Ottocento

  • Materia: Ottocento
  • Visto: 65603
  • Data: 2004
  • Di: Redazione StudentVille.it

Nebbia di Pascoli

Analisi del testo: “Nebbia” di Pascoli.

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G. Pascoli nacque a S. Mauro di Romagna nel 1855. Scrisse molte opere tra cui i canti di Castelvecchio, dedicati alla madre. Appartiene a questa raccolta ”Nebbia”.

La poesia è costituita da cinque strofe di sei versi ciascuna. Il tema trattato dal poeta è la voglia di chiudersi nel suo nido, di allontanarsi da tutto ciò che potrebbe farlo soffrire e perciò invoca la nebbia, un elemento della natura, che può aiutarlo, nascondendo tutte le cose morte, lontane e dolorose.

L’anafora “nascondi le cose lontane” ripetuta all’inizio di ogni verso, mette in evidenza l’angoscia del poeta a contatto con il mondo esterno. Si sente escluso, emarginato, sia come uomo per le frustrazioni del nido; sia come intellettuale poiché vive in una società chiusa all’uomo di lettere, tesa a creare silenzi; sia come estrazione sociale, perché appartiene alla piccola borghesia che rischia di essere spazzata via dai cambiamenti del tempo.

Nella prima strofa descrive la nebbia. Essa è inconsistente, dai contorni grigi e sfumati, appare come un fumo che si manifesta alla prime luci dell’alba lasciando dietro di sé il lampi della notte i tuoni simili a frane cadute dal cielo.

Nella seconda strofa, iniziata con l’invocazione alla nebbia che nasconda tutto ciò che è morto, il poeta chiede di poter continuare a vedere la siepe dell’orto e le mura piene di piante erbacee. Il simbolismo della siepe non solo indica il confine del suo orto ma anche il distacco dal mondo esterno fino a creare un’Eden il cui accesso è vietato a tutti.

Nella terza strofa la nebbia deve nascondere le cose sature di pianto, di tristezza e di dolore. L’autore si accontenta di vedere gli alberi, due peschi e due meli, che danno un po’ di pace, di tranquillità e serenità al grigiore cupo della sua vita.

Nella quarta strofa la nebbia ha il compito di nascondere tutto ciò che potrebbe allontanare il poeta dal suo nido con il pretesto dell’amore. Egli si rinchiude nel rifugio rurale, eletto a difesa della vita, che in realtà si tramuta in simbolo di morte, di isolamento, di smarrimento esistenziale. Vuole vedere quella strada bianca che conduce al cimitero in cui egli dovrà andare un giorno per raggiungere i suoi cari e recuperare gli affetti familiari tra il suono stanco delle campane. Stanche poiché hanno suonato molte volte “soprattutto” per i suoi cari. Con ciò egli vuole mettere in evidenza i numerosi lutti che hanno colpito la sua famiglia (il padre, la madre, la sorella e i due fratelli).

Nella strofa finale il poeta conclude esortando al nebbia non solo a nascondere  le cose morte, sepolte e lontane, ma anche a dileguarle dal profondo del suo cuore. Lui rimarrà, solo, lontano da tutti, a guardare il cipresso dove sonnecchia il suo cane. Il tempo è come se si fosse fermato tra il passato e un presente difficile da sopportare, in cui il poeta tenta di nascondere ciò che lo turba. Lo stile è paratattico e ciò permette di capire e percepire immediatamente il messaggio del poeta. Egli si serve del fonosimbolismo, procedimento retorico che consiste nell’evidenziare il suono di una parola più che il suo significato. Adotta alcune figure retoriche tra cui l’anafora, l’onomatopea, (don don le campane), enjambamentes, la sinestesia ( impalpabile e scialba) e l’analogia (il pane nudo che rappresenta la solitudine quotidiana e il buio esistenziale della sua vita).

Pascoli ha una concezione pessimista della vita  identificata come “un atomo opaco del male” ed appartiene all’ambiente decadente in crisi e in fuga dal reale.

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