Illuminismo

  • Materia: Illuminismo
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Vita e filosofia di Cesare Beccaria

Vita e pensiero del filosofo Cesare Beccaria.

Vita e opere Dei delitti e delle pene, l' opuscolo pubblicato nel 1764 da Cesare Beccaria è indubbiamente il testo più noto dell' intero illuminismo italiano; ed è anche il più importante, se si considera la sua fortuna in Europa e la sua influenza sui pensatori successivi. In esso convergono alcune delle idee sociali più significative della nuova cultura che andava affermandosi, espresse in uno stile raffinato e limpido al tempo stesso, un modello di esposizione per i nuovi filosofi. Interessante è il fatto che quando venne pubblicata l' opera, l' autore aveva appena 25 anni e che quel successo restò l' unico nella sua lunga carriera di scrittore e filosofo: tutti gli altri suoi scritti sono pressapoco sconosciuti. Cesare Beccaria nacque a Milano nel 1738 da una famiglia ricca e nobile e a vent' anni si laureò in Legge presso l' Università  di Pavia. Le nozze del 1761 con Teresa Blasco, di condizioni umili, portarono alla rottura con la famiglia e fu solo grazie all' intervento di Pietro Verri, al quale intanto Beccaria si era avvicinato, che potò in seguito avvenire la riconciliazione. Il carattere riservato e riluttante di Cesare Beccaria, tanto nelle vicende private quanto nelle pubbliche, ebbe nei fratelli Verri, e soprattutto in Pietro, un fondamentale punto d' appoggio e di stimolo. Alle frequentazioni con Pietro, non a caso, è ispirata la prima opera edita da Beccaria, il trattato Del disordine e de' rimedi delle monete nello stato di Milano nel 1672, uscito a Lucca nel 1762 appunto. Con questo scritto Beccaria prendeva una netta posizione in una delicatissima questione finanziaria, entrando così in polemica con i conservatori. Nello stesso anno, poi, gli nacque la figlia Giulia, la futura madre di Alessandro Manzoni. Isolate e sporadiche furono le collaborazioni di Beccaria alla rinomata rivista " Il Caffò ", ma tutte di altissimo valore teorico. L' adesione alle idee degli illuministi francesi, da Montesquieu a Diderot a Rousseau, e la collaborazione intensa con Pietro Verri dovevano dare i loro frutti e li diedero con la pubblicazione del capolavoro di Beccaria, Dei delitti e delle pene. Lo scritto venne dato alla stampa nel 1764 a Livorno, presso lo stesso editore che pochi anni dopo avrebbe pubblicato la prima edizione italiana dell' Enciclopedia di Diderot e D'Alembert. Beccaria preferì far comparire come anonimo l' opuscolo, temendo ripicche personali e ritorsioni e, infatti, parecchie furono le reazioni di condanna, soprattutto da parte della Chiesa cattolica, che nel 1766 inserì l' opera nell' Indice dei libri proibiti, senza però arrivare a bruciarla pubblicamente, come invece era stato fatto per l' Uomo macchina di La Mettrie. Tuttavia Beccarie ottenne anche molti pareri favorevoli: in Italia il libro fu strenuamente difeso dai fratelli Verri sul " Caffò " e in Francia i philosophes più prestigiosi lo tradussero e salutarono come un vero e proprio capolavoro, Voltaire in primis. Questo gli fruttò l' invito ad andare a Parigi, dove arrivò in compagnia di Alessandro Verri nell' ottobre del 1766. Ma il suo carattere schivo e riservato gli rese sgradevole l' accoglienza festosa dell' ambiente parigino, mentre la nostalgia dell' amata Milano e della famiglia lo inducevano ad un rapido rientro in patria, interpretato un pò da tutti come una sorta di fuga inspiegabile. Questo fece vacillare i suoi rapporti con i fratelli Verri, che gli rinfacciarono l' indolenza e il carattere provinciale: finiva così la fruttuosa collaborazione col gruppo degli illuministi lombardi. Dal 1769 Beccaria occupò per due anni la cattedra di Economia civile presso le Scuole Palatine di Milano ( e, una volta morto, verranno pubblicati gli Elementi di economia pubblica ). Dal 1771 fini alla morte ( avvenuta il 28 novembre 1794 ) si dedicò alla carriera amministrativa, dando il suo apporto alla politica riformista della monarchia asburgica che regnava su Milano. Nel 1770 intanto aveva pubblicato le Ricerche intorno alla natura dello stile, in cui riprendeva le riflessioni comparse