Novecento

  • Materia: Novecento
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  • Data: 2005
  • Di: Redazione StudentVille.it

Italo Calvino

Biografia e commento dalle opere di Italo Calvino.

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"Nostro padre si sporse sul davanzale. -Quando sarai stanco di star lì cambierai idea!- gli gridò. -Non cambierò mai idea,- fece mio fratello, dal ramo. -Ti farò vedere io, appena scendi!-
-E io non scenderò più!- E mantenne la parola."
(Il barone rampante) 

Gli esordi

Calvino nasce a Cuba, a Santiago de Las Vegas, nel 1923 ma a meno di due anni è già in Italia, a Sanremo. Il padre infatti era ligure e la madre di Sassari, si trovavano nelle Antille per dirigere una stazione sperimentale di agricoltura e una scuola di agraria.
Il retaggio derivatogli da una famiglia i cui componenti erano tutti (i genitori, ma anche gli zii) scienziati ha sicuramente influenzato alcune opere e saggi successivi dello scrittore oltre che la scelta della facoltà universitaria -Agraria- poi abbandonata.

Calvino si laurea infatti nel 1947 in Lettere a Torino, dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza sulle Alpi Marittime. Argomento della sua tesi fu J. Conrad. Nello stesso periodo entra in contatto con la casa editrice Einaudi e conosce Pavese e Vittorini.

Il suo primo libro, "Il sentiero dei nidi di ragno" viene pubblicato nel 1947, grazie all'interessamento di Pavese, e si rifà proprio all'esperienza della Resistenza inserendosi nella corrente neorealistica che nacque nel primo dopoguerra. Molto interessante, a tal proposito, l'introduzione all'opera, scritta dall'autore stesso nel 1964 per una nuova edizione del libro.

Gli antenati

Nei primi anni '50, su suggerimento di Vittorini, Calvino decide di puntare sull'ispirazione fantastica. Nascono  tre romanzi poi raccolti nel volume "I nostri antenati" : "Il visconte dimezzato" (1952) ,"Il barone rampante" (1956) e il "Cavaliere inesistente" (1959). Questi tre libri, ambientati in un vago passato, hanno uno stretto legame col presente e con i suoi problemi. Rimangono certamente il punto più alto raggiunto dall'opera di Calvino: in essi prevale la componente fantastica e ironica, filtro necessario per misurarsi con il reale e l'amore per la favola (si ricordi a tal proposito "Fiabe italiane" (1956), una raccolta delle più belle fiabe popolari italiane divise per regione e mirabilmente tradotte dal dialetto). Nel "Visconte dimezzato e nel "Cavaliere inesistente" ritroviamo il prevalere del male sul bene e l'uomo alienato di Marx, la cui personalità svapora all'interno di una professione. Nel "Barone rampante" compare invece la problematica del rapporto tra intellettuale e società. La visione di Calvino dell'argomento ci riporta alla Francia settecentesca e al "Secolo dei Lumi", all'intellettuale che deve staccarsi dalla società, prenderne le distanze per meglio poterla comprendere. 

Il romanzo saggio

Con "Marcovaldo" (1963, ancora l'alienazione) si chiude il periodo dell'ispirazione puramente fantastica e si apre quello del romanzo-saggio.
Nel mezzo il breve filone realistico ( "La nuvola di smog" e "La speculazione edilizia" rispettivamente del 1957 e 1958) che tratta problemi del tempo quali l'industrializzazione e la cementificazione selvaggia e che culmina col breve romanzo "La giornata d'uno scrutatore"(1963). Qui lo scrittore affronta temi terribili come l'emarginazione e la degradazione a livello subumano e si chiede se esista un tipo di organizzazione della società che possa sopperire agli errori dell'ordine naturale. Calvino è stato definito uno scrittore di testa piuttosto che di cuore e, in effetti, dai primi anni '60 in poi si affaccia nelle sue opere il retaggio scientifico di cui si è già detto e nasce una fase molto sperimentale della narrazione: vengono pubblicate "Le cosmicomiche" (1965) e "Ti con zero" (1967). Bisogna però ricordare che lo scrittore ligure si avvale del dato scientifico come di una carica propulsiva per costruire situazioni irreali e paradossali, grandi invenzioni narrative, immagini quasi fumettistiche al fine di verificare ipotesi razionali come quelle sulla nascita dell'universo.
In questo modo il vecchio romanzo si sfalda, si annulla, e diventa quasi un saggio, una ipotesi narrativo-scientifica. Si ricordino a tal proposito i raffinatissimi "Il castello dei destini incrociati"(1972), dove una serie potenzialmente infinita di storie nasce da un mazzo di Tarocchi e "Le città invisibili"(1973).

