Storia Contemporanea

  • Materia: Storia Contemporanea
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  • Data: 2004
  • Di: Redazione StudentVille.it

La politica economica del Fascismo

La politica economica fascista attuata da Mussolini.

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Il fascismo intervenne pesantemente anche nel settore dell'economia. Uno dei primi provvedimenti voluti da Mussolini, soprattutto per motivi di prestigio internazionale, fu la rivalutazione della lira. La circolazione monetaria diminuì di colpo, le banche restrinsero il credito, i costi di produzione aumentarono per cui i nostri prodotti non furono più competitivi sui mercati internazionali.

Il commercio estero subì quindi un grave danno, mentre diminuiva anche l'afflusso di turisti in Italia a causa dell'aumentato costo della vita. E quando la grande crisi del 1929 investì gli altri paesi industrializzati dell'occidente, Mussolini poteva consolare gli Italiani dicendo, in un discorso alla Camera nel dicembre 1930, che il nostro popolo era abituato a mangiare poco e di conseguenza era in grado di sopportare le privazioni meglio degli altri.

Il fascismo limitò inoltre la libera concorrenza, favorendo i grandi gruppi industriali come la Edison nel settore dell'elettricità, la Pirelli in quello della gomma, la Montecatini in quello della chimica, la Fiat in quello della meccanica, la Snia Viscosa in quello delle fibre artificiali. Nel 1933 il governo fondò l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), con il preciso scopo di sovvenzionare le industrie economicamente «decotte» e inefficienti. S'inasprì la politica protezionistica e si favorì l'autarchia, ossia l'indipendenza dell'Italia dai mercati esteri per l'approvvigionamento di materie prime e di prodotti industriali. Questa politica risultò antieconomica per un Paese come il nostro così povero di materie prime e determinò, come rappresaglia, la chiusura di molti mercati esteri faticosamente conquistati.

Il fascismo pensò di rivolgere una particolare attenzione all'agricoltura e Mussolini stesso guardava con favore allo sviluppo della piccola proprietà privata. Ma il disegno di legge approvato alla Camera nel 1922, in base al quale si doveva attuare il frazionamento di alcuni latifondi e la distribuzione delle terre ai contadini, rimase insabbiato perché il Duce non poteva inimicarsi i grossi agrari che lo avevano sostenuto nella scalata al potere.

Così i grandi e i medi latifondi continuarono a coprire la metà del suolo coltivabile della penisola. Le condizioni di indigenza in cui versavano i contadini (41% fittavoli e mezzadri, 31% braccianti pagati a giornata secondo il censimento del 1930), comportarono un progressivo esodo dalle campagne verso la città. Il governo però non vedeva di buon occhio l'inurbamento della popolazione dei campi, per cui fu emanata una legge che vietò ai lavoratori di lasciare i loro luoghi di residenza senza aver prima ottenuto l'autorizzazione del prefetto. I contadini perciò restarono ancora legati alla terra, mentre i loro salari non subirono alcun miglioramento.

La bonifica integrale

Nel quadro della politica agraria del fascismo rientrava la bonifica integrale, un piano organico che prevedeva vari interventi: l'utilizzazione delle acque a scopo irriguo e per forza motrice; la costruzione di strade per collegare il territorio bonificato con i vicini centri abitati e, qualora fosse possibile, l'utilizzazione dei canali a scopo di navigazione interna; lavori di rimboschimento e di consolidamento dei bacini montani; lavori di sistemazione delle piantagioni e di arginazione dei corsi d'acqua in pianura; opere occorrenti per assicurare il grado di umidità necessaria alle colture.

Sovvenzioni statali venivano elargite a società e a singoli che avevano in concessione un terreno da bonificare; ottenuta la concessione, si dovevano presentare i piani di trasformazione delle colture e di utilizzazione industriale.

L'opera era veramente imponente e in effetti realizzazioni positive furono la bonifica, sia pure parziale, della valle del Volturno e quella delle Paludi Pontine, dove in un quinquennio furono redente molte centinaia di migliaia di ettari di terreno. Analoghi programmi di bonifica integrale furono tentati, ma con risultati di minore entità, in Sardegna e nel Tavoliere delle Puglie.

Ma quando Mussolini cominciò a pensare alla conquista dell'impero, le opere di trasformazione fondiaria furono private di finanziamenti e di sovvenzioni, destinati ora alle nuove necessità militari. Così la «bonifica integrale» non solo restò una «bonifica parziale», ma molti dei miglioramenti ottenuti andarono perduti, mentre per la mancata opera di manutenzione delle dighe l'acqua tornava ad infiltrarsi nelle antiche zone paludose.

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