sulla rivista " Il Caffò ": il pensiero sensista è applicato a meglio comprendere i meccanismi tramite i quali si svolge la comunicazione umana, e in particolare quella letteraria. Beccaria in ambito letterario si schiera in favore di una letteratura rinnovata nello stile, fedele al bisogno di esprimere concetti concreti ( cose ) secondo procedimenti razionali. Anche Cesare Beccaria, come Pietro Verri, concepiva la cultura in termini utilitaristici, ossia quale strumento di intervento concreto sulla realtà  con il fine di migliorare le condizioni materiali di vita degli uomini: e qui emerge tutto il suo spirito illunministico, il quale a sua volta mutua la concezione utilitaristica da Francesco Bacone e dal suo " sapere per potere ". Il tema di Dei delitti e delle pene, propostogli da Pietro Verri, ben si apprestava ad affrontare da un punto di vista specifico e circoscritto la questione della giustizia, e dunque della politica e della società , e infine del rapporto tra società  e benessere. Per questa ragione, attaccando apertamente il comportamento dei vari stati intorno alla questione della giustizia, Beccaria metteva in discussione l' intero assetto del quale quel comportamento era espressione, finendo con l' adombrare, nelle proposte di un rinnovamento giudiziario, una società  fondata su valori interamente alternativi. Dei delitti e delle pene Dei delitti e delle pene è diviso in 42 brevi capitoli, ognuno dei quali tratta un aspetto specifico della questione dibattuta. Lo scopo dell' opera nel suo insieme è di dimostrare l' assurdità  e l' infondatezza del sistema giuridico vigente. Beccaria non esita a farlo passare come un sistema puramente repressivo e rappresentato nei suoi ingiustificati rituali di violenza. Invece di essere al servizio della giustizia, il sistema giudiziario si rivela finalizzato ad un mostruoso meccanismo di potere e di soprusi, dietro il quale si profila l' ingiustizia che caratterizza l' intera società  che lo esprime. Non il benessere, ma la sofferenza della maggior parte dei cittadini è infine il risultato di una struttura così irrazionale. In particolare Beccaria tuona contro la pena di morte, vertice di inciviltà  gestito dallo stato, e contro le pratiche di tortura, inutili e anzi spesso fuorvianti rispetto alla verità  e comunque a loro volta barbare. Gli argomenti addotti da Beccaria sono grosso modo gli stessi, davvero difficili da confutare, che ancora oggi vengono ripetuti contro la prosecuzione di pene capitali e di torture: la tortura è quell' orrenda pratica con la quale si sottopone il presunto colpevole a parlare; ma se il compito della giustizia è di punire chi commette ingiustizia, la tortura fa l' esatto opposto perchò colpisce tanto i criminali quanto gli innocenti, cercando di costringerli con la forza ad ammettere atti da loro non compiuti; e poi sotto tortura anche un innocente finirà  per confessare reati che non ha commesso pur di porre fine al supplizio. La tortura poi è ingiustificata perchò si applica ancor prima della condanna: Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice. E, paradossalmente, con la tortura l'innocente è posto in peggiore condizione che il reo: infatti l'innocente se viene assolto dopo la tortura ha subito ingiustizia, ma il reo ci ha solo guadagnato, perchò è stato torturato ma, non avendo confessato, è risultato innocente e si è salvato dal carcere! Dunque l'innocente non può che perdere e il colpevole può guadagnare, nel caso in cui venga assolto. Ancora più complessa è la questione della pena di morte, ossia della vendetta istituzionalizzata: Beccaria riconosce la validità  della pena di morte in Stati particolarmente deboli in cui i criminali fanno ciò che vogliono. Però nel 1700, con il progressivo rafforzarsi degli Stati tramite l' assolutismo illuminato, la pena di morte diventa assolutamente inutile: se lo Stato è forte, allora punirà  senz' altro il criminale, il quale, sapendo che agendo in quel modo verrà  punito, non infrangerà  la legge: egli non la infrangerà  anche in assenza della pena di morte; secondo Beccaria occorrono pene miti, ma che vengano sempre applicate: se la pena è minima, ma il criminale sa che dovrà  scontarla e non