Ma è del 1979 il libro più maturo dell'attività dello scrittore: "Se una notte d'inverno un viaggiatore". E' anche questo un romanzo saggio, anzi, il romanzo del narrare, il racconto delle peripezie a cui il Lettore la Lettrice sono costretti per poter completare il libro che stanno leggendo.
La trama si delinea sotto i nostri occhi e mette in luce gli artifici su cui la letteratura si fonda. L'ultimo lavoro di Calvino sono le "Lezioni americane" scritte poco prima della morte nel 1985, si tratta dei testi di alcune conferenze che avrebbero dovuto tenersi all'università di Harvard. L'argomento è la presenza, nella letteratura di tutti i tempi, di sei categorie: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, Consistenza (quest'ultima mai scritta).
   

Il sentiero dei nidi di ragno

(le parti in corsivo tratte dall'introduzione dell'autore del 1964)

Protagonista è Pin, ragazzino cresciuto nei vicoli della vecchia San Remo, che un giorno ruba una pistola ad un ufficiale tedesco e la nasconde in un fosso dove "fanno i nidi i ragni". Poi Pin fugge ed entra a far parte di un gruppo di partigiani. A molti racconta della sua pistola e del posto segreto in cui l'aveva nascosta. Ma a nessuno interessa veramente, a nessuno importa molto dei nidi di ragno. Pelle, uno dei partigiani, trova la pistola ma tradisce e si arruola nella brigata nera fascista. Solo Cugino, al termine del racconto, si sofferma con Pin a cercare le tane dei ragni, a guardarci dentro. Cugino è l'amico che Pin sognava e cercava.  Insieme si allontanano, di notte, e Pin stringe la sua mano "fatta di pane".
Attraverso gli occhi di un bambino Calvino ci racconta vicende di guerra e rapporti umani. L'ambiente è quello dei proletari e sottoproletari proprio della corrente neorealistica ma la differenza sta nel fatto che qui ogni cosa è vista attraverso lo sguardo di un bambino e di conseguenza proiettata in un mondo di fiaba. I partigiani, a volte, sembrano quasi gnomi del bosco, il cuoco del distaccamento pare uscito da un racconto di Salgari, col suo falchetto sulla spalla e il suo passato trascorso a bordo di centinaia di navi per tutti i mari del mondo.
Lo scrittore, nell'introduzione scritta nel 1964, ha modo di precisare che nell'estraneità dello sguardo di Pin si metaforizza il suo stesso rapporto con la guerra partigiana, l'inferiorità che lui sentiva, in quanto "borghese", verso quel mondo.
In questo suo primo romanzo Calvino getta il seme di quelle che saranno le caratteristiche principali del suo percorso letterario: il realismo e l' ispirazione fantastica: " ...Fu Pavese il primo a parlare in tono fiabesco a mio proposito, e io, che fino ad allora non me ne ero reso conto, da quel momento in poi lo seppi fin troppo, e cercai di confermare la definizione..."

Per lo scrittore ligure, il neorealismo, fu un insieme di voci provenienti dalle più disparate parti del paese e ad esse profondamente ancorate  con i dialetti e i gerghi che impastavano la lingua letteraria, ma fu anche l'occasione per fermare sulla pagina scritta il mondo  dei boschi, dei nascondigli, di uomini armati e inseguimenti.

La Resistenza ne esce non santificata ma nemmeno disprezzata, vista attraverso il filtro della favola che, come in altre opere di Calvino, è il componente necessario per comprendere la realtà.

