Ottocento

  • Materia: Ottocento
  • Visto: 10392
  • Data: 2005
  • Di: Redazione StudentVille.it

Inettitudine e noia

L'inettitudine e la noia in letteratura, in particolare nel romanticismo.

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Percorsi tematici 

1) Inettitudine come inadeguatezza dell'umano di fronte al divino.

2) Inettitudine come estraneità, disadattamento, rifiuto : noia, spleen,

3) Inettitudine come apatia e indifferenza ai valori borghesi. L'Oblomov di Goncharov.

4) Inettitudine  come distacco autoironico dalla vita. I colloqui di Guido Gozzano

L'analisi di questa voce tematica è condotta in due pagine distinte. Nella prima si analizzano le aree semantiche che si collegano con il lemma centrale, individuando - su un piano più strettamente linguistico - i significati che ruotano attorno a questo termine. Essi sono arricchiti dalle aperture e dalle analogie lessicali suggerite dai testi letterari esaminati durante l'anno scolastico. Nel percorso tematico invece si tenterà di ripercorrere  sul piano storico l'evoluzione del concetto, nel suo vario modularsi nell' immaginario  letterario in composizioni poetiche e narrative, in vicende e personaggi, in situazioni artistiche ed esiti espressivi.
La mappa semantica fornisce - attraverso le parole chiave - un utile strumento di ricognizione per le varie articolazioni del concetto, proponendo un quadro sistemico di prospettive di analisi in chiave strutturale.


Etimologicamente  il termine inettitudine si ricollega al latino  in-aptum e nel linguaggio comunicativo si riconosce ad esso una valenza negativa: è inetto chi è incapace di realizzare un progetto, di porsi obiettivi concreti, chi si inserisce male all’interno di un compito  e manca di capacità. Inettitudine può diventare, di volta in volta, sinonimo di pigrizia, di viltà, di accidia, di scarsa volontà e di mancato proposito d'azione.

Quattro polarità - agli angoli della mappa – divengono quasi punti d’approdo estremi per l’inetto a vivere o piuttosto margini connotanti,  esiti  patologici, assoluti oppure ancora ancore di salvezza del tutto particolari, tipizzanti questa condizione, quasi tese a valorizzarla.

A sinistra troviamo due derive estreme della psiche e del corpo, che si accompagnano entrambe all’idea della rinuncia e dell’abbandono. La morte come momento decisivo dell’assenza, dell’abbandono definitivo dell’essere. La follia  come deriva della razionalità, problematicità irrisolta delle relazioni, incomunicabilità ed alienazione, scacco o fuga dal reale nell’incapacità a vivere formalismi vuoti ed insignificanti. A destra troviamo l’inconscio che emerge dalla memoria involontaria, spesso attivata dallo scavo interiore e dalla continua auscultazione-interrogazione dell’io e soprattutto la coppia  lettura / scrittura attività predilette dall’inetto a vivere, che preferisce decostruire e ricostruire significati della realtà, traendoli dalle narrazioni e dai discorsi, dalle riflessioni e dai pensieri piuttosto che dalle esperienze.

L’abbandono al sogno, al vagheggiamento dell’infinito, alle illusioni, alle suggestioni della natura – interlocutrice muta ma anche seduttiva – colgono l’aspetto romantico dell’anima che si lascia attraversare dal piacere estetico, dal senso del sublime e del patetico. E’ forse questa una forma di inettitudine al vivere ma non certo al sentire? Tale abbandono è spesso interpretabile come interruzione temporanea dell’azione, come ricerca di un rifugio per l’io, pronto a rinascere all’esperienza ed a nutrire di nuovo la sua volontà, volgendola ad alti ideali, cui approdare.

Nell’animo romantico c’è anche un che di energico, di investigante, che riguarda il destino ultimo degli esseri e le domande di senso della vita. L’inettitudine-incapacità a vivere si trasforma nel nobilissimo sentimento della noia, che è proiezione continua al di là dei limiti del conoscibile e dell’oggettivo e poi accettazione coraggiosa e nichilista che rifugge l’illusione fatua della felicità. Questo debito pagato alla ragione orienta la categoria concettuale dell’inettitudine a cogliere pessimisticamente la negatività del vivere, oppure a vivere emozionalmente tutta l’angoscia gridata della chiusura nello spazio ristretto e invalicabile dell’io: diventa spleen.

Nel decadentismo inettitudine diviene definitivamente chiusura e valorizzazione dell’io, mentre all’esterno dominano interessi concreti e bassi. Il privilegio e il dramma della solitudine è comunque lo spazio privilegiato della creazione artistica. Inettitudine significa spesso riduzione volontaria di ambiti di indagine e di esperienza, privilegiamento di prospettive, di contesti significativi, ma anche ossessioni, traumi incalzanti e paralizzanti che pure alimentano l’arte prediletta della parola…surrogato alla vita. Emerge tutta una gamma di connotazioni e giustificazione di tali atteggiamenti riduttivi: la parola poetica è trastullo, voce di fanciullino, consolazione, rifugio, colloquio, divertimento, intenerimento, …distacco, ironia, divina indifferenza.


L’inettitudine alla vita diventa metafora della crisi, della malattia – spesso contrappunto tragico alla vita e sua fisica negazione – del crepuscolo, della senilità come stato d’animo. Si fa autogiustificazione e si celebra nell’indifferenza, nel relativismo prospettico e nei meandri della coscienza e dell’inconscio.

Infine linguisticamente si celebra con il monologo interiore ed il flusso di coscienza che esprimono l’inesausto bisogno dell’inetto di dar voce alla propria interiorità che si auto-confessa incessantemente.

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