potrà  farla franca, allora non infrangerà  la legge: la pena di morte diventa quindi assurda e inutile proprio perchò lo Stato è forte, capace di punire i criminali. L' importante è che le pene vengano sempre apllicate, altrimenti il cittadino corretto e rispettoso della legge, vedendo che i trasgressori la fanno franca e non vengono puniti dalla legge, comincerà  ad odiare la legge stessa e a trasgredirla anch' egli, proprio perchò si sentirà  preso in giro dallo Stato che vara leggi e poi non le fa applicare. A sostegno della sua battaglia contro la pena di morte, Beccaria porta un altro argomento: la pena, per definizione, ha due funzioni: 1 ) correggere il criminale per riportarlo sulla retta via; 2 ) garantire alla società  la sicurezza, già  a suo tempo propugnata da Hobbes. Ma la pena di morte ( pur rendendo più sicura la società  ), evidentemente, non può certo correggere il criminale, in quanto lo fa fuori: la risoluzione del tutto sta, per riagganciarci a quanto detto, nello Stato forte e autoritario che impone pene miti, ma garantisce la loro applicazione; allo stesso anche l' ergastolo non corregge il criminale ed è, a mio avviso, ancor peggio della pena di morte, la quale si pone come obiettivo il liberare la società  di un delinquente; l' ergastolo, invece, si pone come obiettivo esplicito il correggere il criminale: ma a che serve tenerlo tutta la vita in carcere? Che correzione può avere? Va senz' altro notato come la pena di morte, che era sempre stata una sorta di spettacolo per il popolo che si riuniva nelle piazze per assistere ai pubblici squartamenti, nel 1700 cominci a risultare odiosa al popolo: è il sentimento decantato da Rousseau che entra in gioco. Tuttavia la critica di Beccaria mossa al sistema giudiziario è intrecciata con quella mossa alla Chiesa: se è vietato il suicidio, come può essere legittimata l' omicidio tramite la pena di morte? Questa inutile prodigalità  di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità  e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà  di ciascuno; esse rappresentano la volontà  generale, che ò l'aggregato delle particolari. Chi ò mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà  di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll'altro, che l'uomo non ò padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società  intera? . Così inizia la critica sistematica di Beccaria contro la pena di morte; non è in assoluto nella storia la prima volta che si muove una critica alla pena di morte, ma è la prima volta che contro di essa vengono mosse obiezioni radicali e sistematiche. Questa critica alla pena di morte indica una svolta nel senso comune, svolta che ebbe anche innegabili effetti pratici: per esempio nel 1786 Pietro Leopoldo aboliva in Toscana la pena di morte. La prima argomentazione contro la pena di morte è che essa non è legittima. La tesi a sua volota si divide in due punti: in primo luogo, essa offende il diritto che nasce dal contratto sociale, stipulato per garantire la sicurezza degli individui contraenti, non per deprivarli della vita. In secondo luogo, la pena di morte è contraria al diritto naturale secondo il quale l'uomo non ha la facoltà  di uccidere se stesso e non può quindi conferirla ad altri. Dopo aver dimostrato che la pena di morte non è legittima, ossia che non è un diritto, Beccaria passa alla seconda argomentazione, per cui essa non è necessaria: anche questa si articola su due livelli: in primis, si dimostra che la pena di morte non è necessaria laddove regnino ordine politico e sicurezza civile; in secondo luogo si dimostra che essa non esercita una sufficiente funzione di deterrenza relativamente a furti e a delitti. La dimostrazione di questa tesi è empirica: le impressioni più profonde non sono quelle intense ma brevi (la pena di morte), bensì quelle più deboli ma di lunga durata (il carcere). Beccaria critica anche la religione accusandola di agevolare il delinquente nelle sue ree intenzioni, confortandolo con l'idea che un facile quanto tardivo pentimento gli assicuri comunque la salvezza eterna. Ma se la pena di morte non è un diritto e non è un deterrente, essa è anche inutile: lo Stato, infliggendo la pena di