I nostri antenati

(Il visconte dimezzato; Il barone rampante; Il cavaliere inesistente)

Nei tre romanzi pubblicati negli anni '50, "Il visconte dimezzato", "Il barone rampante" e "Il cavaliere inesistente", Calvino analizza la figura dell'uomo contemporaneo e il suo rapporto con la società. Trattandosi di tre favole, per di più ambientate in un passato più o meno immaginario fatto di cavalieri, re, castelli e dame, questo può apparire inverosimile.
Analizziamo però i protagonisti: Il Visconte Medardo ritorna in patria diviso in due da una palla di cannone, una metà è buona, l'altra cattiva; il barone Cosimo, per protesta nei confronti del padre decide di andare a vivere sugli alberi e di non scendere più; lo zelantissimo cavalier Agilulfo, invece, in realtà non esiste, esiste solo la sua volontà di compiere il proprio dovere.
I tre hanno in comune il fatto di avere una caratteristica ben definita, una regola fissa che rispettano per tutto il corso del romanzo e nella quale definiscono la propria personalità.

Sono esseri emblematici, balzani, che tentano disperatamente di realizzarsi come umani opponendosi ai limiti imposti dal mondo, dalla società e dalla loro stessa incompletezza.
Noi non sappiamo nulla dell'esistenza di Medardo prima del colpo di cannone e dopo l'operazione che lo ha "riunito", non possiamo neppure immaginare Cosimo che cammina tranquillamente per strada, al suolo; e cosa sarebbe Agilulfo senza il suo zelo, la sua condotta perfetta e precisa di paladino? Un'armatura vuota, abbandonata, come accade alla fine del romanzo.
L'uomo di Calvino si compie in quello che fa e che è. Non è la lotta tra bene e male e il trionfo di uno sull'altro quello che veramente si vuole sottolineare nel "Visconte dimezzato" , quello che conta è "l'approfondimento ostinato di ciò che si è". Buono o cattivo non importa, il contrasto serve solo a sottolineare il dimidiamento. Questo perchè "dimidiato, mutilato, incompleto, nemico a se stesso è l'uomo contemporaneo; Marx lo disse 'alienato', Freud 'represso'; uno stato d'antica armonia è perduto, a una nuova completezza s'aspira." Cosimo per poter capire la società, per occuparsi di essa e del bene del prossimo, se ne deve staccare in modo radicale. Solo così raggiunge la propria autodeterminazione. C'è, nel "Barone rampante" un vago sapore di settecento francese, la convinzione che l'intellettuale debba allontanarsi dal mondo circostante per meglio poterlo comprendere. Il passato in questo romanzo è meno vago che negli altri due e alcuni riferimenti storici sono piuttosto precisi e reali. Calvino sembra qui immedesimarsi col protagonista e non semplicemente raccontare una storia.
Agilulfo invece esiste solo nella sua professione e nella sua volontà. Quando il suo compito finisce, al termine di una serie di ariosteschi inseguimenti, l'armatura perde vita.

Scrive Calvino (tra l'altro, probabilmente il migliore e più chiaro commentatore di se stesso): "Ho voluto fare una trilogia d'esperienze sul come realizzarsi esseri umani : nel Cavaliere la conquista dell'essere, nel Visconte l'aspirazione a una completezza al di là delle mutilazioni imposte dalla società, nel Barone rampante una via verso una completezza non individualistica da raggiungere attraverso la fedeltà a un'autodeterminazione individuale. Tre gradi d'approccio alla realtà."    

"Il castello dei destini incrociati" e "Se una notte d'inverno un viaggiatore": la sfida al labirinto.   

Nel 1962, sulla rivista "Menabò" , viene pubblicato un articolo-saggio di Calvino intitolato "La sfida al labirinto."
Il "labirinto" è il dipanarsi continuo e potenzialmente infinito delle strade della narrazione. Questo concetto in particolare caratterizza la produzione del Calvino più maturo che in questo labirinto si addentra, scoprendone gli artifizi e i meccanismi.
Consideriamo a questo proposito due opere in particolare: "Il castello dei destini incrociati"(1969) e "Se una notte d'inverno un viaggiatore" (1979).
E' evidente, in queste due opere, la volontà dell'autore di esplorare le molteplici strade che una vicenda può prendere, sottolineando come ogni decisione presa dal protagonista o da un personaggio implica una serie praticamente infinita di variazioni.

