Letteratura Italiana

  • Materia: Letteratura Italiana
  • Visto: 81704
  • Data: 2006
  • Di: Redazione StudentVille.it

10 Agosto di Giovanni Pascoli

Introduzione all'opera Myricae, dettagliata analisi delle poesia X Agosto di Giovanni Pascoli con testo a fronte e parafrasi.

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Il titolo della raccolta deriva da un verso virgiliano (Bucoliche, IV): arbusta iuvant humilesque Myricae ( "a noi giovano gli arbusti e le umili Tamerici"), e vuole significare un canto umile, di ispirazione agreste e, al tempo stesso, una sorta di consonanza spirituale con la poesia di Virgilio. Il genere: si tratta per lo più di frammenti lirici, bozzetti naturalistici (anche se il naturalismo rimane in certi momenti una vuota forma, un’idea astratta e convenzionale di natura), impressionistici, in cui dominano i contrasti cromatici e le immagini legate da rapporti analogici. I temi: la natura, la vita dei campi, i fenomeni meteorologici, il lavoro, il tema della morte (in seguito alla perdita degli affetti familiari), il tema del "nido". Alcune liriche della raccolta: Orfano, X Agosto, Lavandare, Novembre X Agosto – Giovanni Pascoli La famosissima poesia “X Agosto” è una delle opere più celebri del poeta italiano Giovanni Pascoli, grande esponente della corrente del simbolismo e del movimento letterario del decadentismo. Tratta dalla raccolta Myricae, essa è dedicata alla morte del padre, assassinato in condizioni misteriose il 10 agosto del 1867. La poesia è una fitta rete di simboli, che richiamano la sua visione pessimistica della vita e il suo frequentemente citato concetto del “nido”, inteso sia come dimora che come nucleo famigliare. Il primo vero simbolo si può ritrovare già nel titolo: il 10 agosto, rappresenta, oltre al giorno della morte del padre di Pascoli, la notte di San Lorenzo, famosa per le sue stelle cadenti. Il poeta vede questo particolare e splendido fenomeno naturale in modo completamente diverso e con gli occhi di un uomo sofferente e rattristato, che riconosce nelle comete le lacrime di un grande pianto, quello di un cielo disperato e deluso, proprio come Pascoli. Questo concetto viene evidenziato molto nella prima strofa, quando il poeta, evocando proprio San Lorenzo, spiega come vede la notte delle stelle cadenti: non come un particolarissimo fenomeno astronomico, ma come un grandioso pianto divino che interessa tutto il cielo e che in un certo senso fa compagnia al poeta che appare come un uomo deluso, tradito dal destino che ha agito in modo veramente crudele. Proprio in questa strofa riusciamo a percepire quale fu la cultura impartita al poeta: con le parole “tanto di stelle”, intravediamo una costruzione latina, il che presuppone un corso di studi classici, percorso che Pascoli effettivamente scelse. Con la strofa successiva, comincia la sua complessa rete di allegorie e di metafore: egli paragona alla morte del padre, quella di una rondine che doveva tornare al nido per nutrire i suoi piccoli, ma che essendo stata uccisa durante il tragitto, lascia i suoi “rondinini” affamati e purtroppo, morenti. Oltre a questa prima metafora superficiale, il poeta introduce altri elementi rilevanti in questa strofa: nel verso 5 utilizza la parola “tetto” per descrivere il nido, questa volta in senso letterale e non come metafora dell’ambiente famigliare; evidentemente questa espressione è collegata a quella della fine del verso 13, in cui invece utilizza il vocabolo “nido” proprio nel modo appena citato, volendo cioè esprimere il senso di protezione che la dimora umana trasmette e soprattutto il concetto di “nucleo famigliare” che in questo caso sta attendendo con ansia il ritorno del padre. Al verso 6 invece è presente una importante e precisa allegoria: quando la rondine viene uccisa, ci viene detto che “cadde tra spini”: questo pare essere un preciso richiamo all’idea di un omicidio ingiustamente, la rondine viene infatti profondamente collegata all’immagine del Cristo in croce, simbolo della vittima sacrificale per eccellenza. Questa immagine viene anche richiamata al verso 7 nell’espressione “ora è là, come in croce”, momento nel quale l’allegoria appena citata viene esplicitata in modo più evidente e di più facile comprensione. Questo simbolo legato alla religione, ci introduce il modo di vedere la fede di Giovanni Pascoli, in questa poesia egli riconosce il Cielo come un’entità lontana dal mondo, distaccata dagli eventi terrestri e soprattutto, impotente, o almeno fermo e immobile, intento solo a guardare dall’alto senza intervenire per ridurre le ingiustizie e i delitti. Questa immagine viene ripresa successivamente e comincia nel verso 10 quando la rondine appena uccisa, tende esanime il verme nel vuoto, quasi indicando “quel cielo lontano”, che nulla può, o vuole fare neanche in questi momenti in cui il male interviene e regna sovrano nella vita umana. E il delitto non colpisce solo la rondine, che invece è forse la vittima meno commuovente della poesia, ma il suo nido, dove i suoi rondinini “attendono e pigolano sempre più piano”, continuando a sperare in un cibo che non arriverà mai. Queste prime tre strofe contengono il primo dei due termini di paragone introdotti da Pascoli, che mette in parallelo, la morte della rondine con quella di suo padre ed esprime quanto sia straziante l’attesa dei piccoli, proprio come fu quella della famiglia del padre del poeta, oltre che totalmente vana. Nella strofa successiva viene introdotto invece il secondo termine di paragone: la morte del padre di Pascoli. Viene citato il cosiddetto “nido”, questa volta con il tipico valore metaforico che Pascoli solitamente attribuisce a questo vocabolo. Nel secondo verso viene evidentemente ripresa l’immagine religiosa citata precedentemente “l’uccisero; disse: Perdono”. Addirittura la parola Perdono viene scritta con la lettere maiuscola, proprio a ricordare quello che fu il perdono per antonomasia, pronunciato da Cristo morente sulla croce. Nel verso successivo viene introdotta un’immagine molto suggestiva che ci evidenza come il padre, nonostante il perdono, trascorse i suoi ultimi istanti di vita. L’espressione “restò negli aperti occhi un grido” ci suggerisce una morte violenta, sofferta e con la grande volontà di andare avanti, resistere per raggiungere i cari, e consegnare loro quelle due bambole che portava in dono, proprio come il verme della rondine caduta tra i rovi. Quando Pascoli parla dei doni del padre inserisce una reticenza proprio per riprendere anche con il significante questa idea di interruzione, di come sia stata troncata la vita di un uomo e con essa le speranze dei suoi famigliari. Ora nella casa “romita”, cioè solitaria e desolata, aspettano un uomo che non arriverà mai, proprio come i piccoli sofferenti e affamati sul tetto. E il pover’uomo è morto triste, assassinato da questo Male sovrano che oscura gli animi umani e, proprio secondo il poeta, con un ennesimo esempio poco più avanti, si diletta a mettere in secondo piano il Cielo e il Bene, che deludendo l’umanità non interviene e lascia alla Morte compiere il suo ingrato compito. Questo concetto viene infine espresso con un’immagine molto forte, a partire dal verso 21: il poeta parla direttamente al Cielo, elogiandolo e mettendolo in contrapposizione con quello che esprime con l’ultimo verso, forse il più importante di tutto il componimento. Il Cielo piange, mentre il male di tutto l’universo si concentra in un unico atto, diventa, seppur una particella infinitesimale, un momento di pessimismo e tragicità estrema. Viene descritto come un “atomo opaco del Male”: l’ultima parola, scritta con l’iniziale maiuscola ci suggerisce come Pascoli vede il male come un’entità separata, sullo stesso livello del Cielo divino ma purtroppo, in questo caso vincente. E’ una particella “opaca”, che non brilla cioè di luce propria, è una forza oscura, cupa e funesta. Con questi ultimi, splendidi versi si conclude la lirica, lasciando intuire un interrogativo dell’autore, che si chiede come sia possibile che esistano atti di così grande malvagità. X Agosto è una poesia incredibilmente suggestiva e permeata di una grande tristezza, proprio quella che il giovane Pascoli provò vedendo il corpo esanime