Storia Antica

  • Materia: Storia Antica
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  • Data: 2004
  • Di: Redazione StudentVille.it

L'età del Rame

Le caratteristiche principali dell'età del rame.

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Il primo stadio dell’età dei metalli viene tradizionalmente definito come età del Rame, oppure come Eneolitico (dal latino aes = rame) o, infine, come Calcolitico (dal greco chalkós = rame).

I termini usati per indicare l’età del Rame variano in relazione alla diversa fortuna che hanno avuto durante lo scorso secolo a seconda dei paesi dove sono stati impiegati. In Italia è prevalso l’uso del termine Eneolitico, introdotto da G. Chierici nel 1884, che designa il periodo successivo alle culture tardoneolitiche della Lagozza e di Diana e anteriore a quelle culture che segnano tradizionalmente il Bronzo antico, Polada, Protoappenninico, Capo Graziano e Castelluccio. Nei paesi anglosassoni è prevalso invece il termine Calcolitico, mentre in Germania, Austria e in parte della Francia l’età del Rame viene definita Neolitico recente e finale per indicare che la metallurgia non ha apportato ancora significativi mutamenti nella società neolitica. Nelle presenti dispense, seguendo quanto è correntemente in uso tra gli studiosi di preistoria italiana, si useranno in modo ambivalente sia età del Rame sia Eneolitico.

L’età del Rame costituisce l’ultimo dei periodi della tradizionale suddivisione della Preistoria europea, mediterranea e del Vicino Oriente; essa designa un periodo nel corso del quale accanto al perdurare di armi e strumenti di pietra scheggiata e levigata, compaiono i primi manufatti di metallo (lesine, pugnali, asce, alabarde ed elementi d’ornamento). Il tipo di economia dominante rimane ancora di tradizione neolitica basato sull’agricoltura e l’allevamento, anche se, durante questo periodo, sono documentati il perfezionamento delle tecniche agricole con l’introduzione dell’aratro e lo sviluppo della pastorizia e delle attività ad essa associate.

La prima metallurgia sorse tra il VI e V millennio a.C. in seno alle ricche società neolitiche del Vicino Oriente e dei Balcani, da dove essa si diffuse durante il IV e il III millennio a.C. nel Mediterraneo occidentale e nel resto del continente europeo. La conoscenza della lavorazione del metallo portò le comunità neolitiche nelle quali si sperimentava la nuova attività artigianale a dei rilevanti mutamenti di carattere economico e sociale: aumenta la richiesta di beni di prestigio, si sviluppa una produzione artigianale specializzata che determina una divisione del lavoro (ceramista, metallurgo, ecc.), nascono le prime forme di differenziazione sociale basate sul controllo di beni (metallo, bestiame, ecc.), la classe dei guerrieri sembra acquisire una sempre maggiore importanza in relazione allo sviluppo della produzione di armi di metallo (pugnali, asce, alabarde, lance).

L’età del Rame è caratterizzata perciò dall’innovazione tecnologica e dai cambiamenti sociali dovuti a queste mutazioni tecnologiche. All’origine di tali cambiamenti si trova il rame, conosciuto certamente da molto tempo, ma la cui produzione, solo in questo momento raggiunge una dimensione tale da fornire a questo metallo un ruolo significativo sul piano economico e culturale. La forza di questa innovazione tecnologica risiede perciò non tanto nelle qualità particolari del materiale quanto piuttosto nelle conseguenze economiche e sociali che derivano dalla sua estrazione e dal suo impiego

Fuoco e minerale: la produzione metallurgica

Il minerale di rame è largamente diffuso in alcune aree europee, come nella penisola balcanica (Serbia, Bulgaria), nei monti Carpazi e lungo la catena alpina, in alcune di queste zone metallifere è presente anche il rame nativo, vale a dire un tipo di rame molto puro che compare sotto forma di pepite. Non vi è dubbio che il rame utilizzato nelle prime sperimentazioni artigianali fosse il rame nativo, poiché esso poteva essere raccolto in pepite e quindi lavorato senza grandi conoscenze metallurgiche.

Il ciclo di lavorazione del rame ricavato dal minerale grezzo, e non quindi la semplice purificazione e lavorazione del rame nativo, comprende una serie di reazioni chimiche da ottenersi in fornaci ad una temperatura di circa 1.100°C. A complicare tale processo di lavorazione è la mancata purezza del minerale di partenza, che può essere formato da più composti e che contiene quasi sempre impurità inerti e non metalliche.

