Storia Antica

  • Materia: Storia Antica
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  • Data: 2004
  • Di: Redazione StudentVille.it

Introduzione alla Preistoria

Le caratteristiche principali dell'epoca preistorica.

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L’antichità dell’Uomo e la Preistoria

Il lungo periodo del passato dell’umanità precedente l’invenzione della scrittura viene comunemente denominato Preistoria, in contrapposizione alla storia, il periodo per il quale possediamo documenti scritti. Questa distinzione non è in realtà giustificata, poiché tutto ciò che interessa l’uomo ne costituisce la sua storia, fin dalla sua comparsa sulla terra.

La Preistoria, come scienza, nacque nella prima metà dell’Ottocento, quando fu acquisita la nozione dell’alta antica dei nostri primi antenati. Le conoscenze attuali sulle origini dell’uomo pongono a 2 milioni di anni fa la comparsa sulla terra del genere Homo, derivato da specie più antiche i cui primi passi possono essere seguiti nelle regioni meridionali e orientali dell’Africa fino a 4-5 milioni di anni fa. La preistoria s’interessa quindi di quel lungo periodo della storia dell’uomo che precede i primi sistemi di scrittura, vale a dire dalle origini fino a 4.000-3.000 anni fa circa.
A differenza degli studi storici propriamente detti, l’archeologia preistorica, non disponendo di documenti scritti, prende in considerazione solo gli oggetti prodotti dall’uomo (manufatti) in funzione delle sue attività economiche, artistiche e spirituali. In questa prospettiva rientrano gli studi sull’evoluzione fisica e culturale dell’uomo, sulle sue attività quotidiane, sulle tecniche produttive e sul suo rapporto con l’ambiente circostante.

Le ricerche sulla preistoria più antica (Paleolitico) hanno avuto l’avvio in Europa occidentale, e soprattutto in Francia, da parte di ricercatori di formazione prevalentemente naturalistica con il proposito di dare una collocazione cronologica ai resti scheletrici e ai prodotti dell’attività umana rinvenuti in numerose cavità di quelle regioni. Essi svilupparono perciò metodi mutuati dalle scienze geologiche e paleontologiche per inquadrare questi primi resti umani e i manufatti a loro associati.
Dopo aver superato la fase iniziale del collezionismo di oggetti strani o inconsueti, l’archeologia preistorica moderna, intesa come mezzo di ricostruzione storica del passato, si propone, con metodologie sempre più perfezionate, di raccogliere e studiare tutti le informazioni utili alla ricostruzione dei modi di vita dei gruppi umani che si sono succeduti nel corso degli ultimi 2 milioni di anni.

La ricostruzione degli avvenimenti e degli ambienti nelle varie epoche della preistoria si basa esclusivamente sulla ricerca e l’interpretazione dei resti materiali che si sono conservati, tra cui, in primo luogo, i prodotti delle varie attività umane, quali gli strumenti di pietra, la ceramica, i manufatti d’osso, ecc. Nell’interpretazione di queste, anche labili, testimonianze del passato si rendono indispensabili indagini relative all’ambiente naturale in cui l’uomo ha vissuto e dal quale è stato condizionato, adattandosi al variare del clima e della morfologia del paesaggio. L’analisi della cultura materiale viene pertanto svolta nell’ambito di una più ampia ricerca che prevede l’apporto di altre discipline rivolte allo studio dei terreni (geologia), dei resti ossei umani (paleoantropologia e antropologia fisica), dei resti ossei animali (paleontologia e archeozoologia) e dei resti vegetali (paleobotanica).

Cronologia e inquadramento culturale della preistoria

Lo schema cronologico della preistoria europea comprende i seguenti periodi:

Paleolitico – è noto anche come antica età della pietra o età della pietra scheggiata; esso include le varie culture dei popoli cacciatori e raccoglitori dalle origini della comparsa del genere Homo, circa 2 milioni di anni fa, sino alla fine dell’ultima glaciazione, circa 10.000 anni fa. Il Paleolitico è suddiviso in inferiore, medio e superiore. La sua durata corrisponde al Pleistocene.

Mesolitico – è lo stadio culturale degli ultimi cacciatori-raccoglitori che si adattano alle modificazioni climatiche del Postglaciale; il Mesolitico corrisponde cronologicamente alle fasi iniziali dell’Olocene.

