Psicologia

  • Materia: Psicologia
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  • Data: 30/04/2016
  • Di: Angela Ardizzone

Psicologia evolutiva: il disegno infantile

Il disegno infantile nella psicologia evolutiva: come viene interpretato e le osservazioni di Luquet.

PSICOLOGIA EVOLUTIVA: IL DISEGNO INFANTILE. Spinta dalla necessità di trovare metodi sempre più efficaci e adeguati alla comprensione di un mondo così diverso da quello in cui vivono gli adulti, la psicologia evolutiva non ha potuto fare a meno di interessarsi al disegno infantile. Questo infatti, in mancanza di una pari capacità linguistica e comunicativa fra gli interlocutori, mancanza strutturale nel dialogo fra bambino e adulto, offre una vasta gamma di messaggi simbolici circa lo sviluppo del bambino e delle sue condizioni emotive.

COME SI INTERPRETA IL DISEGNO INFANTILE. Rapportandosi allo studio del disegno infantile, bisogna sempre considerare che questo si sviluppa secondo alcune tappe corrispondenti allo sviluppo di altrettante capacità motorie e cognitive, motivo per cui una sua valutazione deve sempre tenere conto del periodo evolutivo in cui questo viene eseguito. Parametri standard di ordine cronologico (in riferimento al momento evolutivo del disegnatore), grafologico (come l’osservazione delle cancellature e dell’intensità del tratto) e contenutistico (omissioni, esagerazioni, dimensioni degli oggetti e le loro proporzioni rispetto al foglio e alle altre figure rappresentate) guidano così la valutazione e offrono una base razionale all’interpretazione simbolica del prodotto.

LE TAPPE ATTRAVERSO CUI SI SVILUPPA IL DISEGNO INFANTILE. Per quel che riguarda le tappe attraverso cui il disegno infantile si sviluppa, notiamo come attorno ai 18-20 mesi il bambino esegua i primi scarabocchi. Si tratta più di colpi che di tratti, energici, secchi e sconnessi per via dello scarso controllo motorio che il bambino può esercitare sul suo corpo. Verso i due anni, quando  cominciano a formarsi le prime rappresentazioni mentali e la maturazione motoria procede, il bambino comincia a capire che fra i segni da lui tracciati e i movimenti della matita, che viene seguita con gli occhi, c’è una relazione diretta; compaiono così le prime figure geometriche come linee e cerchi. In seguito, verso i tre anni, il bambino scopre che si può disegnare non solo per il piacere del movimento ma anche per esprimere significati; è infatti questo il periodo in cui i bambini cominciano a dare un nome alla loro produzione. I quattro anni rappresentano un punto di svolta: ora il significato del disegno è generalmente comprensibile anche all’adulto che lo guarda e il bambino si cimenta nella sua prima rappresentazione della figura umana: un cerchio con quattro raggi che fanno da braccia e da gambe (è  l’ “omino cefalopode”). Nei mesi del quinto anno di vita questo omino verrà caratterizzato con sempre maggior precisione fino a che, verso i sei anni, la figura verrà disegnata nella sua interezza e rispettando le proporzioni.

DISEGNO INFANTILE: LE OSSERVAZIONI DI LUQUET. Per meglio comprendere le sfumature che caratterizzano tutto questo periodo, e il cambiamento che si verifica verso gli otto-nove anni, ci vengono in aiuto Luquet e le sue osservazioni sullo sviluppo del realismo nel disegno infantile: lo studioso distingue in ordine cronologico il realismo fortuito, tipico del periodo dello scarabocchio in cui i tratti sconnessi disegnati mostrano una più o meno vaga analogia con la figura reale, il realismo mancato, quando le diverse parti del disegno sono più dettagliate che in precedenza ma mancano di un senso unitario, il realismo intellettuale in cui il disegno, pur mostrando ancora errori prospettici, appare più sofisticato e libero dalle sue caratteristiche più primitive, e il realismo visivo, in cui le diverse proprietà metriche degli oggetti vengono rispettate così come la prospettiva e la figura per come si presenta. In quest’ultima fase, ad esempio, non compare più l’errore chiamato “della trasparenza”. E’ infatti da questo momento che il bambino comincia a riprodurre la realtà per come la vede piuttosto che rappresentarla per quello che sa, motivo per cui, prima della fase di realismo visivo, il bambino è portato a disegnare come visibile un cane dietro a una staccionata se sa che dietro di questa c’è un cane. Anche i colori ora cominciano ad essere utilizzati in maniera coerente con le tinte degli oggetti disegnati e non più solo a seconda della spinta emotiva ad essi associata.