I primi minerali che possono essere stati usati sono gli ossidi di rame (cuprite), la malachite e l’azzurrite, presenti nei depositi superficiali e facilmente individuabili dai prospettori per i loro colori, rispettivamente rosso, verde e azzurro. Questi minerali nel caso siano puri possono essere fusi direttamente.

Il rame utilizzato nella prima lavorazione metallurgica poteva essere quindi sia di tipo nativo, che non necessita di fusione, sia estratto dal minerale, come è provato dalla persistenza nei manufatti metallici di piccole quantità di altri elementi che ne costituiscono le impurità.

Le recenti scoperte nel campo delle conoscenze relative all’origine della lavorazione dei metalli e allo sviluppo della metallurgia rivelano vari stadi successivi nell’acquisizione di questa fondamentale attività artigianale:

1) semplice uso del rame nativo;

2) martellamento a freddo del rame nativo;

3) riscaldamento del rame nativo;

4) estrazione del rame per fusione dei suoi minerali (cuprite, azzurrite e malachite);

5) fusione del rame (1.083°C) in uno stampo aperto;

6) preparazione del modello ed uso di uno stampo a due valve;

7) creazione di leghe con arsenico e stagno;

8) preparazione del modello con cera a perdere.

Ogni stadio di sviluppo delle tecniche di lavorazione del metallo è indipendente da quello precedente, giacché l’intera sequenza può essere considerata un progredire di competenza nella tecnologia del fuoco e nella capacità di maneggiare materiali ad elevate temperature.
È opportuno non sottovalutare la qualità e l’efficacia dei manufatti metallici ricavati dal rame, poiché da esso si possono ottenere oggetti di qualsiasi forma. I manufatti difettosi o usurati possono venire facilmente rifusi. A contrario la materia prima, il minerale di rame, proviene da giacimenti esauribili, non è indefinitamente rinnovabile e richiede un notevole investimento di lavoro. La storia della metallurgia si confonde perciò con la ricerca incessante di nuovi giacimenti destinati a rimpiazzare quelli esauriti.

I manufatti prodotti grazie alla lavorazione del rame sono oggetti molto preziosi la cui fabbricazione implica un notevole consumo di energia. La ricerca dei giacimenti presuppone prospettori sperimentati. Il controllo delle zone metallifere può generare situazioni conflittuali. Queste zone devono essere preparate per l’estrazione del minerale grezzo. L’estrazione necessita un grosso lavoro di sistemazione dei pozzi e delle gallerie. In seguito la preparazione del minerale e la produzione dei manufatti necessitano di un ulteriore apporto di energia. Tutte queste attività richiedono perciò una manodopera numerosa, grosse quantità di legname e conoscenze specialistiche.

L’adozione e lo sviluppo della metallurgia presuppone dunque un grande potenziale in termini di materia prima, di conoscenze e di risorse umane; l’importanza dello sforzo implica che la forza umana venga dispensata dalle attività primarie di sussistenza, con enormi ripercussioni per la comunità. Si tratta in primo luogo di intensificare la produzione alimentare al fine di ricavare un surplus destinato al mantenimento della manodopera incaricata dell’attività metallurgica. Si assiste di conseguenza alla formazione di gruppi di specialisti, prospettori, minatori e artigiani, che porta a una suddivisione dei ruoli professionali svolti nella società.

Il metallo ottenuto era dunque portatore di un valore economico e sociale nuovo, poiché esso consentiva l’accumulazione di un capitale, sotto forma di oggetti, che si poteva raccogliere in quantità relativamente piccole. I manufatti metallici costituivano così beni di grande valore che potevano essere tesaurizzati con relativa facilità.

Lo sviluppo della metallurgia

La semplice raccolta del rame è documentata solo in poche località del Neolitico antico del Vicino Oriente (Shanidar e Ali Kosh) nel corso del IX millennio a.C. e a Lepenski Vir nella penisola balcanica durante il VII millennio a.C. La prima fase di lavorazione è attestata ancora nel Vicino Oriente tra VIII e VI millennio a.C. In Europa il primo manufatto metallico è un punteruolo di rame rinvenuto nel sito rumeno di Balomir (5.900-5.300 a.C.) cui fanno seguito, nella seconda metà del VI millennio a.C., altri manufatti rinvenuti in Grecia, nelle località di Sitagroi e di Dikili Tash.