Neolitico – è noto anche come età della pietra nuova o della pietra levigata; esso rappresenta una fase di profondi cambiamenti nel modo di sussistenza delle comunità preistoriche. Durante il Neolitico sono introdotte tre fondamentali innovazioni: l’agricoltura, l’allevamento e la produzione della ceramica. Il Neolitico si sviluppa tra il VII e IV millennio a.C.

Età del Rame – durante questo periodo, noto anche come Eneolitico o Calcolitico, l’uomo si appropria della tecnica metallurgica che gli consente di apportare significative modificazioni anche nel sistema di sussistenza; l’età del Rame si sviluppa durante il III millennio a.C.

Età del Bronzo – uno sviluppo delle tecniche di lavorazione dei metalli consente la produzione di oggetti in bronzo, l’età del Bronzo vede rilevanti cambiamenti nell’economia e nelle strutture sociali delle comunità preistoriche. L’età del Bronzo si sviluppa dagli ultimi secoli del III millennio a.C. fino al IX-VIII secolo a.C., quando l’età del Ferro segna il passaggio all’età storica.

L’età del Bronzo e del Ferro vengono di solito riferite alla protostoria, anziché alla preistoria, poiché, durante questo periodo, in alcune regioni d’Europa hanno avuto origine culture che attestano la conoscenza della scrittura; la contemporaneità tra culture "analfabete" e culture dotate di sistemi di scrittura ha reso necessario un approccio diverso allo studio del passato. Se infatti lo studio della preistoria si fonda quasi esclusivamente sui resti archeologici e quello storico invece sulle fonti scritte, la protostoria, momento intermedio tra i due, necessita di un campo di ricerca che esige la convergenza di discipline molto diverse tra loro, come l’archeologia, la linguistica, l’epigrafia, la critica delle fonti scritte, l’etnologia.


La cronologia del Quaternario

I tempi preistorici abbracciano il Pliocene, l’ultimo periodo dell’Era terziaria, e l’Era quaternaria. La comparsa del genere Homo è fatta coincidere con l’inizio dell’era geologica attuale, detta Quaternario. Questa viene suddivisa in due periodi: Pleistocene e Olocene, il cui limite corrisponde alla fine dell’era glaciale in Europa ed è fissato convenzionalmente a 10.000 anni fa (8.050 ± 150 a.C.).

Il Pleistocene viene a sua volta suddiviso in inferiore, medio e superiore. Il passaggio dal Pleistocene inferiore a quello medio è fissato attorno a 700.000 anni fa, quando si verifica un’importante inversione del polo magnetico terrestre che determina una fase climatica temperata. Il limite tra Pleistocene medio e superiore corrisponde alla fine della glaciazione di Riss, tra 130.000-120.000 anni fa circa.

Le glaciazioni

Durante il Quaternario il globo terrestre è stato interessato da importanti variazioni climatiche, influenzate da cause astronomiche, che nell’emisfero boreale hanno determinato fasi climatiche particolarmente fredde, dette glaciazioni. Le variazione dell’insolazione della superficie terrestre in conseguenza delle variazioni dell’eccentricità della terra, dell’inclinazione dell’asse terrestre e per effetto della precessione degli equinozi hanno determinato un generale irrigidimento del clima che ha causato la formazione di grandi accumuli di ghiaccio sulle terre emerse, divenuti sempre più rilevanti in rapporto all’aumento del clima freddo. La formazione di grandi calotte glaciali è avvenuta, inoltre, a spese delle acque degli oceani e dei mari il cui livello si è abbassato fino a un massimo di 120 metri in corrispondenza dell’acme glaciale verificatori attorno a 20.000 anni fa. I periodi glaciali sono stati intervallati da momenti con clima più temperato, nel corso dei quali il ritiro dei ghiacci e la risalita del livello del mare hanno portato a modifiche anche rilevanti nella morfologia del paesaggio. I periodi di miglioramento climatico tra una glaciazione e l’altra sono detti interglaciali, mentre le fasi di miglioramento climatico durante un periodo glaciale sono dette interstadiali.
Nella regione alpina, dove le ricerche sul glacialismo quaternario hanno avuto inizio durante i primi anni del secolo scorso, sono stati distinti quattro periodi glaciali, chiamati rispettivamente Günz, Mindel, Riss e Würm. La glaciazione di Günz è attribuita al Pleistocene inferiore, quella di Mindel e Riss al Pleistocene medio e, infine, la glaciazione di Würm al Pleistocene superiore.
Durante i periodi glaciali, la penisola scandinava è stata ricoperta da una calotta glaciale, detta inlandsis, che nel corso dei periodi di massima espansione (periodi pleniglaciali), si estese fino a sud del Mar Baltico, nell’Europa settentrionale.

