Novecento

  • Materia: Novecento
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  • Data: 2004
  • Di: Redazione StudentVille.it

Eugenio Montale

Vita, opere, poetica e stile di Eugenio Montale.

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1.1 – La Vita

Montale nasce a Genova nel 1896; frequenta l’Istituto Tecnico Commerciale, ma interrompe gli studi per dedicarsi alla musica e al canto. Nel 1917 partecipò come sottotenente alla Prima guerra mondiale, combattendo a Vallarsa, in Trentino. Nel 1919 veniva definitivamente congedato.
Ritornato a Genova, s’inserì negli ambienti letterari. Intanto comincia a scrivere per riviste e giornali e nel 1925 dà alle stampe la sua prima raccolta di liriche “Ossi di seppia”.
Nel 1927 si trasferisce a Firenze, dove va maturando la sua poetica. Nasce così la raccolta di poesie “Le occasioni” uscite nel ’39, intitolata così perché è la vita ad offrire spunti e occasioni per riflettere e capire che il vivere dell’uomo è “sconfitta” e “solitudine”.

E’ una poesia tutta personale. Il linguaggio si fa più oscuro, legato alle esperienze ermetiche di Quasimodo e d’altri poeti della stessa corrente.
Scoppia la seconda guerra mondiale, una bufera che sconvolge l’Europa e il mondo intero. Da qui la terza raccolta poetica di Montale, “La bufera e altro”, uscita nel ’56, ma composta in gran parte negli anni spaventosi del conflitto. Sono visioni tragiche, di lutti, dolori e rovine. Il linguaggio qui é più chiaro e aperto, i temi e il tono sono polemici e drammatici. Nel ’67 viene nominato senatore a vita. Intanto, col passare degli anni, le tensioni e i ricordi del passato si sfocano nell’anima del poeta dando origine a momenti più sereni. Il linguaggio si fa ancora più semplice in “Satura”, l’ultima raccolta, i cui temi sono gli affetti familiari e il ricordo nostalgico della moglie da poco morta.
Nel ’75 riceve il premio Nobel per la Letteratura.
Muore a Milano nel 1981, a 85 anni.

1.2 – Le Opere

“Ossi di seppia”

In esso è racchiuso tutto il programma poetico di Montale: come il mare liscia e leviga con le sue onde gli ossi di seppia, così il poeta leviga e lima le sue liriche fino a ridurle all’osso, all’essenziale; sono, infatti, poesie povere, costruite con linguaggio semplice, comune, antilirico. I temi trattati riflettono la sua visione della vita, una visione pessimistica della condizione umana, simboleggiata spesso con immagini di paesaggio desolate.
Innanzi tutto si pone in evidenza il pensiero negativo di Montale, l’irriducibilità al e la negazione d’ogni etichetta definitoria che possa decifrare l’informità del reale.

“Le occasioni”

Questa seconda raccolta di liriche, composte dal 1928 al 1939, è incentrata anch’essa sull’oggetto; sono frammenti del passato, un fluire di figure nella memoria, un contatto illusorio tra passato e presente.
Il ricordo del passato che non ritorna più è espressione di una vana lotta contro il tempo che tutto dissolve e cancella. Da qui il desiderio del poeta di abbattere la barriera della solitudine, di trovare il “varco”, la possibile salvezza incarnata dalle figure femminili; ma la speranza di un miracolo svanisce sempre più e resta dolorosa tristezza e un senso amaro di smarrimento, d’angoscia di fronte ad una desolante esistenza.

Sul passaggio da Ossi di seppia a Le occasioni abbiamo un’illuminante testimonianza di Montale: “Non pensai ad una lirica pura nel senso che essa poi ebbe anche da noi, ad un gioco di suggestioni sonore; ma piuttosto ad un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l’occasione e l’opera oggetto bisognava esprimere l’oggetto e tacere l’occasione spinta.
In sostanza non mi pare che il nuovo libro contraddicesse i risultati del primo: n’eliminava alcune impurità e tentava di abbattere quella barriera fra interno ed esterno che mi pareva irreale anche dal punto di vista gnoseologico.
Negli Ossi di seppia tutto era attratto e assorbito dal mare agitato".

