Storia Contemporanea

  • Materia: Storia Contemporanea
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  • Data: 2005
  • Di: Redazione StudentVille.it

Propaganda Alleata in Italia e il Mito America

In che modo e con quali mezzi avvenne la propaganda alleata durante la Seconda Guerra Mondiale.

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L’organizzazione della propaganda alleata

Durante il periodo che va dal 1943 al 1945, in Italia, troviamo uno dei primi esempi moderni di propaganda di guerra effettuata attraverso la stampa da un esercito di occupazione-liberazione.
Nella prima guerra mondiale, quando si posero le basi della propaganda scientifica in vigore ancora ai giorni nostri, questa ebbe un contenuto meno ideologico che nella Seconda Guerra Mondiale, e inoltre non si verificarono casi di occupazione prolungata, eccetto in situazioni particolari.
In quel momento la propaganda si esercitò soprattutto all’interno di ogni paese o verso i paesi neutrali (il caso britannico rispetto agli Stati Uniti è emblematico), sebbene, naturalmente, si stimolasse anche il nazionalismo, soprattutto, nel caso dell’impero Austro-Ungarico.
Contemporaneamente nacque una forte propaganda operaia e pacifista osteggiata dalle due parti avverse.

Il tipo di propaganda utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale è senza precedenti. L’uso della radio per raggiungere l’udienza di paesi nemici è del tutto nuovo ed altrettanto nuova è la completa ristrutturazione dei sistemi informativi nei paesi sconfitti dell’Asse, in Giappone o nei paesi che ebbero dei regimi collaborazionisti sotto l’occupazione tedesca.
Nel caso italiano, un paese “occupato” e “liberato” , il fenomeno è un po’ più complesso: gli alleati favorirono una “rivoluzione dall’alto” a carattere democratico ma, a differenza della Germania e del Giappone, esistevano anche forze politiche autoctone che svolsero un ruolo importantissimo.
Nel campo dei mezzi di comunicazione questa dualità diventa evidente. Gli alleati mantennero un regime di occupazione in Italia fino al dicembre del 1945 e mantennero per quasi due anni il controllo della radio, della diffusione di notizie di agenzia, la censura e un regime di licenze per le pubblicazioni.

Dal momento dello sbarco in Sicilia il 10 luglio 1943 fino al termine dell’amministrazione alleata negli ultimi territori italiani il 31 dicembre 1945, tutti i mezzi di comunicazione italiani (non in territorio d’occupazione tedesca) – stampa , radio e cinema – furono sottoposti a varie forme di controllo alleato da un gruppo di uomini che costituirono la Psychological Warfare Branch (PWB), dell’Al lied Force Headquarters (AFHQ).

Inizialmente il controllo si esercitò in forma diretta nei territori occupati e amministrati dagli alleati attraverso l’Allied military Government of Occupied Territories (AMGOT, dopo soltanto AMG) e in seguito, nei territori che passavano all’amministrazione del Governo Italiano riconosciuto dagli alleati, attraverso l’Allied control Commission (ACC).

Sebbene in numerose province l’amministrazione italiana funzionasse già con una legislatura autonoma in materia di stampa e informazione attraverso il Sottosegretario di stampa e propaganda, diretto successore del Ministero della cultura popolare fascista, gli alleati pubblicavano numerosi quotidiani sotto il controllo diretto del PWB,e mantenevano – sempre attraverso il PWB – il monopolio delle notizie di agenzia e il controllo assoluto della radio.
Il PWB, quando arrivò in Italia nel luglio del 1943, era un’organizzazione di recente creazione. Infatti, durante la preparazione dell’operazione Torch (lo sbarco alleato nel nord Africa), il comandante supremo alleato Eisenhower decise di associare personale proveniente dall’Office of War information (OWI) nordamericano e dal Political Warfare Executive (PWE) britannico – l’organizzazione britannica di propaganda – e alcuni membri dell’Office of Strategic Services (OSS) nordamericano e del Ministry of information (MOI) britannico.
Questo organismo fece quindi le sue prime esperienze nel campo della propaganda e dell’informazione nel Nordafrica e svolse poi un lavoro profondo ed esteso in territorio italiano che fu in certa misura , il modello della Psycological Warfare Division of AFHQ che venne organizzata nelle isole britanniche per l’invasione della Normandia e successive campagne,fino alla sconfitta ed occupazione della Germania.

I britannici disponevano fin dalla Prima Guerra Mondiale di un’ampia esperienza in materia di propaganda e di amministrazione politica di altri popoli a causa del loro impero coloniale.
D’altra parte, i britannici avevano seguito da vicino tutte le vicissitudini politiche europee e disponevano di criteri e opinioni molto più definiti di quelli dei loro cugini dell’altro lato dell’Atlantico che avevano invece sostenuto la via dell’isolazionismo nel periodo tra le due guerre.
La loro esperienza nei campi della propaganda, dell’informazione e dell’amministrazione superava chiaramente quella dei nordamericani e benché organismi come il PWE non avesserò più anzianità dei loro omologhi nordamericani, questi ultimi si trovarono , almeno in una prima fase, sempre in condizioni di inferiorità rispetto ai britannici, nonostante lavorassero in tutti i campi – militari, amministrativi, politici e di propaganda – in modo integrato.