Nel Vicino e Medio Oriente la presenza di officine metallurgiche o la prova evidente della fusione in stampi monovalvi e della forgiatura a caldo e a freddo di manufatti metallici è limitata, nel corso del V millennio a.C., a poche località distribuite tra Anatolia (Degirmentepe), Asia centrale (Namazga), Iran (Tepe Yahya) e Pakistan (Mergarh).

Sin dagli inizi del V millennio a.C. la fusione e la forgiatura di oggetti di rame e, contemporaneamente, la comparsa di manufatti in oro e in argento sono attestate in alcune regioni dell’area compresa tra la penisola balcanica, la Moldavia e l’Ucraina. La ricchezza, la qualità e la varietà delle testimonianze indicano che l’Europa sud-orientale, pur essendo lontana dal centro d’origine della prima lavorazione dei metalli, costituisce la prima vera provincia metallurgica del Vecchio Mondo. A tale proposito va sottolineato come, almeno durante l’età del Rame della penisola balcanica, fu la tecnologia della produzione della ceramica ad indicare la via da seguire nello sviluppo delle attività metallurgiche. Le comunità neolitiche di queste regioni disponevano infatti di forni per la cottura della ceramica che consentivano di raggiungere temperature elevate (700-800°C e anche superiori). Le conoscenze tecnologiche acquisite nella fabbricazione dei vasi risultarono perciò fondamentali nella lavorazione del rame, poiché le condizioni necessarie per estrarre e fondere questo metallo, temperatura di 1.100°C e controllo dell’aria per ottenere un’atmosfera riducente, non erano molto diverse da quelle richieste dalla produzione dei vasi.

A partire dalla fine del V millennio a.C. si moltiplicano in Europa e in Asia, gli oggetti in cui è possibile riscontrare l’impiego dell’arsenico, aggiunto per ottenere una lega che, per le sue migliori qualità di resistenza, sostituirà quasi ovunque l’uso del solo minerale di rame. Le leghe metalliche migliorano non solo la durezza, ma anche il processo di modellamento, poiché evitano la formazione di bolle d’aria create dai gas dissolti nella colata e usciti dalla soluzione durante il raffreddamento. Le testimonianze di un’ampia diffusione della metallurgia incrementano notevolmente nel corso del IV millennio a.C.

Alla prima metà del IV millennio a.C. risalgono numerose prove della prima lavorazione del rame nelle Alpi settentrionali e in Slesia, concentrate soprattutto nell’area occupata dagli abitati palafitticoli svizzeri e associate all’evidenza di importazioni dall’area balcanica.
A un periodo compreso tra il 4.300 e il 3.850 circa a.C. sono datate le prime testimonianze di manufatti di rame sulle due sponde del mare Adriatico, in Dalmazia, in Albania e in Italia (Fossacesia e S. Maria in Selva nell’Italia centrale, riferibili entrambe al tardo Ripoli, e Martinelle di Malvezzi in Basilicata, tomba a cista contenente tra i vari oggetti del corredo anche un vaso nello stile tardo di Serra d’Alto). Nel periodo compreso tra il 3.850 e il 3.500 a.C. manufatti e scorie metalliche sono attestati nell’Italia settentrionale e in Sardegna, mentre il grumo di scorie metalliche aderenti alle pareti di un crogiuolo da contrada Diana, nell’isola di Lipari, rappresenta la prima inequivocabile testimonianza durante il Neolitico finale di una lavorazione in loco del metallo.

L’aratro, il latte e la lana: mutamenti nella vita quotidiana delle comunità dell’età del Rame

La fine del Neolitico e la successiva età del Rame sono stati periodi di graduali, ma profonde trasformazioni. Nel volgere di alcuni secoli sono state adottate, infatti, numerose innovazioni tecnologiche ed economiche fondamentali, quali la metallurgia, l’aratro, la ruota e il carro, la trazione animale, lo sfruttamento dei prodotti secondari dell’allevamento, quali la lana, il latte e tutti i suoi derivati, la comparsa di forme  specializzate di allevamento come la pastorizia transumante e, infine, il cavallo domestico. Queste innovazioni investirono, come si può immaginare, diverse sfere, quali la sussistenza, il modello di insediamento, l’organizzazione sociale e l’ideologia delle comunità eneolitiche. Nel corso del III millennio a.C. l’intensificazione delle attività artigianali e di quelle di sussistenza e lo sviluppo della complessità sociale appaiono di conseguenza  fenomeni strettamente correlati tra loro.

