Storia Antica

  • Materia: Storia Antica
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  • Data: 2004
  • Di: Redazione StudentVille.it

I Goti

Storia, cultura, religione e struttura militare del popolo dei Goti.

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I Goti: la preistoria

Originari della Scandinavia meridionale, i Gutones-Gothi si stabilirono nella regione compresa tra i fiumi Oder e Vistola agli inizi del I secolo d.C. Essi fecero quindi parte della lega cultuale dei Lugi, una confederazione di popoli egemonizzata dapprima dai Celti e, successivamente, dai Germani Vandali. Furono inoltre sottoposti al "protettorato" del re marcomanno Marbod (Maroboduus), ma poterono conservare dei margini di autonomia così ampi che fu con il loro appoggio - e con il placito del generale romano Druso -, che il principe marcomanno in esilio Catualda fu in grado di destabilizzare e di rovesciare il dominio dello stesso Marbod nel 18 d.C.

Risalgono al I secolo anche gli scontri, celebrati nelle saghe gotiche, con i Rugi delle foci dell'Oder e con i Vandali, i quali furono costretti ad abbandonare, sotto la pressione di Goti e Burgundi, le regioni affacciantisi sul Baltico. Nel II secolo, fu, a quanto pare, lo spostamento dei Goti lungo il corso della Vistola in direzione dell'Ucraina a scatenare quell'ondata di migrazioni che provocò, in ultima battuta, la guerra marcomannica.

Dopo essersi stanziati sulle coste del Mar Nero, i Goti entrarono - per così dire - in contatto diretto con l'Impero nel 238: risale infatti a quell'anno il loro saccheggio della città romana di Histria, sita alle foci del Danubio. I rapporti con i Romani conobbero quindi, da subito, varie fasi: i Goti furono dapprima (nel 242) reclutati nell'esercito di Gordiano III e utilizzati contro i Persiani, ma, già nel 250, una coalizione di Carpi, Bastarni, Taifali e Vandali Asdingi guidata dal re goto Cniva penetrò nuovamente nel territorio romano per distruggere, l'anno seguente, l'esercito dell'imperatore Decio ad Abrittus.

Nel 255, impadronitisi delle flotte delle città greche del Bosforo, i Goti intrapresero anche dei raids navali, imitati in questo, a partire dal 267, dagli Eruli: le coste del Mar Nero, la penisola anatolica, la Grecia, persino le isole di Rodi, Cipro e Creta furono allora messe a ferro e a fuoco. La reazione romana non si fece però attendere: la formidabile cavalleria pesante dell'imperatore Gallieno annientò o quasi gli Eruli sbarcati nel nord della Grecia, nei pressi di Thessalonica (Salonicco), mentre dapprima Claudio il Gotico e poi Aureliano inflissero delle schiaccianti sconfitte ai Goti del re Cannabas (Cniva?) e agli Eruli sbarcati sulle coste dell'Attica e di lì dilagati in tutti i Balcani (271).
Dopo la tremenda sconfitta inflitta loro da Aureliano, i Goti Vesi ("i buoni, i nobili"), detti anche Tervingi ("gli abitanti dei boschi"), non riconobbero più l'autorità dei re della dinastia degli Amali e si separarono dal resto della stirpe (intorno all'anno 290). Stanziatisi quindi tra il Danubio e il fiume Dnjestr, - che segnava, a quanto pare, il confine tra il loro territorio e quello dei fratelli Greutungi ("gli abitanti delle steppe") -, essi diedero vita, assieme ai Taifali sarmatici, ad una federazione multietnica retta da prìncipi aristocratici designati nelle fonti latine con il nome di "iudices".

Nel IV secolo, mentre i Vesi- Tervingi si scontravano con i Vandali e i Gèpidi sul medio corso del Prut ed entravano, a più riprese, in conflitto con Roma, i Greutungi, ormai assimilati ai popoli delle steppe, si assicuravano il controllo delle vie commerciali che dagli Urali convogliavano verso il Mar Nero oro, metalli preziosi e pellicce. Fu il loro re Hermanaric a stabilire, verso la fine del IV secolo, una sorta di protettorato alano-gotico sulle molteplici comunità etniche (gli Eruli della Meotide, gli Anti, i Vendi, gli Sclaveni e i Finni) insediate nelle regioni del Volga e dell'attuale Ucraina, ma tale dominio si dissolse dopo le ripetute sconfitte dei Greutungi ad opera degli Unni e dopo il suicidio (probabilmente di carattere rituale) del re e la morte in battaglia del suo successore, Vithimer (376).

I Goti fecero dunque atto di dedizione agli Unni e solo le tribù guidate dal principe greutungo Alatheus e dal capo alano Safrax poterono mettersi in salvo assieme al figlioletto di Vithimer, Videric. Con la sottomissione dei Greutungi agli Unni, i Goti orientali scompaiono dall'orizzonte delle fonti latine, le quali concentrano la propria attenzione sui Tervingi. Costoro, per aver preso le parti, nella guerra civile del 324, dell'imperatore Licinio, furono quindi investiti da una violenta spedizione punitiva di Costantino che li costrinse a lottare per la sopravvivenza. Una nuova offensiva romana nel loro territorio ebbe poi luogo nel 367, quando l'imperatore Valente potè saccheggiare la Gothia fino al fiume Dnjestr. Una conseguenza di questo conflitto fu la persecuzione da parte del capo tervingio Athanaric di quei Goti che, in quanto cristiani, erano considerati filoromani (369-372).

