Storia Contemporanea

  • Materia: Storia Contemporanea
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  • Data: 2004
  • Di: Redazione StudentVille.it

La crisi del ‘29

La crisi del ‘29 attraverso le sue principali tappe.

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Nascita e crescita della crisi

Verso la fine degli anni ’20 l’Europa ed il resto del mondo sembravano avviati a superare i traumi e le ferite del primo conflitto mondiale. L’Occidente capitalistico aveva ripreso a svilupparsi con una buona regolarità, quando si abbatté su di esso una crisi economica tanto imprevista quanto catastrofica.

La crisi ebbe inizio negli Stati Uniti nell’autunno del 1929 e si prolungò per buona parte degli anni ’30, la "grande crisi" fece sentire i suoi effetti anche sulla politica e sulla cultura, sulle strutture sociali e sulle istituzioni statali, segnando una netta cesura nello sviluppo storico delle società occidentali. Diede un ulteriore e decisiva spinta alla decadenza dell’Europa liberale. Compromise seriamente gli equilibri internazionali, mettendo in moto una catena di eventi che avrebbero portato, nel giro di un decennio, ad un nuovo conflitto mondiale.
Al termine della Grande Guerra il dollaro era la nuova moneta forte, in quanto gli Stati Uniti avevano rinsaldato la loro posizione di paese produttore, ed avevano concesso cospicui prestiti ai loro alleati in Europa. Accanto al mercato finanziario di Londra cresceva di importanza quello di New York.

Ciò che favorì lo svilupparsi dell’economia fu la diffusione della produzione in serie e della razionalizzazione del lavoro in fabbrica. Crescevano gli addetti nel settore dei servizi, mentre diminuivano nel settore dell’industria, e questo perché con lo sviluppo della tecnica, era diminuita la quantità di lavoro per ottenere un determinato prodotto. Negli Stati Uniti si stava sviluppando un nuovo modo di vita, caratterizzato da una standardizzazione dei consumi, e questo accadde con la diffusione delle automobili e degli elettrodomestici.

La borghesia da parte sua aveva fiducia in questo sistema e lo dimostrava tramite la frenetica attività della borsa di New York – chiamata tuttora Wall Street – tutti compravano azioni per poi rivenderle a prezzo maggiorato, facendo affidamento sulla continua ascesa delle azioni sostenuta dalla crescente domanda di titoli. Però questa euforia speculativa poggiava su fondamenti molto fragili, perché la domanda sostenuta di beni di consumo durevoli aveva fatto sì che nel settore industriale si formasse una capacità produttiva sproporzionata rispetto al mercato interno, dovuto al fatto che i beni di consumo durevoli non avevano bisogno di essere continuamente cambiati e tendevano dunque a saturare il mercato.

Gli Stati Uniti ovviarono a questo problema esportando nel resto del mondo, e soprattutto in Europa. Si creò così un legame di interdipendenza, dovuto al fatto che gli Stati Uniti con la loro espansione finanziavano la ripresa europea e questa a sua volta con le sue importazioni alimentava lo sviluppo dell’industria statunitense. Quando nel 1928 molti capitali americani furono dirottati verso le più redditizie operazioni speculative di Wall Street, l’economia europea ne risentì immediatamente, e si ripercosse sulla produzione industriale americana, il cui indice cominciò a scendere già nell’estate del ’29.

In una situazione già incerta e precaria si abbatterono gli effetti disastrosi del crollo della borsa di New York, questa era una spia del malessere dell’economia mondiale. Il corso dei titoli a Wall Street raggiunse i livelli più alti nel settembre del 1929, poi ci furono alcune settimane d’incertezza, dove gli speculatori iniziavano a liquidare i propri pacchetti azionari per realizzare i guadagni ottenuti fino ad allora. Il 24 ottobre, il "giovedì nero", furono venduti 13 milioni di titoli; il 29 altri 16 milioni. In questo modo la caduta del valore dei titoli fu accelerata, ed in pochi giorni vennero distrutti anche i sogni di ricchezza dei loro possessori.

