Ottocento

  • Materia: Ottocento
  • Visto: 9248
  • Data: 2005
  • Di: Redazione StudentVille.it

Letteratura tra XIX e XX secolo

Ripercussioni dei problemi sociali nella letteratura tra le fine del XIX e gli inizi del XX secolo.

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A livello europeo, l’aristocrazia non detta più legge per quello che riguarda l’eleganza e il costume, nel complesso si sente una necessità di aderire alla realtà. I riflessi nella letteratura di questo stato sociale sono notevoli, in particolare l’aspirazione ad una letteratura “vera” e sociale , dove sociale significa però solo analisi della società contemporanea.

Contribuiscono a divulgare questa tendenza il rafforzarsi della scienza e l’idealizzazione dello scienziato, per cui si pensava ad uno scrittore-scienziato in grado di analizzare fatti concreti con la giusta scientificità che non si limitasse ad inventare avvenimenti e uomini immaginari. Il letterato doveva escludere dalla sua opera l’influsso di ogni motivazione ideale o affettiva, soffermandosi su quella realtà che si può percepire con i 5 sensi . Il massimo esponente di questa tendenza letteraria, fu Giovanni Verga, il quale analizzò con obiettività scientifica la società (non tralasciando le sue problematiche).

“Chi meglio di Giovanni Verga dipinge fedelmente la società postrisorgimentale……?”

Proprio G. Verga affronta i temi tanto discussi della questione sociale,  prendendo spunto anche dal progetto sociologico, ideologico e politico di Franchetti e Sonnino, esponenti della Destra Storica e professori universitari di sociologia.

Verga compare, sin dal primo numero, nell’elenco degli autori che collaborano all’iniziativa.dell’ Inchiesta in Sicilia in “Rassegna settimanale”.
Con questi strumenti etnologici e sociologici Verga cerca di ricostruire “in laboratorio” la realtà di un paese siciliano tipico, con le sue gerarchie e con le sue stratificazioni sociali, con i suoi riti e i suoi costumi. Compiuta tale operazione di “ricostruzione intellettuale” egli cala poi il paese così ricostruito in un paese reale. In poche parole Verga non muove dalla descrizione del paese reale, ma dalla costruzione di un paese modello che poi identifica in un paese vero ed esistente: il paesaggio siciliano da lui costruito non corrisponde in realtà a nessun paese siciliano ma è concreto in quanto il mondo ricostruito ha in se gli effettivi caratteri sociali ed etnologici di un paese siciliano intorno al 1870.

Il ciclo dei vinti è fondamentale nell’analisi sociale di quel periodo, in quanto si prefigge di analizzare con rigore scientifico la società del tempo, elevandosi dal livello più basso fin quello più alto. Egli vuole dimostrare che ascendendo gli  scalini sociali, l’uomo si dimostra un “vinto” in ognuno di essi , cioè una vittima del progresso. Il progresso è paragonato ad una fiumana che avanza inesorabilmente. Esso procede attraverso la lotta per la vita e attraverso una selezione naturale :l’egoismo individuale è alle radici del progresso. Quest’egoismo provoca tutti i soprusi che stanno alla base della società moderna. Verga si prefigge dunque il compito di studiare questi soprusi e scorrettezze sociali, prefiggendosi il solo compito di documentare l’accaduto.

La prosa verghiana mette a chiare note in luce l’inconsistenza di quel mondo e fa emergere per contrasto tutta la serietà della misera condizione della plebe del sud, che in modo naturale rappresenta la realtà drammatica della vita, ove è legge fondamentale la lotta per la sopravvivenza, ove il pesce grosso divora il piccolo: un mondo questo in cui le reazioni umane derivano direttamente dall’istinto, sono per lo più dettate dai bisogni più immediati ed elementari, da motivi, che in termini sociologici si direbbero “economici”, che sembrano espressione di egoismo e sono invece segni di una necessità non eludibile in alcun modo. E sono questi stessi motivi che tengono caparbiamente aggrappati alle scogliere del proprio mare i miseri pescatori siciliani e che li rendono così legati al loro nucleo familiare, in cui il “patto sociale” è semplificato nella norma del mutuo soccorso ed è amministrato dall’autorità del patriarca, del nonno, del “padron”, che è il depositario dell’antica primordiale “scienza” umana trasmessasi, di generazione in generazione, attraverso i proverbi popolari. Questa solidarietà, che nasce pur sempre da un bisogno di protezione reciproca, assume la dimensione di moralità perché è regolata da rigide norme di comportamento ed  è ispirata dalla  subconscia paura di essere divorati da quel pesce vorace che è il mondo esterno dove incombe il progresso. L’ideale dell’ostrica [6] che accomuna gli “umili” del Verga non nasce in loro da una conquista del pensiero, da una speculazione filosofica  di alto livello, non è frutto di una libera scelta: è una necessità dettata da una caparbia volontà di sopravvivere e fronteggiata da un istin¬tivo buon senso.

Le opere di Verga danno appunto la rappresentazione della drammatica esistenza degli “umili” e saranno espressione di un pessimismo cupo, non riscattato da alcuna visione di vita ultraterrena, non confortato da alcuna fede religiosa, da alcuna speranza di redenzione: un pessimismo sofferto nel segno della pietà verso un mondo di diseredati che rappresentano l’aspetto più autentico dell’esistenza umana, che sono soggetti ad una “fatalità” che li costringe al ruolo di “vinti”, la cui dignità è salvata solo dall’eroica caparbietà di tirare “la vita coi denti più a lungo che potranno” e da quella sorta di “religione del focolare domestico” che li tiene uniti. 
Oltre al tema economico e dell’esclusione, vi è la consapevolezza del cieco destino umano e dell’impotenza dell’uomo di fronte alla realtà dura dell’esistenza.

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