L’adozione dell’aratro a trazione animale consentì di lavorare suoli più pesanti di quelli alluvionali, sfruttati dagli agricoltori neolitici, favorì la colonizzazione di nuove aree e di conseguenza il loro disboscamento, mentre l’utilizzo di carri e l’addomesticamento del cavallo favorirono lo scambio dei prodotti, il trasporto e il controllo del territorio. Il cavallo scomparso dalla penisola italiana alla fine dell’età glaciale ricompare nella forma domestica in contesti eneolitici del III millennio a.C. assumendo importanza anche come animale di prestigio.

Di particolare rilevanza è lo sviluppo delle pratiche di sussistenza connesse all’allevamento. Le prime comunità di agricoltori neolitici allevavano gli animali come fornitori di carne. Solo in un secondo momento fu possibile sfruttare gli animali per i prodotti secondari (latte, lana) o utilizzarli come fonte di energia per i lavori agricoli e per i trasporti; a conseguenza di ciò gli animali domestici, anziché essere macellati appena raggiunta l’età adulta,  cominciarono ad essere tenuti in vita più a lungo al fine di poterne sfruttare tutte le potenzialità

La mungitura degli animali domestici implica inoltre una selezione di razze capaci di continuare a fornire latte anche dopo lo svezzamento dei piccoli, ma allo stesso tempo l’assunzione del latte d’origine animale ha portato, in alcune popolazioni umane, a una mutazione genetica che ha determinato la produzione anche in età adulta della lattasi, enzima responsabile della produzione del lattosio. Nelle sue prime fasi di utilizzo il latte veniva probabilmente consumato sotto forma di yoghurt e di formaggio, prodotti in cui il lattosio si riduce a livelli molto bassi.

Anche la lavorazione della lana, poiché la pecora inizialmente non era un animale lanoso e veniva sfruttata solo per la carne, è la conseguenza di una mutazione genetica prodotta dalla domesticazione. Il suo vello è infatti formato da due tipi di peli: le fibre primarie, ruvide e di grosso spessore formano il pelame esterno, e le fibre secondarie, più fini e lanose costituiscono il pelame interno. Le mutazioni genetiche hanno determinato una riduzione delle fibre primarie e la conseguente comparsa di un pelo intermedio tra i due tipi che è diventato in seguito identico alla fibra secondaria sostituendola. Il nuovo tipo di pelo costituisce quindi la lana, inoltre nei tempi preistorici le pecore non venivano tosate, perché erano soggette alla muta e la lana veniva strappata a ciuffi nel momento della muta del vello.
L’evidenza archeologica indiretta della lavorazione del latte e della lana è confermata dal rinvenimento di pesi da telaio, fuseruole, vasi per la lavorazione del latte e dalle modificazioni osteologiche verificatesi nella morfologia degli animali domestici.
Le date della prima comparsa nella Preistoria europea di alcune di queste innovazioni nella sfera economica non sono ancora ben definite ed è possibile che alcune di esse risalgano forse già al VI e V millennio a.C., ma è nel periodo compreso tra la metà del IV e gli inizi del III millennio a.C., e forse in un momento anche più tardo nel caso della lavorazione della lana, che queste innovazioni si diffondono e vengono adottate in buona parte delle comunità eneolitiche del continente.

Problemi cronologici dell’Eneolitico italiano

Se da un lato la conoscenza della più antica metallurgia in Italia è accertata già dal prima metà del IV millennio a.C. (culture di Diana, tardo Ripoli, Serra d’Alto, Vasi a Bocca Quadrata e Chassey-Lagozza), risulta ancora difficile delineare un quadro complessivo e comprendere l’importanza reale che tale nuova forma di artigianato ha assunto nella società tardoneolitica.

La recente scoperta dell’uomo del Similaun (1991) ha sollevato nuovi problemi di ordine cronologico e culturale, giacché la sua datazione, attorno a 3.350-3.120 a.C., e la presenza tra gli oggetti del suo corredo di un’ascia in rame del tipo a margini leggermente rialzati e di un pugnale di selce riferibile dal punto di vista tipologico ai pugnali litici caratteristici della cultura di Remedello hanno portato a una revisione delle conoscenze note sino alla scoperta della mummia del Similaun, sull’inizio dell’età del Rame nell’Italia settentrionale e, in generale, in tutta l’area alpina.

