Novecento

  • Materia: Novecento
  • Visto: 15416
  • Data: 2004
  • Di: Redazione StudentVille.it

La Poesia del '900

Le avanguardie dei primi anni del '900, in particolare il Crepuscolarismo.

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Data d’inizio il 1903. Data di chiusura il 1919.

Questo è l’arco di tempo in cui si sviluppano forme di poesia che possono definirsi d’avanguardia e che, pure gravitando per filiazione o ribellione intorno a Carducci, Pascoli e D’Annunzio, sicuramente esibiscono un corpo nuovo: lessicale, metrico e tematico.

Ai crepuscolari resta il merito di non aver fondato scuole, ma tendenze comuni: estraneità alla cultura accademica, per esempio, frammentizzazione dei moduli metrici, gusto del prosaico, del quotidiano fino al culto sotto tono per la malattia e lo sfinimento del vivere. Linee non programmatiche, ma che consentono una rottura con la tradizione e un collegamento della lirica italiana con il decadentismo europeo.

Il crepuscolarismo romano porta il nome di Sergio Corazzini, che pubblica soprattutto su diverse riviste e pochi volumi presso tipografie private; la prima raccolta complessiva esce, infatti, postuma, a cura di alcuni amici, nel 1908: Liriche seguita da una seconda nel 1922 e da una terza del 1959 sempre a cura dell’editrice Ricciardi di Napoli.

Nella carriera poetica di Aldo Palazzeschi (Aldo Giurlani) l’esordio è un misto di crepuscolarismo e futurismo, nell’apparente facilità e leggerezza dei suoi versi, provocatoriamente anti-letterari; le prime raccolte del 1905, 1907 e 1909 escono a Firenze a spese dell’autore con un editore falso il cui nome Cesare Blanc risulta essere quello del suo gatto.

L’Incendiario del 1910 viene ospitata nelle Edizioni di Poesia di Marinetti e a lui anima della nostra fiamma personalmente dedicata.

Guido Gozzano, dopo diverse pubblicazioni su riviste, esce nel 1907 per l’editore Streglio di Torino con la raccolta La via del rifugio e, nel 1911, con il suo libro-capolavoro I colloqui per i Fratelli Treves di Milano.

Crepuscolare a suo modo, è l’unico poeta del Novecento ammesso da Croce, l’unico apprezzato dai vociani, sicuramente il grande liquidatore di un’intera tradizione classica.

Nelle riviste come Poesia, La Voce e Lacerba si raccolgono le prime esperienze dei poeti: futuristi come Corrado Govoni che, proprio nel 1918, dà alle stampe un’antologia della prima produzione Poesie scelte chiudendo simbolicamente un ciclo, o come Luciano Folgore, il più rappresentato nell’antologia I poeti futuristi del 1912, pubblicata, appunto, per le Edizioni futuriste di Poesia, e che chiude la grande stagione d’avanguardia con Città veloce. Lirismo sintetico, del 1919, con le Edizioni della Voce di Roma; esordienti come Umberto Saba, che pubblica proprio nelle Edizioni della Voce, nel 1912, Coi miei occhi (il mio secondo libro di versi.

Nell’autunno del 1913, Dino Campana dà a Soffici la copia dei Canti Orfici, che andrà smarrita costringendo il poeta a riscriverla a memoria per pubblicarla, poi, nel 1914.
Con quest’opera, unica testimonianza di una mente creativa, Campana si aggiudica il titolo di capostipite della lirica nuova, per molti critici, o si attira il giudizio riduttivo e negativo di altri, tra i quali colleghi di scrittura come Saba, che lo liquida brutalmente: era matto e solo matto.

Resta il fatto che le liriche dei Canti rappresentano il ponte più complesso con la cultura europea, con Baudelaire, Rimbaud facendo del poème en prose un coacervo di stimoli e tendenze vociane, lacerbiane, futuriste della nuova cultura letteraria italiana.

Ancora Lacerba e questa volta con i primi versi di Giuseppe Ungaretti, che nel 1916 pubblica Il porto sepolto e poi parte, fervente interventista, per la guerra sul Carso.
Nel 1919, a Firenze, edizione Vallecchi, pubblica Allegria di naufragi e a Parigi, in contemporanea, la plaquette di versi in francese La guerre. Ed è anche l’anno in cui il poeta aderisce al fascismo.
Con Allegria Ungaretti viene riconosciuto, immediatamente, come il portatore di una poetica nuova, l’ermetismo, garantendosi il plauso della critica militante di allora.

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