Le variazioni climatiche hanno avuto notevoli conseguenze su tutto il mondo biologico poiché hanno determinato dei mutamenti sia nel tipo di vegetazione sia nelle faune dei territori interessati dal clima glaciale. Queste variazioni hanno inoltre condizionato l’uomo costringendolo ad adattarsi ai nuovi ambienti.

Metodi di datazione

Lo scavo di depositi archeologici con serie stratigrafiche rilevanti contenenti in successione più livelli di occupazione fornisce la base di una sequenza cronologica relativa. Tale cronologia misura le differenze di età utilizzando una scala ordinale, nel caso della serie stratigrafica la datazione relativa dei vari livelli si basa sul presupposto che lo strato posto più in basso di tale sequenza sia più antico di quello situato più in alto. La cronologia relativa fornisce quindi l’indicazione di un prima o di un dopo di eventi o materiali correlati tra loro, ma non consente di datare dei manufatti o degli strati in anni dal presente (B.P.) o con gli anni del calendario (a.C./d.C.).

Gli archeologi hanno avvertito la necessità di riferire i rinvenimenti preistorici a uno schema cronologico al fine di poterli studiare sotto una prospettiva temporale, per tale motivo hanno rivolto la loro attenzione a vari metodi di datazione che fornissero un indicazione precisa del momento storico in cui un manufatto è stato prodotto o un evento è accaduto. I metodi di datazione assoluti consentono, con l’ausilio di procedimenti chimici o fisici, di determinare le varie epoche dei manufatti analizzati sia come anni dal presente sia come anni del calendario. I metodi più utilizzati in archeologia sono i seguenti: dendrocronologia, metodo del radiocarbonio, metodo del potassio/argon, metodo dell’uranio/torio, termoluminescenza e paleomagnetismo.

La dendrocronologia è un metodo di datazione biologica che si basa sull’analisi delle sequenze degli anelli di accrescimento degli alberi; esso consente di datare i manufatti lignei (oggetti e strutture) rinvenuti nei siti archeologici. Il metodo di datazione si basa sul principio secondo cui ogni anno gli alberi aggiungono un anello di crescita che registra le minime variazioni del clima e dell’umidità; l’ampiezza dell’anello è relativamente sottile durante le annate asciutte, mentre essa tende a diventare spessa durante le annate umide. Al momento del taglio dell’albero, queste variazioni dei singoli anelli di accrescimento consentono di determinarne l’età. Pertanto alberi della stessa specie e della stessa età cresciuti in aree con condizioni climatiche simili presentano sequenze degli anelli di crescita più o meno simili. Nel caso di alberi più vecchi e più giovani le cui età si sovrappongono è possibile realizzare una cronologia relativa confrontando gli anelli di crescita dello stesso anno. Le età assolute possono essere ottenute sovrapponendo le sequenze degli anelli di crescita sino agli alberi viventi. La sequenza più lunga e più antica ottenuta sino ad ora è quella fornita dal Pinus aristata per l’America occidentale che risale sino a 9.000 anni fa.

Il metodo del radiocarbonio consente di determinare l’età dei materiali organici contenenti carbonio. Il metodo si basa sulla decomposizione radioattiva dell’isotopo 14 contenuto nel campione di azoto, con l’emissione di particelle β che ha inizio allorché un organismo muore e cessa di scambiare carbonio 14 (C14) con l’atmosfera. Nel momento in cui una pianta, un animale o un uomo muoiono viene a cessare l’assunzione di C14, la sua concentrazione, prima costante, comincia a diminuire per effetto del decadimento radioattivo. Conoscendo la velocità di decadimento del C14 e misurandone la quantità rimasta nel campione analizzato, si può determinare l’età di un tessuto, di un manufatto ligneo o di animale morto. Le tracce di C14 sono piccolissime già all’inizio e si riducono alla metà dopo 5.730 anni; dopo 23.000 anni, in un campione rimane perciò solo un sedicesimo della già modesta quantità iniziale di C14. La precisione delle datazioni con il metodo del C14 è condizionata da vari errori: influenza delle radiazioni cosmiche, errori di conteggio e da possibili inquinamenti dei campioni. Per tale motivo le date ottenute sono sempre accompagnate da una stima dell’errore probabile (8.050 ± 150 a. C.). Una delle ipotesi fondamentali del metodo C14 è risultata non del tutto corretta: la concentrazione di C14 nell’atmosfera non è infatti rimasta costante nel corso del tempo, ma è mutata in relazione alle variazioni del campo magnetico terrestre, a conseguenza di ciò è necessaria una calibrazione delle date ottenute. La dendrocronologia fornisce il metro di confronto cronologico di riferimento alle datazioni C14. Le date ottenute con il metodo del radiocarbonio dagli anelli di accrescimento degli alberi indicano che prima del 1.000 a. C. circa le date espresse in anni determinati con il C14 risultano progressivamente più recenti rispetto a quelle espresse in veri anni di calendario. Prima del 1.000 a.C., gli alberi e tutti gli altri organismi viventi erano esposti a concentrazioni atmosferiche maggiori di C14 di quelle  a cui sono esposti oggi. L’apporto delle sequenze dendrocronologiche degli anelli di accrescimento del Pinus aristata  e della quercia ha consentito per l’Europa e il Nord America la definizione di curve di calibrazione valide fino al 7.000 a. C. (9.000 anni fa). Le curve consentono agli archeologi di calibrare una data con il radiocarbonio traducendola in anni di calendario.