morte, dà  un cattivo esempio perchò infatti da un lato condanna l'omicidio e dall'altro lo commette, ora in pace ora in guerra. Ma Dei delitti e delle pene non si limita a criticare lo stato di cose presente, benchò questo aspetto risulti decisivo in prospettiva storica; in effetti Beccaria non manca di avanzare la proposta di una nuova dimensione giudiziaria, secondo la quale lo Stato non ha il diritto di punire quei delitti per evitare i quali non ha fatto nulla: la vera giustizia consiste nell' impedire i delitti e non nell' infliggere la morte. In tal modo viene posto il problema della responsabilità  sociale dei delitti commessi, introducendo una concezione del tutto nuova della giustizia e dei doveri dello Stato, nonchò dei rapporti tra società  e singolo. Beccaria propone inoltre delle punizioni che non siano vendette, ma risarcimenti, tanto del singolo verso la collettività  quanto di questa verso il criminale: le pene devono pertanto, come dicevamo, essere socialmente utili e " dolci ", volte al recupero e non alla repressione. Un altro elemento decisivo dell' opera è la distinzione tra reato e peccato. Il reato risponde ad un sistema di leggi liberamente concordato tra gli uomini: innegabile è l' influenza su Beccaria di Rousseau e delle sua concezione della società  come contratto; dunque il reato deve essere definito in un' ottica laica e terrena, storica e immanente. In questo modo viene rifiutata l' identificazione tradizionale tra diritto divino e diritto naturale, di cui i sistemi legislativi sarebbero l' espressione diretta. Viene, anzi, smascherato l' interesse di potere che si nasconde dietro a una tale concezione. Questa laicizzazione della giustizia è anche la più forte ragione del rifiuto della pena di morte: era infatti proprio arrogandosi il diritto di esprimere insieme la legge umana e la legge divina che gli Stati potevano condannare a morte un presunto colpevole, quasi come se fosse Dio stesso a punirlo. Certo Beccaria ha piena coscienza della difficoltà  che ha il popolo di comprendere le leggi, tanto più che ciascun uomo ha il suo punto di vista, ciascun uomo in differenti tempi ne ha un diverso, ed è per questo che condanna l'oscurità  delle leggi, scritte in una lingua straniera al popolo, convinto che se tutti potessero intenderne il significato il numero dei delitti e dei reati diminuirebbe notevolmente. Le leggi devono essere accessibili a tutti, tutti hanno il diritto di conoscerle e, di conseguenza, di rispettarle; ma Beccaria sa bene che ai suoi tempi le cose non vanno così e che in realtà  la maggior parte delle leggi non sono che privilegi, cioò un tributo di tutti al comodo di alcuni pochi. Egli è altresì convinto che il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, nò di disfare un delitto già  commesso, bensì il fine dunque non è altro che d'impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini. E Beccaria non esita a tuonare contro le accuse segrete che portano gli uomini a mascherare i propri sentimenti e ad errare smarriti e fluttuanti nel vasto mare delle opinioni: bisogna dare al calunniatore la pena che toccherebbe all'accusato! Con le accuse segrete, infatti, basta avere in antipatia una persona, magari la più onesta che ci sia, per farla andare in carcere con false accuse infondate. Assurdo per Beccaria è anche il giuramento, proprio perchò non ha mai fatto dire la verità  ad alcun reo e poi mette l'uomo nella terribile contradizione, o di mancare a Dio, o di concorrere alla propria rovina. Il giuramento è inutile, perchò non avvengano delitti basta solo che il delinquente colleghi automaticamente l'idea di delitto a quella di pena: compiuto il delitto egli otterrà  inevitabilmente una pena; ed è proprio per questo che occorre la prontezza della medesima, perchò il lungo ritardo non produce altro effetto che di sempre più disgiungere queste due idee: il criminale, compiendo un delitto e non vedendosi punito, finirà  per non associare più il delitto alla pena. Fatto sta che la pena deve sempre e comunque essere dolce, ma in ogni caso va applicata proprio perchò la certezza di un castigo, benchòmoderato, farà  sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell'impunità .