Filosofia del 1900

  • Materia: Filosofia del 1900
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

La metafisica e la teoria del mistico

La metafisica in Wittgenstein.

Un'importante conseguenza della concezione del linguaggio tratteggiata nel Tractatus ò la sostanziale vanificazione sia della metafisica sia dello scetticismo. Per Wittgenstein i problemi metafisici non si possono risolvere in quanto esulano dall'ambito di significanza del linguaggio. Infatti le proposizioni di tipo metafisico non raffigurano fatti, e quindi non sono formulabili nei termini di un linguaggio sottoponibile alla verificazione e alla falsificazione. Insensata ò quindi la metafisica, ma non meno insensato ò il tentativo di metterla in dubbio o di negarla, giacchò ò possibile discutere o confutare solo ciò che ò esprimibile in termini significativi, cioò in termini di verità  o di falsità : " d'una risposta che non si può formulare non può formularsi neppure la domanda. L'enigma non v'ò. Se una domanda può porsi, può pure avere una risposta. Lo scetticismo ò non inconfutabile, ma apertamente insensato, se vuol mettere in dubbio ove non si può domandare. Perchè dubbio può sussistere solo ove sussiste una domanda; domanda, solo ove sussiste una risposta; risposta, solo ove qualcosa può esser detto " (Tractatus, 6. 5-6. 51). La polemica contro la metafisica e lo scetticismo, il rigetto degli enigmi nell'ambito dell'esperienza, l'ancoramento della sensatezza alla dicibilità  e verificabilità  secondo precise norme logico-linguistiche furono certo alcuni degli assunti del Tractatus che più entusiasmarono i lettori di ispirazione razionalistico-scientifica (nonchè neopositivistica). Ma il Tractatus non si ferma a questo punto: al contrario, nella parte finale esso suggerisce, in modo cifrato eppur assai netto, il darsi di qualcosa che esiste anche se non può essere detto (detto, ovviamente, alla luce dei rigidi dettami di significanza empirica e formale delineati nello stesso Tractatus ); questo "qualcosa" ò da Wittgenstein definito l' " ineffabile ", il mistico ": " v'ò davvero dell'ineffabile. Esso mostra sè, ò il mistico " (6. 522). Anche se rigurgitante di una miriade di implicazioni filosofiche, la tesi dell'esistenza dell'ineffabile va interpretata, in primis, entro un preciso contesto logico-linguistico. Essa costituisce il corollario di quella concezione della possibilità  e dei limiti delle proposizioni dotate di senso di cui prima abbiamo parlato. Wittgenstein vuole anzitutto circoscrivere l'ambito di quel che può essere detto, l'ambito, cioò, entro il quale il linguaggio vale (il linguaggio può raffigurare, ossia descrivere, i fatti nella loro struttura logica; e può mostrare la propria struttura logica). Relativamente a ciò, egli si affretta però a mettere in evidenza l'esistenza di qualcosa che eccede l'ambito del dicibile. Tale ambito, dice il filosofo, include in primo luogo certe questioni di teoria, anzi tutte le questioni che non sono esprimibili nè in termini di fatti nè in termini di enunciati logici: a cominciare da alcune nozioni centrali del Tractatus, come ad esempio la concezione del linguaggio come condizione di possibilità  della descrizione delle cose; l'esistenza di una dimensione universale e non ricavabile induttivamente come il mondo ( " non come il mondo ò, ò il mistico, ma che esso ò ", 6. 44), la problematica dei fondamenti, i concetti di raffigurazione, significato e verità . In secondo luogo, il mistico include una serie di princìpi cruciali e di significati e valori che hanno la duplice caratteristica di esistere e di non essere dicibili/descrivibili secondo i caratteri del sapere rigoroso; per chiarire il proprio assunto, Wittgenstein dice che " il senso del mondo dev'essere fuori di esso. Nel mondo tutto ò come ò, e tutto avviene come avviene; non v'ò in esso alcun valore- nè, se vi fosse, avrebbe un valore " (6. 41). Ma se questo ò vero, se cioò il senso ò fuori del mondo, allora esso ò inattingibile razionalmente, e così appartiene al mistico. Stessa cosa accade ad aspetti e nodi centrali dell'estetica, della morale, della stessa esistenza; tali sfere sono per Wittgenstein piene di questioni e di interrogativi che, non concernendo a rigore nè fatti (cioò il campo del sapere empirico-significativo), nè la struttura formale del linguaggio (cioò il campo delle proposizioni logiche), non sono raffigurabili, analizzabili, dicibili. Contrariamente all'immagine che una certa tradizione ha amato diffondere di Wittgenstein, egli fu sempre ben lungi dal sottovalutare le sfere poc'anzi citate. Era anzi profondamente convinto ch'esse contenessero alcuni dei problemi decisivi per l'essere umano: egli scrive che " noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur toccati " (6. 52).