Attaccati a loro volta dagli Unni, i Tervingi abbandonarono però Athanaric e decisero di entrare nel territorio romano con il placito dell'imperatore Valente e sotto la guida dei loro iudices Alavivus e Fritigernus (376).
Le oggettive difficoltà di organizzare il passaggio del Danubio e l'insediamento dei Goti nell'Impero, unite alle dubbie capacità morali dei funzionari responsabili di tali operazioni, non poterono che irritare i Tervingi scortati nell'interno dalle truppe del comes Lupicinus.

Mentre le forze militari romane erano impegnate nella vigilanza dei Tervingi, i Greutungi, gli Alani e gli Unni al seguito di Alatheus e di Safrax attraversarono il Danubio sguarnito dalle legioni. Fu il loro intervento a decidere le sorti del conflitto scoppiato, nel frattempo, tra i Tervingi e i Romani e a determinare il disastro dell'esercito di Valente ad Adrianopoli (378). Tuttavia, continuamente minacciati dalle armate comitatenses e afflitti dalla fame, i vincitori poterono solo saccheggiare la penisola balcanica, senza essere in grado né di espugnarne le città, né di stabilire un proprio dominio. Si addivenne così alla pace e il foedus del 382, secondo le cui clausole i Goti, gli Unni e gli Alani furono stanziati nella Valeria e nella Pannonia II, legalizzò -senza ricorrere ad una rottura costituzionale- il dominio esercitato di fatto dai barbari sul territorio romano.

In qualità di federati, quest'ultimi presero quindi parte alle spedizioni dell'imperatore Teodosio contro gli usurpatori Massimo ed Eugenio e costituirono anzi il nucleo dell'esercito teodosiano impegnato nella battaglia sul fiume Frigidus (394). L'importanza acquisita nelle armate imperiali dai contingenti gotici consentì allora ad alcuni notabili tervingi come Tribigild o come Gainas di sfruttare gli eventi approfittando della duplice condizione di comandanti militari romani e di capi tribali germanici. Lo scontento di uno di questi avventurieri goti, il iudex unico Alaric della nobile stirpe dei Baltha, e il mutato atteggiamento degli imperatori d'Oriente nei confronti dei Goti (sospinti ad occidente dalle forze bizantine ed unne) determinarono le ripetute calate dei Tervingi in Italia: il 18 novembre 401, Alaric penetra per l'ennesima volta nella penisola -già devastata dall'orda dei Greutungi di Radagaisus che avevano tentato di sottrarsi al dominio unno-, e, insoddisfatto nelle sue richieste (ad es. il diritto di insediarsi nel Norico e nella Venetia) scende nell'Italia centrale e saccheggia Roma. Dopo la sua morte, spettò al cognato e successore di Alaric, Athaulf, guidare i Tervingi alla volta delle Gallie.

Intorno alla metà del V secolo, gli Amali, riconosciuta la supremazia unna, consolidarono, nelle vesti di luogotenenti (logàdes) di Attila, la loro supremazia sui Greutungi: secondo lo storico Wolfram, ebbe luogo in questo momento l'etnogenesi della gens degli Ostrogoti in cui confluirono tanto i Greutungi quanto, in misura minore, i Tervingi rimasti a nord del Danubio e sottomessi dagli Unni. Un analogo processo di genesi etnica si verificò allora anche nelle Gallie, dove, unitisi ai Tervingi, i Greutungi amalici contribuirono alla nascita della gens dei Visigoti. Varie ragioni di natura politica, e non ultima la rivalità tra Amali e Balti, portarono infine le due gentes a scontrarsi, nei pressi dell'attuale Troyes, nella celebre battaglia dei Campi Catalaunici (451).

I Goti: la cultura

I Goti, scandinavi che vivevano - a detta di Iordanes - "come le bestie in rocce scavate a mo' di rocche", sono stati additati dagli ideologi nazisti come i Germani che meglio incarnavano il mito della purezza e della superiorità della razza. Al contrario, non è difficile constatare come poche genti germaniche fossero più lontane di loro dal costituire una comunità di origine biologica ed è risaputo, ad esempio, che nell'esercito dell'ostrogoto Theoderic erano presenti bande di Finni, Slavi, Anti, Alani e Sarmati iranici, di Eruli, Sciri, Turcilingi, Svevi, Taifali, Gepidi, Alamanni germanici, nonché di Romani delle classi umili e di popoli sudditi dei Romani. I Goti erano dunque "un esercito polietnico in continuo movimento", "un'identità incompiuta" che, nel corso di una plurisecolare migrazione, entrò in contatto con popoli di stirpe differente (germanica, baltica, celtica, iranica, slava, finnica, greca, turca, latina) e fu sottoposta alle influenze delle più diverse culture. Già ai tempi del loro stanziamento lungo l'Oder (I -II secolo d.C.), i Goti vennero a trovarsi sotto l'egemonia degli svevi Marcomanni, entrarono in contatto con altri popoli germanici-orientali (i Vandali, i Rugi, i Lemovi della Pomerania), e fecero parte della Lega cultuale lugico-vandalica, una confederazione multietnica a lungo egemonizzata dai Celti. L'influsso celtico -testimoniato da termini gotici come kelikn "torre", arbi "eredità", aiths "giuramento", liuga "contratto matrimoniale" e dulgs "debito", considerati o di origine celtica o, per lo meno, isoglosse celtico-gotiche- sembra aver interessato in particolare le istituzioni militari, politiche e religiose della gens Gothorum.