Il metodo dell’uranio/torio si basa sul processo di decadimento dell’isotopo radioattivo 238 dell’uranio, solubile nell’acqua, dove si combina con il carbonato di calcio. Il decadimento radioattivo determina la trasformazione dell’isotopo 238 dell’uranio nell’isotopo 234 prima e quindi in torio, insolubile in acqua. Gli organismi viventi nelle acque, come conchiglie e coralli, e gli organismi terrestri che assorbono le acque sotterranee al momento della morte sono ricchi di uranio 234 e poveri di torio; da questo momento in poi inizia il decadimento dell’isotopo instabile dell’uranio determinando un accumulo di torio. La misura del rapporto tra la quantità di uranio e torio presente nel campione analizzato consente la sua datazione, giacché il tempo di decadimento è noto. L’arco cronologico che può essere datato con questo metodo va da alcune migliaia d’anni fino a circa 350.000 anni fa.

Il metodo del potassio/argon interessa la datazione delle rocce magmatiche. Esso si basa sul principio che il potassio radioattivo presente al momento del raffreddamento di una roccia magmatica si disintegra producendo argon. La misurazione del rapporto potassio/argon di certi minerali consente quindi di datare il momento del raffreddamento. Con questo metodo è possibile datare rocce eruttive in relazione con depositi antropici, ottenendo così per questi ultimi dei termini ante quem o post quem. Il metodo viene normalmente applicato per periodi più antichi di 100.000 anni da oggi.

La datazione mediante termoluminescenza serve per datare materiali archeologici che hanno subito un trattamento termico. Questo metodo di datazione si basa sul seguente fenomeno: all’interno di un cristallo, al momento della formazione, sono presenti delle cavità elettrostaticamente positive che costituiscono delle trappole per gli elettroni liberi che circolano in esso; gli elettroni occuperanno le cavità esistenti fino a saturarle a meno che non vengano liberati in seguito a riscaldamento. Quando, infatti, il materiale  viene riscaldato o esposto alla luce, gli elettroni intrappolati nelle cavità vengono liberati, rilasciando energia sotto forma di luce, detta termoluminescenza. Il segnale è una misura dell’esposizione alle radiazioni che è stata accumulata; più lunga è stata l’esposizione o più forte è stato il livello di radiazione, maggiore è la termoluminescenza emessa dal campione. Le datazioni fino ad ora più antiche ottenute con il metodo della termoluminescenza riportano a circa 300.000 anni fa.

La datazione archeomagnetica si basa sul paleomagnetismodelle rocce che sono state naturalmente sottoposte a riscaldamento. Il campo magnetico terrestre ha subito nel tempo numerose variazioni di senso, sia quale conseguenza della variazione dell’asse dei poli magnetici sia per effetto della deriva dei continenti. Poiché le rocce vulcaniche durante il raffreddamento risentono l’influenza del campo magnetico terrestre, misurando il magnetismo residuo, esse consentono di individuare il campo magnetico esistente al momento della solidificazione. Il dato ottenuto viene confrontato con una curva cronologica di riferimento del paleomagnetismo terrestre che consente di ricavare l’epoca in cui è avvenuto il riscaldamento.