Organismi ufficiali britannici e nordamericani

Negli Stati Uniti le prime organizzazioni ufficiali dedicate alla propaganda e all’informazione nacquero con la Seconda Guerra Mondiale. Solo cinque mesi prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, il presidente Roosevelt, creò, mediante una Military order dell’11 luglio 1941, the office of the coordinator of information (OCI). Aveva le seguenti funzioni: da una parte, di “Intelligence” , dall’altra , di informazione. Per svolgere la seconda funzione del COI, molto meno definita della prima, venne creato il Foreign Information Service (FIS) diretto da Robert Sherwood.

Poco tempo dopo le due funzioni del COI avrebbero dato luogo a due organismi ben diversi. Da una parte l’OSS sempre diretto da Donovan e dall’altra, l’Office of War information (OWI).
Nonostante la loro maggiore esperienza e l’esistenza dell’importante Ministero di Informazione a capo del quale si trovava durante la guerra, dal 1941, Brendan Bracken, i britannici impiegarono due anni per dotarsi di un organismo analogo all’OWI, dedito in modo specifico alla propaganda, il Political Welfare Executive.
Le sue competenze oltre alle direttive di propaganda per i servizi in lingue straniere della BBC, comprendevano anche la Black Propaganda, ai cui programmi non partecipò mai la BBC, l’elaborazione di opuscoli che dovevano essere lanciati oltre le linee nemiche e il lavoro in stretto contatto con i militari sul fronte di battaglia.
Questo significa che, quando i primi “propagandisti” americani arrivarono a Londra, il PWE non aveva ancora compiuto un anno.

Così nacque la Psychological Warfare Section of Allied Force Headquarters che comprendeva personale proveniente dall’OWI e dall’OSS  nordamericani e dal PWE  e MOI britannici.
Questa organizzazione integrata britannico-nordamericana, indipendentemente dalla provenienza del personale, dipendeva organizzativamente dall’AFHQ.
A capo di questo nuovo organismo fu nominato il colonnello di cavalleria nordamericano Charles B. Hazeltime, che dichiarò ai membri della nuova unità nel momento in cui prese il comando : “non so niente di propaganda, ma credo nel suo potere”.
Hazeltime fu nominato per dare un carattere più militare all’attività di psychological walfare che inizialmente era stata limitata all’aspetto propagandistico e inclusa nella Civil Affairs Section.
Questa aveva iniziato ad operare a Londra il 15 settembre 1942. La funzione della Civil Affairs Section era quella di elaborare piani, formulare strategie politiche e sovrintendere alle attività della guerra psicologica,che determina l’approccio psicologico dell’opinione pubblica nei proclami e giornali.

 

Il caso romano

L’Italia aveva dichiarato guerra alla Gran Bretagna il 10 giugno 1940 e agli Stati Uniti nel dicembre 1942. La prima campagna sistematica di propaganda nei confronti dell’Italia era stata iniziata dalla BBC,che possedeva dalla crisi di Monaco vari programmi in lingue straniere, tra le quali l’italiano. Dal 1939 al 1941 il servizio italiano della BBC, popolarmente conosciuto come Radio Londra fu praticamente l’unico canale di informazione non fascista e di certa importanza seguito dal popolo italiano

Nel maggio 1942 i programmi erano aumentati e si erano diversificati. E’ importante sottolineare che essi venivano realizzati quasi esclusivamente da personale italiano. Collaborarono tra gli altri, oltre all’eterno colonnello Stevens, Umberto Colosso.
Quasi un anno dopo aver messo piede per la prima volta sul territorio metropolitano di una delle potenze dell’Asse, gli alleati ne occuparono la capitale. Dopo dieci mesi e mezzo di presenza in Italia le circostanze erano notevolmente cambiate. L’occupazione di una capitale dell’Asse assumeva chiaramente il carattere di una liberazione; quasi immediatamente vi fu trasferito il governo italiano che giuridicamente rappresentava la continuità dello stato e che, dall’Ottobre del 1943, venne riconosciuto dagli alleati come cobelligerante.

L’occupazione di Roma  rappresentò una svolta nei rapporti tra il governo italiano e le potenze alleate occupanti. Venne accelerato il trasferimento di competenze dagli occupanti alle autorità italiane in tutti i campi, compreso ovviamente quello dell’informazione.
Gli alleati definirono con maggior precisione il loro atteggiamento nei confronti della ricostruzione della vita politica e sociale della nuova Italia.

Continuarono inoltre a manifestarsi le divergenze tra britannici e nordamericani.
Roma era stata dichiarata città aperta,ma unilateralmente,il che significava che essa non poteva legittimamente godere di tale status.Inoltre vi risiedevano stabilmente truppe tedesche.Nonostante ciò,la città non aveva subito grandi devastazioni.Gli alleati trovarono una città con una infrastruttura informativa propria di una capitale delle sue dimensioni e praticamente intatta.
In tal modo Roma, malgrado le condizione precarie di scarsità di materiale e di energia elettrica, vide una grande espansione dell’informazione.