Più che per effetto di questa fase di "celtizzazione", -che, come si è detto, ha lasciato delle tracce soprattutto nella vita costituzionale dei Goti-, fu soprattutto a seguito della lunga convivenza (dal 200 circa al 457) con i popoli iranico-sarmatici e slavi che lo stile di vita di questi "scandinavi" mutò radicalmente: non va dimenticato a tal proposito che l'assimilazione culturale cui essi furono sottoposti da parte dei nomadi del Don e del Volga rese superflua, agli occhi degli scrittori classici del III secolo, ogni distinzione tra i Goti e gli Sciti. D'altronde, la maniera di abbigliarsi con "pellicce scitiche", la passione per la caccia con il falco, l'arte di combattere a cavallo con la lancia e certe pratiche sciamaniche (come il celebre "bagno a vapore di canapa") sono solo alcune delle molte usanze trasmesse loro dalle tribù delle steppe e ci risulta che alcune espressioni della lingua gotica derivano dalla lingua degli Alani (Osseti) del Caucaso. Si può quindi asserire che, una volta insediatisi lungo le coste settentrionali del Mar Nero, i Goti entrarono a far parte di una sorta di koiné iranica e non è dunque un caso che le corazze a lamelle dei loro capi militari o i simboli del potere dei loro sovrani avessero come modelli l'armatura e gli ornamenti regali dei Persiani sassanidi.

Si deve inoltre ricordare che il "protettorato" stabilito in Ucraina dal re goto Hermanaric comprendeva anche etnie di origine germanica (Rosomoni, Eruli, Gèpidi), baltica (come gli Esti) e finnica e che, in seno alla "nazione" gota, erano presenti -a seguito delle scorrerie del III secolo lungo le coste del Mar Nero e dell'Egeo- delle minoranze originarie delle città greche della Scizia (Tyras, Olbia), dei Balcani e dell'Asia Minore: è noto, ad esempio, che gli antenati del vescovo goto Vulfila erano nativi del villaggio di Sadagolthina, presso Parnaso in Cappadocia.

Dopo la sconfitta di Hermanaric e la dissoluzione del suo regno (375), i Greutungi-Ostrogoti furono quindi sottoposti per quasi un secolo (fino al 451) al dominio degli Unni, un popolo di lingua turca originario delle steppe della Mongolia. In quest'arco di tempo alcune usanze unne, quali la deformazione artificiale del cranio, la consuetudine dei re di abbracciarsi e baciarsi di fronte ai sudditi o l'utilizzo da parte dei guerrieri di due spade (la "spatha" e il "sax"), entrarono a far parte dei costumi "nazionali" dei Goti. Il processo d'integrazione tra le due gentes fu particolarmente intenso, almeno a livello delle aristocrazie: sappiamo, infatti, da Prisco che nel campo di Attila il gotico aveva il rango di lingua franca e non è difficile appurare come, da un lato, i nomi dello stesso re unno, di Bleda e di molti "grandi" dell'impero fossero gotici e come, dall'altro, molti Goti portassero nomi unni. A differenza degli Ostrogoti, i Tervingi-Visigoti non caddero invece sotto la supremazia degli Unni, ma, penetrati nell'Impero (376), entrarono in contatto diretto con la statalità imperiale romana e con le civiltà del Mediterraneo. Benché molti aspetti di tali civiltà facessero già parte del bagaglio culturale di entrambe le genti, si può quindi affermare che i Tervingi subirono un'influenza romana molto più forte dei loro fratelli "unnici". Meglio di ogni altro, il materiale linguistico rispecchia questi influssi, che riguardavano tanto la sfera cultuale (gli dèi gotici Teiws - Fairguneis furono ben presto designati con i nomi latini di Mars - Marte e di Iuppiter - Giove) quanto la vita quotidiana (kaupon, "comprare" ovvero "andare dall'oste" -in latino: caupo) o l'agricoltura e i suoi prodotti (aket, "aceto"). Inoltre, molti termini del gergo militare romano (sermo castrensis) furono portati nella Gothia da quanti prestavano servizio come mercenari nelle armate imperiali: è il caso, ad esempio, del lemma kapillon -ovvero "sottoporsi al taglio dei capelli (capilli) tipico dell'esercito romano"- con cui i Goti designavano l'"arruolarsi". Al tempo stesso, il greco (la lingua ufficiale della Pars Orientis dell'Impero) sta alla base del linguaggio tecnico-liturgico adottato da Vulfila nella sua traduzione della Bibbia e la grafia greca rappresenta senza dubbio -assieme ai caratteri latini e alle rune- il modello che ispirò il vescovo nella creazione dell'alfabeto gotico.