Le recenti acquisizioni dendrocronologiche e le nuove serie di datazioni radiocarboniche calibrate relative alla Svizzera, alla Germania e all’eruzione di Thera nell’Egeo hanno inoltre completamente modificato la datazione convenzionale valida sino alla seconda metà degli anni ottanta che fissava l’inizio del Bronzo antico nel XVIII secolo a.C. In base alle nuove date disponibili, l’inizio del Bronzo antico, e di conseguenza la fine dell’età del Rame, è fissato verso il 2.300/2.200 a.C.
Fino all’inizio degli anni novanta l’età del rame della penisola italiana si svolgeva nel corso del III millennio a.C., ora, dopo la scoperta dell’uomo del Similaun e l’abbassamento della cronologia del Bronzo antico, l’Eneolitico si sviluppa nell’arco di tempo compreso tra il 3.400/3.300 e il 2.300/2.200 a.C.

Cronologia e inquadramento culturale dell’età del Rame in Italia

L’età del Rame dell’Italia settentrionale è suddivisa in un momento più antico (3.400/3.300-2.500 a.C.) caratterizzato dalla presenza di numerosi aspetti culturali tra loro più o meno coevi (tombe collettive, cultura di Remedello, gruppo di Spilamberto, Ceramica White Ware, megalitismo), ma di cui non si riescono ancora a definire i limiti cronologici e le relazioni reciproche, e da un momento più recente (2.500-2.300 a.C.) nel corso del quale si assiste alla diffusione del Vaso Campaniforme.

Nell’Italia centrale gli aspetti pieni dell’Eneolitico (3.000-2.500 a.C.) vedono lo sviluppo delle culture di Conelle e di Ortucchio nelle Marche e in Abruzzo e quella di Rinaldone lungo il versante tirrenico tosco-laziale. In un momento avanzato dell’Eneolitico è attestata la diffusione, soprattutto nel versante medio-adriatico, della Ceramica a Squame, presente però solo in contesti d’abitato. La tarda età del Rame (2.500-2.300 a.C.) vede la diffusione, in siti della Toscana e del Lazio, del Vaso Campaniforme.

L’avvento e il successivo sviluppo dell’età del Rame nell’Italia meridionale e peninsulare appare caratterizzato da una serie di fermenti culturali che porteranno gradualmente a profonde trasformazioni delle società tardoneolitiche. L’elemento peculiare della fase più antica è la pluralità degli aspetti che si riscontrano nelle regioni meridionali.
Nell’Italia meridionale, il momento più antico dell’età del Rame è caratterizzato da una situazione ancora non ben definita, i cui elementi principali sono dati dalla persistenza delle tradizioni neolitiche precedenti; in Puglia e Calabria è attestato l’aspetto Piano Conte. La fase più avanzata dell’Eneolitico rappresenta il vero momento di rottura con gli aspetti tardoneolitici. Nella prima metà del III millennio a.C. si afferma la cultura del Gaudo in Campania e quella di Andria in Puglia, note quasi esclusivamente da contesti funerari. In una fase successiva, verso la metà del III millennio a.C., si diffonde in tutta l’area continentale meridionale la tradizione della Ceramica a Squame, che sembra documentare un momento di unificazione tra i vari aspetti locali. La Ceramica Campaniforme che costituisce nell’ambito europeo e mediterraneo occidentale l’ultimo orizzonte dell’età del Rame (2.500-2.300 a.C.), appare scarsamente attestato nell’Italia meridionale, mentre sempre al momento finale dell’Eneolitico è attestata la comparsa della cultura di Laterza, che avrà ampio sviluppo durante la successiva età del Bronzo antico.