L’America per ridurre questa crisi adottò una politica di protezionismo, e terminò di erogare crediti all’estero. In questo modo anche gli altri paesi furono costretti ad adottare le stesse misure degli Usa per difendere la propria bilancia commerciale. Fra il 1929 e il 1932 – anno in cui la crisi raggiunse il culmine – il valore del commercio mondiale si contrasse di oltre il 60% rispetto a tre anni prima.

Nuovo ruolo dello stato

La crisi del ’29 fece sorgere una serie di problemi la cui soluzione si rivelò al di là della capacità di recupero delle forze economiche individuali. Fu quindi lo Stato ad assumersi nuovi ed importanti oneri. Dall’intensificazione delle tradizionali misure di sostegno esterno alle attività produttive (ad es. i provvedimenti in materia doganale) si passò alla adozione di più radicali misure di controllo (dei cambi, dei prezzi, dei salari) e, infine, all’assunzione da parte dello Stato del ruolo di vero e proprio soggetto attivo dell’espansione economica. Ciò avvenne in forme diverse da paese a paese: in alcuni casi, come quello degli Stati Uniti, si agì soprattutto attraverso il potenziamento della domanda interna mediante l’espansione della spesa pubblica; in altri, come in Italia, si giunse all’assunzione diretta da parte dello Stato di imprese industriali in difficoltà; altrove, in Gran Bretagna e nei paesi scandinavi, si puntò sull’elaborazione di programmi di sviluppo che si proponevano di orientare, tramite il credito o la manovra fiscale, l’attività economica verso obiettivi fissati dal potere politico.

Nel 1936 l’economista inglese John Maynard Keynes pubblicò il libro Occupazione, interesse e moneta, nel quale confutava alcune proposizioni fondamentali della teoria classica, in particolare quelle secondo cui il mercato tenderebbe spontaneamente a produrre l’equilibrio fra domanda e offerta ed a raggiungere la piena occupazione delle unità di lavoro disponibili. Egli riteneva invece che i meccanismi spontanei del capitalismo non fossero in grado di consentire da soli un’utilizzazione ottimale delle risorse, per cui attribuì allo Stato il compito di accrescere il volume della domanda effettiva manovrando in senso espansivo la spesa pubblica.

La crisi in Europa

In Europa si sovrappose al declino delle attività produttive e commerciali, la crisi finanziaria che si manifestò dapprima in Austria e Germania, col collasso del sistema bancario. I crolli verificatisi in Austria e Germania provocarono un allarme incontrollato sulla solidità delle finanze inglesi (molti capitali britannici erano stati investiti in quei due paesi) e sulla stessa tenuta della sterlina. Le banche inglesi dovettero poi far fronte ad un precipitoso ritiro dei capitali stranieri ed a ingenti richieste di conversione delle sterline in oro. Nel settembre del 1931, esauritesi le riserve auree della Banca d’Inghilterra, dovette essere sospesa la convertibilità della sterlina e la valuta inglese fu svalutata: questo avvenimento destò sensazione, in quanto sanciva il declino della Gran Bretagna dal ruolo di "banchiere del mondo". In seguito molti altri paesi si ritrovarono costretti a prendere gli stessi provvedimenti di sospensione della convertibilità.

Quando la crisi ebbe inizio, molti paesi industrializzati ritennero che il modo migliore per affrontarla fosse quello del pareggio del bilancio. In questo modo furono costretti a ridurre drasticamente la spesa pubblica e furono imposte nuove tasse. Però il risultato ottenuto fu solamente quello di ridurre ulteriormente la domanda interna, aggravando perciò la recessione e la disoccupazione.
L’Europa ebbe una ripresa solo verso la fine del decennio, e questo fu possibile grazie all’aggravarsi delle tensioni internazionali e col riarmo.

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