I Goti: la religione

La divinità più importante del pantheon gotico era il dio asico Gaut, che era venerato quale capostipite della stirpe regale degli Amali e quale nume protettore dei Greutungi. Oltre a Gaut, che va forse identificato con Godan (Odino), erano oggetto di un culto particolare anche Teiws (pron. tius), un dio della guerra -senza dubbio una variante del germanico Tiwaz- adorato sottoforma di spada, e Fairguneis, un dio del tuono, che -com'è attestato dall'iscrizione runica "Gutan Iowi hailag" (= sacro al Giove dei Goti) rinvenuta nei pressi di Bucarest e databile al V secolo- i Goti chiamavano anche con il nome latino di Iupiter (Giove).

Ci sono noti però anche i nomi di altre divinità come Ing e Irmin e sappiamo anche che il dio del fiume Danubio (Donaws) era venerato con sacrifici umani. E' noto inoltre che i Goti, a seguito di una grande vittoria da loro conseguita ai tempi delle origini, non si consideravano uomini ma Asi semidivini e che, venuti a contatto con i Sarmati e i Finni, giudicavano aberranti le pratiche negromantiche diffuse tra queste genti. Infine, seppur in contatto con questi popoli, non sembra che i Goti praticassero riti (come la pederastia iniziatica) attestati ad esempio presso i Taifali e gli Eruli.

I Goti: i costumi

Ma come dobbiamo immaginare i Goti che, tra il 488 e il 493, presero possesso della penisola italiana? Tutti compreso Theoderic, il loro re, portavano abiti "scitici" di pelli, il che, in una terra meridionale come l'Italia, non rendeva certo più gradevole il loro odore corporeo già "compromesso" dalla totale assenza di igiene e dalla pomata di burro rancido di cui cospargevano i capelli. La loro lunga chioma bionda era annodata in modo da formare un ciuffo (detto skuft), non portavano barba e tagliavano corti i baffi. Erano di pelle chiara, alti e, forse, in relazione all'altezza, non troppo robusti se i loro cavalieri cinti da corazze a lamelle furono paragonati dai Romani alle vespe.

Amavano la caccia con il falcone o con l'arco non meno delle bevute ed erano capaci, se irati, di commettere le cose più terribili. Ciò non significa però che la loro ferocia fosse senza pari: un secolo prima del loro arrivo in Italia, Ammiano Marcellino aveva scritto, ad esempio, come il loro assalto a Costantinopoli (378) si fosse risolto in una ritirata quando, uscito all'improvviso da una porta della città, un cavaliere saraceno in servizio nell'esercito imperiale squarciò la gola e bevve il sangue di un gigantesco guerriero Goto.

Di certo, i Goti erano ottimi lancieri a cavallo ed era una loro consuetudine -ereditata dai popoli nomadi delle steppe- che, nell'imminenza di uno scontro, un cavaliere, dopo aver dimostrato la propria destrezza al cospetto dell'esercito nemico, trafiggesse un avversario per consacrarlo al dio della guerra e per votare i nemici alla sconfitta. Tale usanza, detta "cavalcata della lancia" (dscherid), non varrà tuttavia a scongiurare la sconfitta di Totila a Busta Gallorum nel 552 da parte del bizantino Narsete.

Fino alla fine del loro dominio in Italia, gli Ostrogoti continuarono a servirsi della loro lingua natia, la quale, a quanto pare, sopravvisse in certe aree dei Balcani sino all'Alto Medioevo. Essi erano pertanto meno romanizzati dei loro fratelli Visigoti, i quali, a detta di Sidonio Apollinare, non solo erano bilingui ma temevano persino di commettere barbarismi quando parlavano il gotico. Dal canto loro, i parvenus romani erano soliti imparare alla perfezione la lingua dei conquistatori.
Per quanto concerne, infine, le usanze funerarie dei Goti, sappiamo che seppellivano i morti con corredi talmente ricchi di monili d'oro e d'argento che Theoderic dovette proibire tale consuetudine per legge. Le loro sepolture erano invece prive di armi e perciò, a differenza delle tombe longobarde, i corredi funerari dei Goti non forniscono alcun ragguaglio sull'armamento di questi guerrieri.

I Goti: le istituzioni

Il tratto più caratteristico delle istituzioni gotiche consisteva nel forte accentramento dei poteri sacrali e militari nelle mani di un unico sovrano. La suprema autorità dei Goti era infatti rappresentata da un "gran re", il thiudans, che era scelto unicamente tra i membri della stirpe degli Amali ed era fornito di poteri di gran lunga superiori a quelli di ogni kuning germanico: il thiudans poteva infatti decidere senza alcuna formalità e agire contrariamente alle tradizioni e alle usanze. Inoltre egli era il capo indiscusso della gens ovvero del multietnico esercito itinerante dei Goti.