In Sicilia, dopo la forte omogeneità della cultura di Diana, l’età del Rame è caratterizzata da una marcata frammentazione culturale. Nell’isola è documentata, durante la fase terminale dell’Eneolitico, la presenza di influenze campaniformi che persistono ancora durante l’antica età del Bronzo con il cosiddetto stile della Moarda.
In Sardegna il passaggio dal Neolitico finale all’età del Rame è caratterizzato dalla cultura di S. Michele di Ozieri, anche se la fine di tale cultura non è ancora ben chiara poiché essa è posta da alcuni studiosi alla fine del Neolitico, mentre da altri essa è ritenuta persistere ancora durante l’Eneolitico iniziale. Il pieno Eneolitico, che si sviluppa durante la prima metà del III millennio a.C., è caratterizzato dagli aspetti Filigosa e Abealzu; i due aspetti sembrano terminare prima della formazione della cultura di Monte Claro. Questa cultura attesta una maggiore diffusione in buona parte dell’isola e il suo momento finale (2.500-2.300 a.C.) si sovrappone alla comparsa della Ceramica Campaniforme; la persistenza di motivi decorativi del Campaniforme è inoltre documentata nella successiva antica età del Bronzo (cultura di Bonnànaro). La comparsa dei primi nuraghi a tholos e delle prime tombe dei giganti va collocata durante la fase più avanzata (2.000-1.700 a.C.) della cultura di Bonnànaro.
L’Eneolitico nell’Italia settentrionale

L’unità culturale che aveva caratterizzato l’Italia settentrionale tra il V e il IV millennio a.C. con la cultura dei Vasi a Bocca Quadrata e in seguito durante il IV millennio a.C. con i gruppi Chassey e Chassey-Lagozza sembra concludersi nella seconda metà del IV millennio a.C., quando in buona parte delle regioni della Pianura Padana e del versante meridionale alpino è documentata la comparsa diffusa dei primi manufatti di rame.

La conoscenza dell’età del Rame dell’Italia settentrionale risente ancora purtroppo di molti limiti; numerosi sono infatti i problemi che caratterizzano questo periodo, quelli forse più rilevanti sono i seguenti:

1) la mancanza di sequenze stratigrafiche di riferimento determina l’assenza di una scansione cronologica necessaria alla definizione delle culture e delle linee evolutive tra Tardoneolitico e Bronzo antico;

2) il divario tra l’alto numero di necropoli e i corrispettivi pochi insediamenti noti implica una buona conoscenza delle tradizioni funerarie dell’Italia settentrionale a sfavore della vita quotidiana; 3) il numero ridotto di abitati conosciuti limita le conoscenze sui modi di insediamento e di sfruttamento del territorio delle comunità eneolitiche.

L’età del Rame dell’Italia settentrionale è suddivisa in un momento più antico (3.400/3.300-2.500 a.C.) caratterizzato dalla presenza di numerosi aspetti culturali contemporanei e in un momento più recente (2.500-2.300 a.C.) nel corso del quale si assiste alla diffusione della Ceramica Campaniforme.

La sequenza culturale tipo, valida per l’Italia settentrionale tra tardo Neolitico e antica età del Bronzo, è quella individuata nel sito di Monte Covolo (Brescia), dove lo sviluppo è il seguente: cultura della Lagozza (Neolitico finale), ceramica White Ware (antica e media età del Rame), Vaso Campaniforme (tarda età del Rame), cultura di Polada (Bronzo antico).

Una recente analisi della sequenza cronologica e culturale riconosciuta nell’abitato di Isera la Toretta (Trento) associato al riesame dei costumi funerari della necropoli di Remedello Sotto (Brescia), messi a confronto con i dati ricavati dallo studio dell’uomo del Similaun, hanno portato alcuni studiosi a proporre una suddivisione in tre fasi dell’età del Rame dell’Italia settentrionale: età del Rame I (3.400/3.300-2.900/2.800 a.C.), età del Rame II (2.900/2.800-2.400 a.C.) ed età del Rame III (2.400-2.300/2.200 a.C.). Sulla base delle datazioni radiocarboniche e dei confronti con le culture nordalpine viene proposta una contemporaneità tra la fase antica della necropoli di Remedello, la ceramica tipo Tamins-Isera 5 e White Ware, aspetti inquadrabili in una fase arcaica dell’Eneolitico (Rame I). La seconda fase di utilizzo della necropoli di Remedello, durante la quale è attestata la Ceramica Metopale, rappresenta un momento più evoluto dell’età del Rame (II) che può essere correlato cronologicamente con la cultura francese di Fontbouisse e con la diffusione della Ceramica Cordata svizzera. La fase più recente dell’Eneolitico (Rame III) infine è caratterizzata dalla diffusione del Vaso Campaniforme.

La suddivisione cronologica proposta per l’Eneolitico dell’Italia settentrionale non risolve in ogni caso tutti i vari problemi connessi alla complessità e alla diversificazione del quadro culturale documentato (tavola), per tale motivo è forse più semplice considerare separatamente i principali aspetti che caratterizzano gli studi sull’età del Rame: 1) i costumi funerari;  3) il megalitismo; 4) la diffusione del Vaso Campaniforme.

