Ottocento

  • Materia: Ottocento
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  • Data: 2005
  • Di: Redazione StudentVille.it

Relativismo dell'umana condizione

Giacomo Leopardi: Relativismo dell'umana condizione. La piccolezza dell'uomo a confronto dell'immensitĂ  della natura.

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La composizione poetica del 1836 chiude praticamente la produzione poetica leopardiana e consente di avere una nuova visione della sua personalità matura, alle soglie della morte, avvenuta l'anno dopo.
La riflessione sulla sua identità di uomo questa volta avviene attraverso un'oggettivizzazione (un correlativo oggettivo direbbe Montale): la ginestra, fiore fragile e luminoso preda della furia devastatrice del Vesuvio, il vulcano sterminatore, simbolo della crudele, cieca ed onnipotente violenza della natura.
L'identità, la condizione umana è inserita tra queste due condizioni: la bellezza e la fragilità tenace di un fiore, che continua a rinascere sulla lava del vulcano che lo ha annientato, l'infinita esiguità dell'essere umano, che si erge dignitosamente di fronte all'immensa potenza della natura, privo di illusioni ma anche positivamente orientato alla solidarietà verso i suoi simili.

Estrema fragilità dell'uomo da una parte e coraggio di vivere e di rinascere nel suo sforzo interrogante dall'altra: questi i messaggi conclusivi di Leopardi.

La ginestra, G. Leopardi

Toma, L'eruzione del Vesuvio

Nella Ginestra c'è anche un'altra immagine suggestiva che richiama il dualismo di esiguità e onnipotenza, di debolezza e di forza, di grandezza e piccolezza: l'immagine del cielo stellato del golfo di Mergellina, di fronte al quale l'osservatore si chiede quale sia il posto dell'uomo nella scala dell'universo.
Uno spazio sterminato avvolge la terra. Il cielo stellato osservato dalle pendici del Vesuvio dà l'idea della distanza dei mondi, della relatività delle cose della fragilità dell'uomo. L'orgoglio umano, l'illusione ottimistica nella religione sono oggetto di riso o di pietà da parte del poeta. Il cielo stellato si specchia nel mare che brilla di mille luci. Le luci stellari, così piccole e distanti, ricordano la finitezza dell'uomo di fronte all'immensità dell'universo. La stirpe umana appare un nulla di fronte all'immensa volta celeste. Invece l'uomo si crede stoltamente dominatore della natura e pensa di essere prediletto dagli dei. Questo stupido ottimismo spinge al riso o piuttosto alla pietà.


Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vóto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.


E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

 

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