Gli ampi poteri riconosciuti al gran re erano per così dire legittimati dalla discendenza degli Amali dal dio nazionale Gaut: si narrava, infatti, che dal dio fosse nato Humli (o Hulmul) e da questi fosse disceso l'eroe Amalo, l'avo del re eponimo Ostrogotha. La famiglia regale era quindi considerata divina, acclamata come una stirpe di Asi e venerata come un clan che racchiudeva in sé le tradizioni dei Goti. Date queste premesse, è indubbio che l'autorità del monarca àmalo rappresentasse uno dei punti di forza dei Goti e facesse sì che la loro confederazione multietnica fosse più coesa e militarmente più efficiente delle altre leghe germaniche. Il potere del thiudans si estendeva infatti su tutta la Gutthiuda ovvero sull'intera lega di tribù etniche sottoposte al dominio dei Goti. I re (rhiges, al singolare, reiks) di queste tribù (kunja, al sing., kuni) prendevano parte alle deliberazioni e ai consigli di guerra del thiudans e risiedevano in "palazzi" (al sing., baurgs) costituiti il più delle volte da tenute romana di campagna cinte da muri o da palizzate. Al di sotto dei rhiges si trovava la classe costituita dai "nobili" (al sing., frauja), i quali erano attorniati da un seguito di armati (andbahtos) e da un gruppo di servi (gasinthjos). Infine, i Goti di condizione libera ma di umile ceto vivevano, perlopiù riuniti in clan familiari, in una moltitudine di villaggi (al sing., haims o weihs).

Va ricordato che, una volta separatisi dal resto della gens, i Tervingi-Vesi non riconobbero più l'autorità dei sovrani àmali ma demandarono il comando della loro confederazione ad uno o più principi designati, nelle fonti latine, come iudices e, in quelle gotiche, come kindnis (al sing.). Il potere di costoro era, a quanto risulta, limitato tanto nel tempo che nello spazio. E' noto, infine, che, tra i Goti dell'Occidente, acquisirono un'importanza sempre più consistente i Baltha: secondi per nobiltà di progenie ai soli Amali, i successori dello iudex unico Alaric, riuscirono infatti non solo ad ascendere alla dignità di re dei Vesi (Visigoti) ma anche ad imporsi sul trono degli Eruli e dei Nibelunghi burgundi.

I Goti: l'esercito

L'esercito dei Goti, l'Harjis, era suddiviso in reparti detti, al singolare, Hansa. Esso comprendeva in origine poche migliaia di guerrieri armati di spade corte e scudi rotondi e, solo dopo Adrianopoli (378), divenne un'armata in cui erano mobilitati tutti gli uomini e, a volte, anche le donne (ben presto identificate dai Romani con le mitiche Amazzoni) di una gens che sfiorava le 100 mila persone. In generale, sappiamo che, all'inizio di una battaglia, i guerrieri goti intonavano dei canti di elogio agli antenati e che una loro tattica difensiva consisteva nel formare una sorta di barricata (carrhago) con i carri da trasporto con cui migravano. Le fonti ci narrano inoltre di come i Goti scagliassero sui nemici lunghe pertiche di legno indurite sul fuoco e di come fossero completamente ignari in fatto di assedi: vittoriosi presso Adrianopoli, essi non furono in grado di espugnare né quella città né tanto meno di costituire un pericolo per la capitale imperiale Costantinopoli.

Di gran lunga inferiori sul piano logistico ai Romani, essi furono, per molto tempo, piuttosto disprezzati anche come guerrieri: intorno alla metà del IV secolo, Giuliano li considerava nemici indegni per un imperatore e pensava che contro i Goti avrebbero potuto cavarsi d'impaccio persino dei mercanti di schiavi galati; secondo Eunapio, i lunghi guerrieri gotici, stretti come le vespe da corazze fatte su misura, erano tanto buffi quanto inutili e chiunque li conoscesse non poteva avere paura di loro. Fino alla battaglia di Adrianopoli sussisteva inoltre, sul piano tattico, una netta distinzione tra i Goti orientali e quelli occidentali: l'esercito dei Tervingi-Vesi (i futuri Visigoti) era infatti composto unicamente da fanti che si appoggiavano alla cavalleria degli alleati Taifali (Sarmati frammisti a Lacringi vandali); al contrario tra i Greutungi (i futuri Ostrogoti), sottoposti, in misura più rilevante dei fratelli Vesi, all'influsso dei nomadi delle steppe, erano preponderanti i catafratti, i lancieri corazzati.

L'armamento completo del cavaliere gotico non differiva da quello dei lancieri degli altri popoli della steppa: esso comprendeva l'elmo a borchia con protezione della nuca e delle guance (hilms), la corazza a squame di corno lunga fino alle ginocchia (brunjo), lo scudo rotondo di legno (skildus) e, come armi d'offesa, la spada lunga (heki), la lunga lancia (contus) su cui era fissata una bandierina, e, per influsso degli Unni, anche una sciabola (sax) dalla lama sottile detta hairus. Il lanciere montava un cavallo coperto anch'esso da un'armatura e galoppava senza staffe contro il nemico in file serrate. A differenza degli Unni, mancavano nell'esercito goto gli arcieri a cavallo. Esistevano invece gli arcieri appiedati che, come i fanti, erano reclutati tra i ceti inferiori dei Goti e tra i popoli alleati e clienti. L'armamento pesante del fante comprendeva un lungo contus , un manto protettivo lungo fino al ginocchio, una spada e uno scudo rotondo.

