Novecento

  • Materia: Novecento
  • Visto: 27036
  • Data: 2005
  • Di: Redazione StudentVille.it

Casa sul Mare di Montale

Commento su “Casa sul Mare” di Eugenio Montale.

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Questo splendido canto della disillusione, posto quasi alla fine degli “Ossi”, di tono pacato, quasi discorsivo, che riprende l’antico luogo letterario del viaggio, fin dai primi versi ci sorprende: la nostra esistenza, come uomini, vi è implicata in modo profondo. “Il viaggio finisce qui :/nelle cure meschine che dividono/l’anima che non sa più dare un grido….”: non è difficile, per un uomo del nostro tempo, pensare che l’avventura della vita sia ormai miseramente terminata, di fronte ad un ostacolo esteriore o interiore, a un limite insorpassabile come il mare a cui quella casa si affaccia; e a poco a poco il cuore perde vigore, si immobilizza, diventa incapace anche di un solo grido di dolore. Il paradosso disperante è che la vita continua a scorrere tra le preoccupazioni meschine, monotona, insopportabilmente ripetitiva (“ora i minuti sono eguali e fissi…”; e ancora: “ Il viaggio finisce a questa spiaggia/che tentano gli assidui e lenti flussi…”). Nulla vi accade (“Nulla disvela se non pigri fumi…”) ed è raro che qualcosa compaia all’orizzonte in questa vita che va avanti pigra e fuggitiva.

Questa esistenza piatta, sorda, fa svanire tutto, persino i ricordi, in una nebbia impalpabile. Dopo le immagini marine che rendono oggettiva la posizione interiore di delusione, di non attesa, di non speranza, di pigra immobilità, il poeta introduce in modo indiretto un tu generico, o più precisamente una donna che formula una domanda drammatica sulla vita, la domanda più grave: “Tu chiedi se così tutto vanisce/in questa poca nebbia di memorie;/se nell’ora che torpe o nel sospiro/del frangente si compie ogni destino”. C’è in questa richiesta come un ultimo grido soffocato del cuore, della ragione umana, che non si rassegnano al fatto che tutto finisca nel nulla, che il destino di ogni uomo sia svanire come l’onda che lentamente si infrange sugli scogli. Il poeta vorrebbe poterle dire che non è così, che c’è la salvezza. Forse qualcuno riesce a sorpassare il limite, a scoprire certezze per la vita, il senso delle cose, a raggiungere il compimento della sua umanità, della sua interiorità, non lui però.

Egli vorrebbe tuttavia, prima di arrendersi al suo destino, insegnarle una “via di fuga” dalla dura  realtà; ma sa che questa ipotesi di salvezza è effimera come la spuma o l’onda sul mare agitato. In uno slancio del cuore offre alla donna, quasi un pegno per il destino perché la salvi, la sua piccola speranza che Montale, stanco  deluso, non sa più alimentare. Nella casa sul mare forse finisce l’avventura di due anime. Il vero tema della lirica è da un lato l’urgenza che la vita sia un viaggio reale, colmo di significato; dall’altra la contestazione dolorosa che il viaggio non ha altro esito che il nulla, perché il tempo distrugge tutto; le cose svaniscono come parvenze, si perdono le aspirazioni, le attese, le memorie, e il cuore, deluso, non è più capace di battere. Ma è possibile sfuggire alla tortura dello sbriciolarsi lento e quotidiano delle cose? Per salvarsi, afferma Montale coniando un verbo di stile dantesco, bisognerebbe poter “infinitarsi”. Solo il rapporto con il mistero infinito potrebbe dare consistenza alla vita, all’istante, potrebbe rendere positivo lo scorrere del tempo, pieno di senso, viaggio nell’aldiquà. Ma per il poeta il viaggio è finito, anzi non è mai cominciato. Montale afferma che solo un miracolo, un imprevisto potrebbe salvarci dal “non senso”, dall’oblio. Qui si ferma il poeta.

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