Le occasioni sono immagini, ricordi, episodi, sensazioni, eventi importanti, ma anche banali; rappresentano la vita in potenza, tutto ciò che si sarebbe potuto fare e non si è fatto.

“La bufera e altro” e “Satura”

La seconda guerra mondiale aveva profondamente colpito con i suoi orrori il poeta genovese. Da qui la sua terza raccolta di liriche, “La bufera e altro”, uscita a Venezia nel ’56. Sono visioni di rovine, di lutti, di dolore. Il linguaggio diventò più aperto e comprensibile. E’ scomparso quell’aristocratico isolamento del poeta di Ossi di seppia e delle Occasioni; qui la sua anima vibra d’orrore e di rivolta. Il tono si fa polemico contro la classe dirigente che aveva portato l’Italia alla catastrofe, e molto drammatici diventano i temi che alla fine sfumano in quello della solidarietà umana.
Passano gli anni e ai ricordi dolorosi subentrano momenti più sereni. Nelle Occasioni egli aveva prediletto le forme classiche con strofe e rime; nella Bufera usa forme aperte e periodi lunghi. Nel ’71 esce Satura, nelle quali Montale critica con la satira la società squallida in cui vive.

1.3 – La poetica

Egli usava una poetica estranea all’estetismo della parola e alla magia verbale, ma fondamentalmente basata su valori semplici e veri.
Montale è un grande interprete di quella crisi dell’io e della società che caratterizza tanta letteratura del Novecento. A differenza di Ungaretti, Montale non abbandona mai il punto centrale della sua visione del mondo, che è la negatività totale, la consapevolezza del nulla e dell’aridità della vita.
La sua poesia non intende per nulla abbellire la realtà e mascherare il “male di vivere”; vuole invece dichiararla senza compiacimenti.
A Montale manca sia il conforto della fede sia le aspettative indotte da possibili pensieri, perché, nei confronti di tutti, nutre sempre scetticismo e distacco.

La visione negativa della vita viene espressa in una poesia ricca di oggetti e non di sentimenti, “scarna ed essenziale”, che nasce però da un attento studio della nostra tradizione letteraria. Egli assorbe e rielabora la lezione di tre autori della cultura simbolista e decadente: Pascoli, D’Annunzio e Gozzano. Da Pascoli e, soprattutto, da Gozzano ricava la tendenza a rifiutare la parola poetica classica, colta, in favore di una parola precisa e comune. Di Gozzano accetta pure la sottile ironia e l’uso dell’accostamento di termini colti con termini colloquiali e quotidiani. Da D’Annunzio prende la tendenza a instaurare un rapporto privilegiato tra l’io e il paesaggio naturale, particolarmente quello marino, estivo e soleggiato.

Nella sua poesia, Montale adopera la tecnica, ricavata da alcune delle liriche del poeta inglese Thomas Stearns Eliot, del “correlativo oggettivo”: rappresentare oggetti che hanno valore emblemastico, perché fortemente collegati con sentimenti e sensazioni.

1.4 – Lo Stile

Montale ritiene che la poesia debba opporsi al disordine della vita contemporanea. Ciò si traduce in una lirica che a volte adopera il verso libero, a volte ricorre ai metri tradizionali, specie l’encasillabo, alle strofe, alle rime.

Molto particolare è il linguaggio che mescola forme colte letterarie a forme più comuni. Nelle successive raccolte troviamo un periodare incompleto, in cui mancano i verbi che potrebbero dare maggiore comprensione al testo.

Nelle ultime opere il poeta usa uno stile sempre più ironico e spesso tagliente, e un linguaggio adatto a rendere la cronaca della vita quotidiana molto simile al linguaggio parlato.
Particolare attenzione Montale attribuisce alla musicalità del verso, ai suoni spesso secchi e aspri che rimandano a quel senso di “male di vivere” che è il tratto più importante della sua poesia.

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