Da quando nel 1931 fu definita per la prima volta la cultura di Remedello, dalla omonima necropoli eneolitica posta nella provincia di Brescia, l’età del Rame dell’Italia settentrionale era associata a questa cultura, caratterizzata da tombe a inumazione singola e dalla presenza di molti manufatti di rame (asce piatte, pugnali ed elementi di ornamento) (Tavola). La realtà era invece ben diversa giacché alcuni studi degli anni settanta mettevano in luce l’esistenza di numerose sepolture collettive distribuite in gran parte della fascia collinare perialpina del Trentino, della Lombardia, della Liguria, così come lungo la fascia preappenninica emiliano-romagnola e nella Toscana settentrionale.

La distinzione tra l’area della sepoltura collettiva (gruppo di Civate in Lombardia, gruppo di Vecchiano nella Toscana settentrionale) e quella dell’inumazione singola (cultura di Remedello nell’area padana lombardo-veneta, gruppo di Spilamberto nel modenese) costituisce perciò un confine culturale. La differenza tra le due tradizioni funerarie è infatti molto evidente non solo nella diversità del rituale funerario (inumazione singola, inumazioni collettive), ma pure nel tipo di oggetti associati ai defunti; nella cultura di Remedello i corredi sono costituiti da diversi oggetti (armi, utensili, ornamenti, vasi) che mettono in rilievo le caratteristiche dell’individuo (sesso, età, posizione sociale) mentre nelle tombe collettive, dove il defunto viene deposto perdendo la sua individualità a favore di un’appartenenza più ampia (famiglia, lignaggio, classe d’età, clan, ecc.), gli oggetti rinvenuti più di frequente sono gli elementi di ornamento che sono stati interpretati come la testimonianza di offerte funerarie destinate agli antenati.

Un’ipotesi sull’organizzazione sociale dell’età del Rame in Italia settentrionale può essere avanzata a partire dall’analisi della necropoli di Remedello. In essa è evidente infatti la distinzione principale fra maschi adulti armati sepolti in posizione rannicchiata ed infanti, giovani e donne sepolti in posizione supina generalmente senza corredo o con solo una lama di selce. Risulta poi molto difficile stabilire se la concentrazione di armi ed oggetti di prestigio in alcune tombe di armati testimonino la presenza di personaggi di rango o se semplicemente siano il riflesso di una maggiore articolazione della società. L’importanza degli armati è inoltre ben documentata nella necropoli di Spilamberto (Modena).

Il fenomeno del megalitismo (dal greco megas = grande e lithos = pietra), nei suoi diversi aspetti dell’Italia settentrionale, quali le statue-menhir, i massi incisi e le tombe megalitiche, rappresenta un altro importante aspetto dello studio dell’organizzazione sociale dell’età del Rame.
Il termine megalitismo è usato per designare grandi pietre isolate (menhir) o strutture monumentali (dolmen, tombe megalitiche, fortificazioni e recinzioni) edificate utilizzando pietre di grandi dimensioni, generalmente poco modellate. Il fenomeno, pur investendo buona parte dei territori del Mediterraneo e dell’Europa occidentale sin dal Neolitico, compare in Italia settentrionale solo durante le fasi più antiche dell’età del Rame. La distribuzione geografica nelle regioni settentrionali interessa prevalentemente l’arco alpino centro-occidentale e la dorsale dell’Appennino ligure-toscano; mancano invece le testimonianze nell’area della Pianura Padana. Spesso le manifestazioni megalitiche e l’arte rupestre sono presenti nello stesso territorio.

Le statue-menhir, presenti in Trentino-Alto Adige, nella zona di Aosta e in Lunigiana, e le stele e i massi incisi, noti soprattutto in Valtellina e Valcamonica, sono da connettere ad una sfera nella quale culto, riti funerari e ostentazione d’importanza sociale si coniugano in complesse manifestazioni simboliche. Le statue-menhir riproducono iconografie che presentano spesso delle costanti, come il pugnale, l’ascia, il pendaglio a doppia spirale, il cinturone, i caratteri del volto, elementi di ornamento; le rappresentazioni maschili prevalgono generalmente su quelle femminili.