Gli Ostrogoti: il regno in Italia

Il trattato stipulato con il bizantino Zenone prima della migrazione degli Ostrogoti in Italia prevedeva che Theoderic governasse il paese al posto dell'imperatore: questi sarebbe poi venuto personalmente a Ravenna per prendere in consegna il regnum. Tuttavia né Zenone -morto nel 491 prima della conclusione della guerra con Odovacar (Odoacre)- né il suo successore, Anastasio -impegnato in Oriente- poterono recarsi in Italia. Fu così che, senza assumere né la veste né il titolo imperiale, Theoderic si trovò a capo di un regno che rappresentava una parte -tanto indipendente quanto subordinata- dell'Impero romano.

Il regno ostrogoto di Theoderic rappresentava, almeno sotto il profilo amministrativo, la continuazione senza fratture dello stato romano imperiale tardo-antico. In quanto sovrano al di sopra dei magistrati, ma al di sotto dell'imperatore, Theoderic lasciò infatti a quest'ultimo le insegne del potere, il diritto di nominare i consoli e di batter moneta e tentò di conciliare due istituzioni assai diverse fra loro: il Principato romano e il Regno di una gens barbarica. Egli continuò quindi ad avvalersi del Senato, delle magistrature, della burocrazia e delle strutture in cui si articolava lo stato. Al tempo stesso, rifacendosi alla facoltà, di cui si erano già avvalsi gli imperatori romani, di sorvegliare la vita politico-amministrativa attraverso i loro uomini di fiducia, Theoderic scelse tra i suoi Goti dei dignitari che, in quanto membri della sua cerchia (comitatus), furono detti comites (conti). A costoro furono quindi attribuiti vari compiti militari e giurisdizionali: a capi designati con il titolo di comites et duces fu infatti affidato il comando degli eserciti mobili; ai comites provinciae -che si fregiavano come i summenzionati comites et duces del rango di illustres- spettò invece l'amministrazione civile - e talora, come nel caso della Pannonia Sirmiensis, anche militare- delle province in cui era suddiviso il regno. Esistevano poi anche dei Conti di rango inferiore (spectabiles) che avevano giurisdizione sui singoli distretti cittadini ed erano perciò detti comites civitatis. Si deve aggiungere infine che alcune competenze come il comando delle guardie di palazzo o la supervisione delle fabbriche d'armi furono sottratte agli alti burocrati romani e attribuite a dignitari goti: è perciò lecito affermare che il re lasciò sostanzialmente inalterati i quadri della burocrazia civile (sulla quale però i suoi comites esercitavano, come si è detto, varie forme di controllo) e arrogò ai Goti del suo seguito le funzioni di governo delle province e praticamente tutte le competenze militari, ad eccezione del comando delle milizie locali dislocate sui confini alpini.

I Goti: lo stanziamento dei Rugi nella Venetia et Histria

Il gruppo tribale dei Rugi rappresenta una delle principali stirpi stanziate, a quanto ci è dato sapere, dal re Theoderic (Teodorico) nella Venetia et Histria. Originari di una regione, il Rogaland, sita presso l'attuale Stavanger sul Borknefjord in Norvegia, i Rugi sono classificati dagli storici tra i cosidetti "Germani orientali" ovvero tra quelle gentes di origine scandinava (Goti, Vandali, Burgundi, Eruli, Gèpidi) migrate verso oriente alla volta delle regioni baltiche dell'Oder e della Vistola. E' dunque in quest'area -e più precisamente nella Pomerania occidentale e alle foci dell'Oder- che, dopo aver fatto tappa nell'isola di Ru"gen, si insediarono i Rugi, i quali erano simili -a detta dello storico latino Tacito-, tanto nell'armamento che nelle istituzioni, ai Goti. Spostatisi, nel III sec., sotto la pressione di quest'ultimi nella valle della Tisza, i Rugi caddero, alla fine del secolo successivo, sotto l'egemonia degli Unni. Intorno al 455, quando sulle ceneri del grande impero di Attila sorsero i regni dei popoli affrancatisi con le armi dal dominio unno (i Gèpidi della Pannonia e della Transilvania, gli Eruli della Moravia meridionale, gli Svevi delle regioni danubiane tra Vienna e il "gomito" del grande fiume, gli Sciri dell'Alfo"ld centrale ungherese), i Rugi si stabilirono nella Bassa Austria dove vissero per alcuni decenni alle spalle dei provinciali romani del Norico. Il rex delle genti barbare d'Italia, Odovacar (Odoacre), li sconfisse quindi duramente nell'inverno del 487: il re rugio Fewa e la sua consorte, l'ostrogota Giso, furono in quell'occasione fatti prigionieri e giustiziati in Italia. L'anno seguente, la rivolta dei Rugi capeggiati dal figlio di Fewa, Friederic, fu sventata da Unulf, il fratello di Odovacar, il quale, per impedire la nascita di nuovi stati germanici ai confini settentrionali del suo regno, ordinò di far "terra bruciata" del Norico e di trasferirne la popolazione in Italia. Venuti dunque a mancare i presupposti economici per la loro sopravvivenza in quella provincia, i Rugi superstiti si unirono, nei pressi di Novae (odierna Svis$tov), alla gens di Theoderic in marcia verso la penisola.

