considerato l'ispiratore dell'esistenzialismo contemporaneo.