Ottocento

  • Materia: Ottocento
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  • Data: 2004
  • Di: Redazione StudentVille.it

Pensiero leopardiano

I tre aspetti del pessimismo leopardiano: personale, storico e cosmico.

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Nell'ambito dei poeti italiani sembra doveroso dover menzionare Leopardi.  Gli studiosi hanno distinto tre aspetti del pessimismo leopardiano: quello personale, storico e cosmico, o della "doglia mondiale". Tuttavia non dobbiamo pensare che i tre aspetti rappresentano tre diversi momenti del pessimismo leopardiano.

Essi indicano soltanto alcuni atteggiamenti del pensiero leopardiano che si alternano e spesso si contraddicono, sia nelle pagine di prosa che nei canti. Il pessimismo personale  è il primo aspetto del pessimismo leopardiano.  Esso sorge quando il poeta è ancora un adolescente, e già si sente escluso dalla gioia di vivere ,che vede invece riflessa negli altri.  A determinare questo sentimento concorrono diverse cause, innanzitutto la critica situazione familiare (la madre, la marchesa Adela de Antici, non riesce a creare intorno ai figli un’atmosfera calda di premure e di affetti.

Il padre, il conte Monaldo, convinto fautore dell'ancien regime, viene in contrasto con il figlio Giacomo che invece si apre alle nuove idee democratiche) e poi la sensibilità del suo animo che insieme con le sofferenze fisiche determinate da sette anni di studio matto e disperatissimo contribuisce a peggiorare la condizione del giovane Leopardi. Il poeta allarga, poi la sua meditazione e si accorge che la felicità degli altri è solo apparente, che la vita umana non ha uno scopo perché gli uomini sono tutti condannati all'infelicità.

La storia degli uomini non è quindi un progresso, ma una decadenza da uno stato di inconscia felicità naturale ad uno stato di consapevole dolore.  Questo secondo aspetto è definito pessimismo storico, perché scoperto progressivamente nel corso della storia.  Infine il Leopardi approfondisce la sua meditazione sul problema del dolore e conclude che la causa di esso è proprio la natura.

Così di fronte alla natura, egli assume un, duplice atteggiamento: la ama per i suoi aspetti di bellezza e armonia; la odia perché la considera una matrigna crudele ed indifferente- ai dolori degli uomini. Perciò tutti gli esseri sono indistintamente infelici, gli uomini come gli animali.
“…dentro covìle o cuna è funesto a chi nasce dì natale… (nella conclusione del Canto di un pastore errante dell'Asia).

Effetto del pessimismo cosmico è la noia il taedium vitae la stanchezza del vivere, che nello zibaldone il Leopardi definisce il “più nobile dei sentimenti”, perché rappresenta l’insoddisfazione propria degli uomini grandi, a cui l'universo intero non basta, perché il loro spirito  sente ispirazioni sempre irrealizzabili, più grandi dell’uomo stesso. Espressioni significative sono le Operette Morali. Si tratta di una raccolta dì ventiquattro prose quasi tutte composte nel 1824. La maggior parte di esse sono dialogate, le altre sono in forma estesa.  Gli argomenti sono vari e riguardano la condizione di miseria e di dolore dell'uomo, la concezione meccanicistica e il perenne processo di trasformazione della materia.

Sul piano morale, esse hanno un intento didascalico.  Il Leopardi le intitolò operette morali proprio per insegnare agli uomini: a non"illudersi della grandezza del genere umano, a considerare coraggiosamente la loro condizione di debolezza, a sopportare dignitosamente il dolore. Nonostante il suo pessimismo infatti il Leopardi sentì sempre il dovere di farsi apostolo di verità ed educatore degli uomini, erede, in questa sua missione, della funzione educativa che l’illuminismo settecentesco e il Romanticismo assegnavano alla letteratura.

Possiamo dunque dedurre che il pessimismo leopardiano non si propone di diffondere apatia e disperazione, bensì ti attacca più saldamente alla vita e ti fa amare di essa ciò che vi è di grande.  Questo ci induce a fare riferimento al saggio De Sanctis "Schopenhauer e Leopardi” in cui il critico evidenzia le differenze tra i due.  Il pessimismo di Schopenhauer è assoluto,,astratto, nel senso che scaturisce da un puro ragionamento, senza che egli tanga conto della storia. Egli infatti considerò la realtà come una forza ceca, come volontà di vivere per conservare la nostra esistenza e poiché questa volontà cesserebbe di esistere se fosse soddisfatto, ne consegue che la natura umana abbia sempre desideri insoddisfatti, e se la vita è dolore, il rimedio supremo al male di vivere è la noluntas, e l'indifferenza, l'ascetismo.

Il pessimismo di Leopardi, invece, ha una genesi pratica, è personale. storico e cosmico.  Il poeta non si rassegna tuttavia come avrebbe fatto il filosofo, ma reagisce e cerca conforto al dolore esortando gli uomini della   solidarietà. L’idillio che meglio esprime il pessimismo cosmico del Leopardi è il “canto notturno d’un pastore errante dell’Asia”, ed è incentrato su quei problemi che sempre si ripropongono perché nessuno ha mai dato una risposta convincente ”Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andIamo? Qual è il senso della vita?” Nel canto notturno egli tratta il tema della vanità stessa della vita per tutti gli esseri, uomini e animali.

Il più infelice, però, degli esseri viventi è l'uomo perché è la sola creatura consapevole della propria infelicità, afflitta dal taedio della vita, dal senso di una profonda insoddisfazione. Il topos leopardiano del colloquio con la luna viene privato delle componenti autobiografiche; il ”pastore errante” è certamente un alter ego del Leopardi, ma è anche un primitivo, la cui sofferenza e la cui riflessione sono testimonianze della sofferenza universale dell'uomo e della sua capacità di intuire e sentire vivamente le verità essenziali intorno alla condizione umana.

Di  fronte al silenzio indifferente, non più consolatorio, della luna, il pastore leva il suo
lamentoso canto e scopre che non esiste un punto o un momento da cui o in cui si possa attingere il senso ultimo delle cose.  E la lirica si chiude dopo un estremo moto illusorio:

“Forse s'avesse io  l'ale/ da volare sulle nubi,/ e noverar le stelle ad una ad una,/ o come il tuono errar di gioco in giogo,/ più felíce sarei, dolce mía greggía”.

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