Pietre, ossi e vasi: lo studio dei manufatti preistorici

L’uomo si differenzia dalle altre specie viventi per la sua capacità di manipolare la materia prima disponibile in natura; anche se alcuni animali, come ad esempio gli scimpanzé o altre scimmie antropomorfe, usano abitualmente oggetti così come li rinvengono in natura in funzione di necessità immediate, l’uomo è l’unico in grado di trasformare la materia prima seguendo un progetto determinato, risultato di un pensiero astratto.

L’uomo è inoltre l’unico essere vivente in grado di trasmettere, attraverso un linguaggio articolato, le conoscenze e le scoperte acquisite in modo da incrementare il bagaglio culturale necessario alla sopravvivenza. Molte scimmie antropomorfe, benché durante le sperimentazioni di laboratorio dimostrino capacità alle volte sorprendenti, non sono in grado di trasmettere alle generazioni successive i risultati delle loro, sia pure semplici, conquiste tecnologiche.
La conoscenza della storia non scritta dei nostri antenati è perciò condizionata dalla capacità dello studioso di preistoria di interpretare i diversi tipi di resti che si sono conservati sino ad ora nei depositi archeologici. L’uomo preistorico ha infatti utilizzato numerose materie prime disponibili nell’ambiente naturale in cui viveva: pietra, legno, argilla, ossa, pelle, conchiglie. La maggior parte di queste però non si sono conservate e, in particolare per i periodi più antichi, le uniche testimonianze giunte sino a noi sono i manufatti di pietra. I materiali ricavati da materia organica si preservano, infatti, solo in condizioni molto particolari come ad esempio negli ambienti privi di ossigeno, quali le torbiere, o in condizioni di totale mancanza di umidità, come nel deserto. Solo nella preistoria più recente, durante il Neolitico, in seguito a un controllo totale del fuoco l’uomo è riuscito a trasformare l’argilla in terracotta necessaria alla produzione dei vasi. In seguito un’ulteriore sviluppo della produzione artigianale ha portato, durante la prima età dei metalli, alla fabbricazione prima di manufatti di rame e più tardi a produrre il bronzo, una nuova materia non esistente in natura ma ottenuta dalla lega di rame e stagno o arsenico.

La facilità di conservazione della pietra e i mutamenti tipologici e tecnologici documentati dalla produzione dei manufatti litici sono risultati determinanti alla comprensione dello sviluppo culturale dei nostri antenati. La produzione di manufatti di pietra fabbricati dall’uomo è detta industria litica. Una prima distinzione, basata sulla tecnica di produzione dei manufatti di pietra, può essere istituita tra l’industria litica in pietra scheggiata e l’industria litica in pietra levigata. Le materie prime più frequentemente utilizzate dall’uomo preistorico nella realizzazione degli strumenti in pietra scheggiata sono: la selce, il calcare, il diaspro, la ftanite, il cristallo di rocca, la quarzite e l’ossidiana. Le rocce metamorfiche, di origine vulcanica e altri tipi di rocce verdi sono state invece impiegate nella produzione di manufatti in pietra levigata.

La lavorazione della pietra implica una fratturazione intenzionale mediante percussione con un oggetto solido. Questo manufatto è detto percussore; esso può essere di pietra, di legno duro, d’osso o di corno animale. La percussione di un ciottolo ha lo scopo di ricavare da esso dei margini taglienti (in questo caso si parla di chopper o chopping-tool), mentre la scheggiatura di un blocco di roccia, denominato nucleo la cui forma è stata opportunamente modificata, serve ad ottenere delle schegge o delle lame da utilizzare dopo un’ulteriore lavorazione, detta ritocco, come strumenti.

La percussione può essere di quattro tipi:

percussione diretta, realizzata colpendo direttamente il nucleo con un percussore;

percussione indiretta, realizzata interponendo tra il percussore e il nucleo uno scalpello (di osso o di corno);

percussione su incudine, realizzata battendo un blocco di pietra o un nucleo su una pietra fissa a terra usata come incudine;

percussione bipolare, realizzata colpendo il nucleo con un percussore appoggiato a un’incudine.