I Goti: declino del regno ostrogotico ed espansionismo dei Franchi

Il regno dei Franchi era la sola potenza dell'Occidente "latino" in grado di rivaleggiare con l'Italia ostrogota. Non solo: l'avvento al trono (482) del merovingio Clovis (Clodoveo) segnò una svolta nella politica dei Franchi, che si mostrarono risoluti ad espandersi nel mezzogiorno dell'attuale Francia a scapito dei Burgundi, insediati nella Savoia, e, soprattutto, dei Visigoti, signori incontrastati della Spagna e delle terre galliche a sud della Loira: il regno dei primi fu insidiato spregiudicatamente con le armi della politica e degli eserciti; i secondi, sconfitti nella battaglia di Vouillé (507), dovettero cedere tutti i loro possessi nella Gallia meridionale a Clovis e solo l'intervento ostrogoto valse ad arginare l'espansione franca ai confini della Linguadoca e della Provenza.

Di fronte alle mire espansionistiche dello stato transalpino, il re dei Goti e degli Italici Theoderic ritenne quindi opportuno consolidare le difese del suo regno mediante un sistema articolato in tre fasce: la prima fascia era costituita da una linea di fortificazioni che vigilavano sul versante meridionale -"italiano"- dei valichi alpini; la seconda corrispondeva alle attuali Svizzera e Austria ed era un'area difesa da milizie locali e, infine, la terza fascia coincideva con i territori a nord delle Alpi in cui erano insediati i popoli barbari federati del regno ostrogoto.

Allo sbocco dei passi alpini, il re potenziò quindi e, talvolta, costruì fortilizi a supporto degli eserciti goti concentrati nella Liguria e nella Venetia et Histria. Più a nord, affidò a due duces romani, l'uno insediato a Theodoricopolis, in Rezia, e l'altro a Teurnia, nel Norico, il comando delle truppe reclutate tra le tribù alpine. Ai popoli stanziati più a nord ancora, in regioni su cui Ravenna non esercitava invece direttamente la sua sovranità, Theoderic pensò bene di offrire la propria protezione contro le mire del regno franco: con vari trattati suggellati da alleanze matrimoniali, Theoderic comprese nella propria sfera di influenza tanto gli Eruli del lago Balaton (i quali furono però sconfitti nel 508 dai Longobardi) quanto i Turingi stanziati nella zona compresa tra l'Iller e l'Enns, sia i Bavari (la cui etnogenesi fu favorita proprio dal protettorato ostrogoto) che gli Alamanni, già vassalli dei Franchi.

Se dunque i Franchi costituivano il principale pericolo ad ovest e a settentrione, ad oriente, dove il confine del regno di Theoderic con l'Impero romano d'Oriente era segnato dai corsi della Drina e della Neretva, la più temibile minaccia all'integrità dell'Italia gotica era rappresentata dai Gèpidi. Contro questo popolo, che già si era opposto alla marcia degli Ostrogoti verso la penisola nel 488 e che si era esteso nella Pannonia ostrogota intorno a Sirmium (Sremska Mitrovica), Theoderic decise un intervento militare. La sua campagna fu vittoriosa e i Gèpidi si sottomisero al re. Non passarono tuttavia molti anni prima che, nel corso della guerra greco-gotica, i Gèpidi rioccupassero la Pannonia, dove, già alla morte di Theoderic (526), erano penetrati i Longobardi.

Le misure teodericiana non valsero dunque, come sappiamo, né ad impedire l'accerchiamento del regno ostrogoto né ad arginare, dopo la morte del sovrano, lo strapotere dei Franchi. E' noto infatti che, dopo aver sconfitto definitivamente il re visigoto Amalaric (531) e conquistato i regni dei Turingi e dei Burgundi (532-534), i Franchi estorsero agli Ostrogoti, impegnati nella guerra contro Bisanzio, la cessione della Provenza, la rinuncia al protettorato sul regno alamanno e un tributo di 2000 libbre d'oro. Non pago di queste concessioni, il loro re Theodebert penetrò nel 539 nell'Italia settentrionale, già devastata due anni prima dalle bande di predoni alamanni, e offrì il proprio aiuto ai Goti in cambio di metà dell'Italia. La sua proposta fu sdegnosamente rifiutata dal re ostrogoto Vitigis. Tuttavia, approfittando delle ostilità con i Bizantini, Theodebert finì non solo per espandere il proprio dominio sull'intero settore alpino dalla Rezia alla Pannonia (545), ma anche per occupare la Venetia, al punto che, nel 552, i Franchi poterono, in un primo momento, opporsi all'ingresso dalla Dalmazia dell'esercito imperiale di Narses nel quale militavano 5.500 guerrieri di un popolo loro "mortale nemico". Mentre il dominio dei Goti si stava disgregando, l'abile diplomazia di Costantinopoli pensò quindi opportuno servirsi proprio di questo piccolo ma bellicoso popolo per limitare l'espansione di Theodebert: ai Longobardi, i quali avevano contribuito in modo sostanziale all'annientamento del regno ostrogoto, fu quindi concesso con una donazione imperiale il diritto di occupare la Savia e il Norico.

