Illuminismo

  • Materia: Illuminismo
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Kant: I postulati della ragion pratica

I concetti di base della ragion pratica in Kant.

La legge morale è per Kant un fatto che l' uomo scopre nella propria coscienza razionale. Come tutti i dati di fatto essa non ha bisogno di "deduzione", ma si giustifica da sè. Anzi, essa consente a sua volta di "dedurre" la realtà  pratica di un concetto che nella Critica della ragion pura era ammesso come semplice possibilità : quello della libertà . Dal punto di vista teoretico, infatti l' esistenza della libertà  non ò suscettibile di dimostrazione, dal momento che essa, in quanto tesi della terza antinomia cosmologica, cade al di fuori dell' ambito fenomenico. Dal punto di vista pratico, invece, la libertà  ò una condizione sostanziale (ratio essendi) della moralità : una moralità  priva di libertà  non sarebbe possibile, perchò verrebbe meno la capacità  del soggetto di essere causa prima (e responsabile) della propria azione. Sarebbe quindi impossibile quella autonomia del soggetto, cioò quella capacità  dell' uomo morale di autodeterminarsi e di essere legislatore di se stesso, in cui risiede l' essenza dell' azione morale. D' altra parte, attraverso l'esperienza della libertà  l' uomo acquista la consapevolezza del "fatto" morale: la moralità  ò dunque la condizione cognitiva ( ratio conoscendi ) della libertà . Pur non potendo mai accertarne teoreticamente la verità , occorre quindi ammettere la libertà  umana per non contraddire la realtà  di fatto della legge morale: la libertà  ò un postulato della ragion pratica. Accanto alla libertà  Kant riconosce altri due postulati pratici: l' immortalità  dell' anima e l' esistenza di Dio. La realtà  di queste due nozioni ò richiesta da un concetto pratico centrale nel pensiero kantiano: il sommo bene. Se la virtù ò il bene supremo (il più elevato), ad essa manca tuttavia la componente della felicità  per realizzare il bene sommo (perfetto, completo in tutte le sue parti). La giustizia più elementare vuole infatti che chi ò virtuoso sia anche premiato con la felicità  in proporzione al suo merito. Ma tale unione proporzionale di virtù e felicità , in cui consiste il sommo bene, appare problematica: chi vuol essere virtuoso, realizzando la pura legge del dovere razionale, non può ricercare la felicità , perchò quest' ultima, avendo natura sensibile, conferirebbe all' azione il carattere della particolarità  (anzichò dell' universalità ) e la renderebbe eteronoma (anzichò autonoma). Inoltre, il sommo bene presuppone la possibilità  per il soggetto morale di realizzare la virtù perfetta, ovvero la santità , completa adeguazione della volontà  alla legge, nonchò di meritare di conseguenza la felicità  totale, la beatitudine. Ma in un essere finito e sensibile come l' uomo la santità  (che ò propria di Dio, nel quale l' assenza di un condizionamento sensibile consente l' immediata adeguatezza della volontà  alla legge razionale) ò più un ideale cui avvicinarsi indefinitamente che una realtà  praticabile. Questi problemi trovano una soluzione, secondo Kant, nella testimonianza della coscienza morale. Mediante il postulato dell' essenza di Dio viene invece riconosciuta una causa intelligente del mondo, in grado di ordinare la natura, sede e condizione della felicità , in modo da "armonizzarla con l' intenzione morale". I postulati della libertà , dell' immortalità  dell' anima e dell' esistenza di Dio, danno all' uomo certezze che gli erano precluse in base all' analisi dei princìpi della conoscenza. In questo senso la ragion pratica detiene un primato sulla ragione teoretica, in quanto essa riesce a dare realtà  a concetti che nella Critica della ragion pura si presentavano al massimo come possibilità  teoretiche. Ciò non significa tuttavia che la ragion pratica consenta un' estensione dei limiti della conoscenza previsti dalla prima Critica. La validità  dei postulati non ò infatti assolutamente teoretica, ma soltanto pratica. Attraverso di essi si giunge alla certezza morale della libertà , dell' immortalità  dell' anima e dell' esistenza di Dio, ma in nessun modo ò possibile affermare la validità  teoretica di tali concetti: ciò infatti presupporrebbe quella sintesi a priori che ò possibile soltanto nell' ambito fenomenico. L' affermazione dell' esistenza di Dio consente a Kant di operare il passaggio dalla morale alla religione, all' analisi della quale ò dedicato lo scritto La religione entro i limiti della sola ragione. La religione infatti non ha contenuti diversi dall' etica, ma comporta semplicemente il riconoscimento dei doveri morali come comandamenti divini. La volontà  di Dio, che comanda all' uomo quelle stesse azioni già  prescrittegli dalla legge morale, non ò dunque arbitraria, ma pienamente conforme alla ragione universalmente legislatrice. La fede religiosa si traduce in fede razionale, nella quale nulla ò lasciato alla superstizione e al fanatismo. La stessa cristologia viene da Kant ricondotta rigorosamente entro "i limiti della semplice ragione". Cristo assume un valore esemplare per l' uomo non perchò egli si presenti come un essere soprannaturale (ad esempio attraverso i miracoli), ma perchò la sua condotta corrisponde all' ideale razionale dell' uomo moralmente gradito a Dio. Analogicamente il cristianesimo ò la migliore delle religioni poichò in esso il contenuto rivelativo e scritturale non ò contrario a una fede puramente razionale, ma ne promuove anzi la realizzazione.