del tanto amato padre. X AGOSTO Giovanni Pascoli Oh, San Lorenzo, io lo so perché tante stelle bruciano e cadono nel cielo sereno, io so perché nella cupola del cielo brilla un pianto così grande. Una rondine ritornava al suo nido: l’uccisero: cadde tra gli spini: aveva nel becco un insetto: era la cena per i suoi rondinini Adesso è la ferma tra gli spini con le ali spalancate sembra voler dare quel verme al cielo lontano e i suoi piccoli nel nido ormai quasi nel buio, attendono e pigolano sempre più piano Anche un uomo ritornava alla sua casa: l’uccisero: e morendo disse: perdono e negli occhi spalancati rimase un grido di dolore: portava in dono due bambole… Adesso là nella casa solitaria lo aspettano, ma lo aspettano invano mentre egli immobile, sbalordito indica le bambole al cielo lontano E tu, cielo, dall’alto dei tuoi mondi Sempre sereni, infiniti, immortali Oh! Lo inondi col pianto di stelle questo atomo buio privo di luce, ch’è il regno del Male”! PARAFRASI San Lorenzo, io so perché tante stelle brillano e cadono per l’atmosfera tranquilla, perché un così grande pianto del cielo fa luce. Una rondine ritornava al suo nido sul tetto: la uccisero: cadde tra gli arbusti: portava nel becco un insetto: la cena per i suoi piccoli. Ora la rondine abbattuta ha le ali aperte in croce, tendendo quel verme a un cielo inaccessibile; e gli abitanti del nido sono nell’ombra della sera, attendono e pigolano sempre più piano. Anche un uomo tornava dalla sua famiglia: lo uccisero; disse “Perdono!”; e nei suoi occhi spalancati rimase un grido di dolore: portava due bambole in dono alle sue figlie… Ora nella casa solitaria, lo aspettano invano: l’uomo, dallo sguardo immobile e attonito, addita le bambole verso quel cielo tanto lontano. E tu, Cielo, che sei infinito, eterno, dall’alto inondi con lacrime questo mondo, che altro non è che un atomo non illuminato nell’immensità del cosmo, dove domina il Male. METRO 6 quartine di novenari e decasillabi alternati a rima alternata. COMMENTO Le stelle che cadono durante la notte di S. Lorenzo non sono altro che per il poeta le lacrime del cielo sulla malvagità degli uomini. Per pascoli il 10 agosto è una data emblematica dato che è l’anniversario della morte del padre, avvenuta nell’estate 1867. Egli dice di sapere perché un così gran numero di stelle sembra incendiarsi e cadere nel cielo: è perché tante stelle che cadono così fitte sembrano le lacrime di un pianto dirotto che splendono nella volta celeste. Poi immagina una rondine che, mentre tornava al suo nido fu uccisa e cadde tra i rovi: ella aveva un insetto nella bocca cioè il cibo dei suoi piccoli. Qui Pascoli, con una metafora, intende dirci che la rondine era l’unica fonte di sostentamento per i suoi piccoli così come suo padre lo era per lui. Descrive la rondine trafitta sui rovi spinosi con le ali aperte quasi come se fosse in croce, accostando tale immagine a quella dei suoi rondinotti, che rimangono in una vana attesa del cibo. Dopo passa a descriverci un uomo, suo padre, che mentre tornava a casa fu ucciso, ma, aggiunge, mentre era in punto di morte pronunziò parole di perdono verso i suoi assassini. Negli occhi rimase la volontà di emettere un grido. Invece Pascoli, con il particolare delle due bambole che l’uomo portava in dono alle figlie, voleva alludere alla tenerezza che avrebbe caratterizzato l’arrivo del padre a casa e delinea un mondo di consuetudini affettuose che la morte interruppe. Adesso, nella casa “solitaria”, i suoi familiari lo attendono inutilmente come in precedenza avevano fatto i rondinotti. Il povero uomo con gli occhi impietriti dalla morte indica le bambole al cielo che è descritto dal poeta molto distaccato e indifferente al dolore umano. E infine, dice che il cielo, visto come una divinità, dall’alto della sua serenità lascia cadere fitte lacrime su questa piccola parte dell’universo, che è il regno del male. In questa poesia la morte del padre assurge a simbolo dell’ingiustizia e del male: il dolore del poeta diventa il dolore di tutti. (segue nel file da scaricare)

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