Nei massi incisi, accanto ad elementi che possono essere pertinenti all’armamento o all’abbigliamento personale compaiono raffigurazioni del simbolo solare, associate ad oggetti di prestigio quali alabarde ed asce da combattimento, e rappresentazioni del mondo terreno come l’aratro, il carro, mandrie di bestiame e branchi di animali selvatici. Questo tipo di monumenti, singoli o associati, devono rappresentare l’espressione di particolari attività rituali, propiziatorie o celebrative. Le statue-menhir e i massi incisi vengono datati alla prima metà del III millennio a.C.
Le strutture funerarie di tipo megalitico sono estremamente rare nel versante italiano dell’arco alpino; esse si limitano ai monumenti dell’area megalitica di Saint Martin de Corleans (Aosta), di Velturno (Bolzano) e di Sovizzo (Vicenza). I monumenti megalitici di Aosta trovano un riscontro diretto nell’area megalitica del Petit Chasseur di Sion nel Vallese (TAVOLA). Lo scavo del sito di Saint Martin ha permesso di ricostruire una lunga evoluzione nei modi di utilizzo dell’area, le cui tappe principali sono lo scavo di un certo numero di buche contenenti dei pali e resti combusti di crani di ariete, un’aratura di consacrazione dell’area e la semina di denti umani, l’erezione di statue stele e l’offerta di macine e cereali in pozzi appositamente preparati, la costruzione di quattro tombe megalitiche che nella loro struttura utilizzano parti spezzate delle stele. La costruzione delle tombe megalitiche di Aosta è riferibile a una frequentazione della località da parte di comunità del Vaso Campaniforme.

Il periodo più recente dell’età del Rame è caratterizzato anche in Italia settentrionale, come in buona parte dell’Europa centro-occidentale, dalla diffusione del Vaso Campaniforme. Attorno alla metà del III millennio a.C., infatti, il vaso a forma di campana decorato a impressione con motivi geometrici, spesso accompagnato dal pugnale di rame, tipo Ciempozuelos, da elementi ornamentali metallici e da una serie di oggetti che costituiscono il kit dell’arciere, punte di freccia a peduncolo ed alette e brassards (piastrine di pietra usate come protezione dell’avambraccio dal contraccolpo della corda dell’arco), è presente dall’Ungheria alla penisola iberica e dalla Sicilia e Sardegna fino alle isole britanniche.

La diffusione del Vaso Campaniforme, che a un primo esame lascia intravedere il primo grande fenomeno di unificazione culturale del continente, rivela invece la presenza di diverse tradizioni regionali all’interno di questa cultura. Nell’Italia settentrionale essa è attestata in quattro differenti stili: all over ornament (AOO), europeo, italiano e stile della Tanaccia di Brisighella. Accanto a complessi quali Monte Covolo (Brescia), S. Ilario d’Enza (Reggio), Rubiera (Reggio), dove il campaniforme si presenta con delle caratteristiche che potremmo dire pure, ve ne sono altri dove vasi campaniformi si associano ad elementi di differenti tradizioni culturali, sia dell’età del Rame sia, talvolta, del Bronzo antico.

La presenza di vasi campaniformi è sovente rilevata nelle tombe, per tale ragione questo tipo di vaso è stato interpretato come simbolo dell’ideologia maschile del bere e del combattere, come simbolo di rango e quindi testimonianza dell’esistenza di élite e come manifestazione materiale di prestigio individuale e ricchezza.

Qualunque sia l’interpretazione del fenomeno campaniforme, l’ampia diffusione prova la sua importanza storica: la creazione del primo grande circuito di scambi di idee, merci e concezioni che rese possibile l’integrazione di diverse comunità e una prima capillare diffusione della metallurgia nel continente europeo.

L’età del Rame in Italia settentrionale, come in buona parte d’Europa, vede numerosi mutamenti nella cultura materiale e nell’organizzazione sociale delle comunità eneolitiche. Uno degli aspetti forse più rilevante è l’aumento generale della conflittualità nel corso del III millennio a.C.; tale fenomeno, documentato dall’ampia diffusione di armi metalliche e litiche, si accompagna al ruolo sempre più importante rivestito dall’elemento guerriero nella società. Sebbene nel corso del precedente Neolitico tali evidenze si fossero già manifestate in modo labile, è solo durante l’età del Rame che le sepolture, le rappresentazioni dell’arte preistorica e la diffusione dell’architettura megalitica attestano la crescente importanza sociale dei gruppi di armati e della rilevanza sociale del maschio adulto .

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