Nel primo, raffinatissimo, romanzo i personaggi si trovano in un castello al centro di un bosco, seduti intorno ad un tavolo. Non possono parlare a causa di una specie di incantesimo e per raccontare la loro storia si servono di un mazzo di tarocchi. Affiancano una carta all'altra costruendo la vicenda e intersecandola con quella di un altro convitato.
Calvino costruisce un "cruciverba" perfetto di storie (ne traccia anche un preciso schema) in cui ogni tarocco compare una sola volta e perfettamente si inserisce nella vicenda. "...Passavo giornate a scomporre e a ricomporre il mio puzzle, escogitavo nuove regole del gioco, tracciavo centinaia di schemi, a quadrato, a rombo, a stella, ma c'erano carte essenziali che restavano fuori e carte superflue che finivano in mezzo..."

Nella seconda parte del libro "La taverna dei destini incrociati" il meccanismo rimane lo stesso, cambia solo il fatto che qui una carta può comparire più volte all'interno di una storia, non esiste quindi uno schema preciso.

La macchina combinatoria da cui prende l'impulso il "Viaggiatore" è invece diversa. Calvino si identifica non con l'autore del libro ma con il lettore. Non si tratta di un romanzo, ma della combinazione degli incipit di 10 differenti romanzi la cui lettura, per una serie di incredibili e inverosimili cause (quinterni di pagine mancanti, libri che sono in realtà altri libri e appaiono sotto falso titolo ecc...) non può essere portata a termine dal "Lettore" e dalla "Lettrice". I due protagonisti cercano in tutti i modi di trovare i seguiti delle storie e si imbattono in professori, artisti, falsificatori di romanzi, traduttori, editori .

Al termine dell'opera il "Lettore" entra in una biblioteca con l'elenco dei 10 libri interrotti. Gli viene fatto notare che i titoli formano un acrostico che a sua volta è l'incipit di un altro romanzo.
"...Lei crede che un racconto abbia un inizio e una fine? Anticamente un racconto aveva solo due modi per finire: passate tutte le prove, l'eroe e l'eroina si sposavano oppure morivano..."
Il Lettore, rassegnatosi a non trovare il seguito dei racconti, decide così di sposare la Lettrice.
Paradossalmente in questa maniera si giunge al termine del libro.

Appare chiaro come l'idea di Calvino sia anche qui, come nel "Castello", quella di dimostrare che, nella narrazione, ogni avvenimento produce molteplici effetti che diramano e frammentano la storia. Nel tentativo di risalire all'incontrario la sequenza di cause ed effetti si producono altre cause ed altri effetti.
Non bisogna però ridurre queste due opere alla stregua di semplici esperimenti, ma è necessario cogliere il gusto per il divertimento e l'intento "giocoso" di "smascherare" alcuni dei mezzi che la letteratura utilizza per prendere vita.

Le cosmicomiche

Nei racconti che fanno parte di questo libro, Calvino prende spunto da una teoria scientifica per trovare l'impulso necessario alle sue invenzioni narrative.
Consideriamo in particolare il primo racconto: "La distanza dalla luna". La storia è introdotta, come tutte le altre, da un brevissimo prologo di sapore scientifico che serve da "motivo di partenza" e che viene poi sviluppato dall'immaginazione dello scrittore.
Protagonista è Qfwfq, nostro antichissimo antenato, ma anche nostro contemporaneo, che ci racconta di come milioni di anni fa la luna fosse vicinissima alla terra, raggiungibile con una scala a pioli, poi si allontanò da essa a causa delle maree.
Sulla luna praticamente attaccata alla terra si andava a raccogliere il "latte lunare", proprio durante una spedizione il satellite si allontanò portandosi via la donna amata da Qfwfq che da quel giorno guarda il cielo e alla fine del racconto ci confida: "...m'immagino di vederla, lei o qualcosa di lei ma nient'altro che lei, in cento in mille viste diverse, lei che rende Luna la Luna e che ogni plenilunio spinge i cani  tutta la notte a ululare e io con loro."

La teoria, il dato scientifico, diventano nelle "Cosmicomiche" invenzione pura. Ritorna l'amore per la favola, per i personaggi senza tempo, il gusto per il gioco. Li potremmo immaginare come strisce a fumetti questi racconti, come scene di cinema muto.
Non sono avvicinabili alla letteratura di fantascienza perchè in essi non c'è nulla di futuristico, c'è piuttosto una parodia del mito delle origini, un'atmosfera strana e affascinante. E ci sono passi di poesia indimenticabili.

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