La fabbricazione di manufatti in pietra scheggiata può essere ottenuta mediante la tecnica a pressione. La tecnica di scheggiatura a pressione comporta l’impiego di un compressore, realizzato in legno duro, in corno o in osso, che imprime una pressione diretta al bordo di un nucleo o di una scheggia; con questo metodo si possono staccare con grande precisione delle lunghe lame regolari da un nucleo o delle sottili schegge piatte da una scheggia o da una lama.
Sono detti strumenti tutti quei manufatti litici (lame o schegge) che dopo l’estrazione dal nucleo, sono manipolati con un’ulteriore lavorazione di scheggiatura (ritocco) che ne modifica la morfologia al fine della migliore funzionalità (tavola). Le denominazioni tuttora utilizzate dagli archeologi per indicare gli strumenti è ispirata dall’ipotetica funzione degli strumenti e dalla loro morfologia; in questo modo si parla di grattatoi, bulini, raschiatoi, punte, lame, ecc. (tavola). Le ricerche condotte sulle tracce d’uso degli strumenti, con l’ausilio dell’analisi al microscopio e dell’archeologia sperimentale, rivolta alla riproduzione dei manufatti e al loro utilizzo, hanno in larga parte confermato le denominazioni usate.

Lo scavo di depositi archeologici con lunghe sequenze cronologiche d’occupazione ha infine consentito di definire liste tipologiche di strumenti litici che ora vengono utilizzate, grazie anche la disponibilità di serie di datazioni assolute, quali elementi di individuazione di culture diverse o di suddivisioni di culture in fasi distinte dei periodi più antichi della preistoria.

L’invenzione della ceramica presuppone la conoscenza che l’argilla sia modellabile quando è allo stato umido e che sottoposta all’azione del fuoco si consolidi conservando la forma ricevuta. Questo procedimento era noto in modo occasionale sin dal Paleolitico superiore, ma esso ha trovato larga diffusione solo a partire del Neolitico.

La produzione ceramica prevede una serie di operazioni tecniche differenziate: preparazione dell’argilla, modellazione dell’impasto, essiccazione del manufatto, trattamenti vari di preparazione della superficie del manufatto, cottura. La decorazione del vasellame può essere realizzata sia sull’argilla ancora molle sia dopo la cottura.

L’argilla con l’aggiunta di acqua diventa un impasto omogeneo al quale vengono mescolati minerali o sostanze organiche triturate (smagranti o degrassanti) al fine di rendere il prodotto argilloso elastico onde evitare la fratturazione durante l’essiccazione o la cottura del manufatto.

Ottenuto l’impasto, si procede nella modellazione che può essere eseguita con tecniche diverse:

1) scavando direttamente un blocco d’impasto;

2) con la tecnica a colombino che consiste nel formare cordoni cilindrici d’impasto avvolti a spirale l’uno sull’altro fino ad ottenere la forma voluta (tavola).

Data forma al vaso si possono eseguire decorazioni plastiche, impresse, incise e dipinte. I manufatto viene quindi fatto essiccare affinché l’impasto perda parte dell’acqua. A questo punto le superfici vengono lisciate per togliere loro le irregolarità; esse inoltre possono essere levigate o lucidate in modo da produrre anche un effetto estetico. La cottura costituisce la fase che da rigidità, porosità e stabilità ai manufatti. La decorazione a graffito viene realizzata di solito dopo la cottura.
La ceramica, documentata in quasi tutti gli insediamenti dall’età neolitica in poi generalmente in percentuale assai più elevata rispetto ad altre produzioni artigianali, costituisce l’elemento privilegiato per la classificazione delle culture, fasi e correnti culturali della preistoria più recente. La foggia dei vasi da un lato e le tecniche e i motivi decorativi della ceramica dall’altro consentono, infatti, la suddivisione culturale e cronologica del Neolitico e dell’età del Rame.

La produzione metallurgica documentata nella tarda preistoria e durante la protostoria comprende manufatti di rame, bronzo e ferro. La prima lavorazione di oggetti metallici ha interessato il semplice martellamento del rame allo stato naturale. In seguito il metallo è stato lavorato arroventandolo e solo successivamente sono stati prodotti manufatti mediante la fusione e colata in stampi o matrici. Il bronzo è una lega di rame (circa 90%) e di stagno o arsenico (10%); i bronzi con meno di 3% di stagno devono essere considerati accidentali, giacché in questo caso la bassa percentuale di stagno ha avuto origine da impurità del minerale di rame. La metallurgia del bronzo ha determinato uno sviluppo tecnologico notevole nella produzione dei manufatti, poiché ha permesso di fabbricare oggetti più resistenti e solidi di quelli di rame, mentre la grande facilità di fusione del bronzo ha portato alla creazione di nuove classi di strumenti che sostituirono quasi del tutto il precedente strumentario litico e in osso. Il ferro si è affermato molto tardi a causa delle complesse tecniche di lavorazione che comportava questo tipo di metallurgia.

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