I Goti: identità della gens

In un barbaricum, contraddistinto da una pressoché assoluta mancanza di leggi e da un continuo stato di guerra, continuò per secoli a migrare una gens formata da Germani "orientali", da nuclei di Sarmati e Taifali, da Balti e da Finni, da Slavi, Daci e da Carpi, da minoranze microasiatiche e da Romani dei ceti inferiori.

Questa gens, lungi dal costituire un'identità compiuta e, ancor meno, una comunità di origine biologica, passò attraverso diverse etnogenesi: la prima ebbe luogo, verosimilmente, nella mitica Gothiscandza sul Baltico quando diverse ondate di Gauthi scandinavi si insediarono, fondendosi con i Balti e con i Celti, nella regione tra l'Oder e la Vistola; la seconda corrispose ad una vera e propria "scitizzazione" (ovvero ad un'assimilazione alle tribù nomadi degli Sciti-Sarmati) di una gens dominata ormai dalla stirpe degli Amali, una schiatta regale generata dal nume scandinavo Gaut e fornita del carisma degli Asi divini; la terza coincise con la separazione della gens in Greutungi amalici e in Tervingi (o Vesi) governati da vari aristocratici; la quarta fu, per così dire, una conseguenza del dominio unno su una parte della gens -costituita perlopiù da Greutungi- e della migrazione dell'altra parte -costituita perlopiù da Tervingi-, attraverso i territori romani, fino alla Gallia.

Questa gens barbarica, che rappresentava una comunità molto più simile ad un "esercito mobile" che ad un popolo, era la gens dei Goti, un'eterogenea confederazione tribale che, ad un certo punto della sua storia, diede vita agli Ostrogoti (i Goti unnici, rimasti ad Oriente) e ai Goti Vesi, i Visigoti (i Goti non unnici, migrati attraverso l'Occidente romano). La fama di cui ancor oggi è ammantato il suo ricordo deriva dal fatto che la gens Gothorum agì da protagonista in quell'epoca che segnò la trasformazione -non certo la distruzione- dell'Impero romano: già i Romani del V secolo riconoscevano, infatti, nel disastro inferto loro dai Goti ad Adrianopoli (378) una fase cruciale della loro storia e, per quanto quella battaglia non abbia né segnato un momento di passaggio dal predominio della fanteria antica alla supremazia della cavalleria medievale, né scosso le coscienze dei suoi contemporanei (es. Ammiano Marcellino), è indubbio che Adrianopoli e l'insediamento nel territorio romano dei foederati Visigoti aprirono la nuova era romano-barbarica.

I Goti non erano quindi, per così dire, dei barbari qualunque e il loro primato nel mondo germanico appare incomprensibile se non si spiega ciò che, al tempo stesso, si configura come una loro peculiarità e come un loro punto di forza: dapprima, il forte accentramento nelle mani degli Amali dei poteri su tutta la gens; in seguito, il loro predominio politico-religioso-militare sugli Ostrogoti e il loro prestigio politico-sacrale tra i Visigoti. Va tenuto conto, quindi, che, ai tempi delle origini, oltre a fungere, in virtù della loro discendenza divina, da tramiti tra gli dèi e gli umani, e oltre a rivestire il ruolo -importantissimo in una nazione sottoposta a continue etnogenesi- di depositari delle tradizioni degli avi, gli Amali esercitarono, in forme sconosciute presso gli altri Germani, il comando assoluto della gens, ovvero -come si è detto- dell'exercitus, dei Gothi.

Furono dunque i membri di questa stirpe regale a rappresentare il nucleo "costituzionale" intorno al quale quest'eterogenea comunità di armati trovò la sua coesione; fu attraverso l'accettazione delle tradizioni di questa dinastia, e attraverso il riconoscimento della sua superiorità, che un esercito multietnico in perenne movimento, esposto agli influssi più disparati e soggetto ad ininterrotte metamorfosi, continuò a chiamarsi sempre gens Gothorum.

L'identità della "nazione" gotica non era quindi fondata su vincoli di sangue né la sua potenza era il frutto della superiorità "biologica" dell'ethnos: il mito dei "popoli giovani dal sano passato", il "topos"della migrazione e della conquista legittimate dalla vitalità e dalla sovrappopolazione così come la conclamata "purezza della razza" non rappresentano che argomenti pseudo-storici al servizio delle ideologie più perverse, dei nazionalismi più abietti che non vollero tener conto, in maniera oggettiva, di due constatazioni, di due dati di fatto: né i Goti si ersero mai allo status di nazione medievale, né alcun popolo europeo può dirsi credibilmente loro discendente.

È dunque ancor più rimarchevole che in un'Europa, in cui è ancor vivo il ricordo dell'aggressione del III Reich alla Russia, della difesa ad oltranza della "linea gotica" o della metamorfosi delle città russe di Sebastopoli e Simferopoli nelle "gotiche" (naziste) Theoderichshafen e Gotenburg, vi sia finalmente un approccio "sine ira et studio" a questa complessa ed affascinante tematica.

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