Dall’EIAR alla RAI

L’11 Maggio 1944 a Napoli, Mario Fano e gli alleati erano giunti ad uno accordo sull’amministrazione dell’EIAR, in base al quale sarebbe stata gestita la radio italiana durante il regime di occupazione alleata.
Nei primi momenti dopo la liberazione di Roma, la mancanza di energia elettrica e il parziale smantellamento delle installazioni radiofoniche da parte dei tedeschi ne impedì un uso immediato. Ma, logicamente, la capitale in breve doveva diventare il più importante centro di programmi radiofonici in Italia.
Nel luglio 1944 gli alleati organizzarono a Roma una commissione per le attività radiofoniche dell’Italia centro-meridionale, che possiamo considerare un primo passo verso la cessione del controllo della radio agli italiani.
L’ACC aveva già invitato il governo italiano a nominare un commissario straordinario a capo dell’EIAR. Da parte sua l’ACC, il 13 agosto 1944, nominò Luigi Rusca amministratore dell’EIAR.
Il 26 Ottobre 1944, il governo italiano pubblicò un decreto sulla riorganizzazione del sistema radiofonico. L’ente italiano Audizioni Radiofoniche fondato durante il fascismo, divenne Radio Audizioni Italia, l’attuale RAI.
Infine, il 20 gennaio 1945, il governo Bonomi, mediante decreto, confermò Luigi Rusca come “Commissario per la gestione straordinario della società RAI”. Rusca mantenne l’incarico fino al 20 Aprile 1945 quando lo lasciò a causa dell’agitazione del personale della RAI che esigeva l’epurazione di elementi fascisti.
Negli stessi giorni, quando era imminente la liberazione dell’Italia del nord, fu costituito anche il primo consiglio di amministrazione della RAI.
Se da una parte  gli alleati consideravano la radio uno strumento fondamentale della loro propaganda e pertanto la controllavano in modo molto più ferreo della stampa, dall’altra, fin dai primi momenti,essi avevano cercato una soluzione per restituire la gestione dei programmi radiofonici agli italiani, pur garantendo i propri interessi.
Nonostante ciò, a quanto pare, ci furono notevoli divergenze tra il PWB e l’ACC sulla questione. Dall’accordo tra Fano e gli alleati, gli italiani erano responsabili soltanto della programmazione musicale, mentre erano esclusi dalla responsabilità della programmazione parlata, interamente sotto il controllo del PWB.
Questo accordo in realtà entrò in vigore a partire dal 1° Ottobre 1944 “con grossi limiti” e senza che il PWB potesse in nessun caso “delegare il controllo senza consultare l’AFHQ”.
L’ACC era dell’opinione che durante lo stato di guerra esistessero le condizioni per la conservazione del controllo su tutti i programmi radio, ma che appena lo permettono le esigenze militari, dovrebbe avvenire un trasferimento completo di competenze.
La responsabilità del PWB rispetto ai programmi parlati non si limitava alle notizie e commenti politici, ma si estendeva anche ad “altre parti parlate, teatro e lettura di prosa”.
Il 18 dicembre 1944 ebbe inizio da Radio Roma un nuovo spazio di 15 minuti al giorno che gli alleati cedevano specificatamente al governo italiano e che fu inaugurato da Bonomi con un discorso rivolto a tutto il popolo italiano il cui tono era più simile a quello degli interventi radiofonici di Roosevelt “accanto al caminetto” che alle esaltate arringhe mussoliniane.

Questo programma, organizzato dall’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio, nasceva dall’esigenza di mettere a disposizione del governo “uno strumento rapido ed efficace di collegamento col paese”, soprattutto in un momento “in cui le comunicazioni tra il centro e la periferia sono lente e difficili, e i giornali hanno una potenza di irradiazione minima dai centri di pubblicazione”.
Alla fine di dicembre il Ministro delle Comunicazioni si lamentava con gli alleati del contenuto del giornale radio, che non sempre si faceva eco dei desideri del governo.
Oltre al quarto d’ora quotidiano riservato al governo, Radio Roma cedeva anche un altro spazio di quindici minuti ai partiti politici facenti parte del CLN che ne disponeva a rotazione.
Negli ultimi mesi del 1944 gli alleati iniziarono ad elaborare un “Radio plan for Liberated Italy” (= Un piano radio per l’italia liberata).

Il piano fu oggetto di un’elaborazione graduale in documenti successivi fino alla redazione definitva.
Oltre a provocare la abrogazione dello statuto dell’EIAR, l’elaborazione di uno nuovo e democratico e l’epurazione del personale, le raccomandazioni del PWB assunsero una forma concreta essenzialmente con la formazione di un “Consiglio di Governatori” che doveva agire come consigliere nella gestione del sistema radiofonico per un periodo di due anni e che doveva essere composto, secondo gli alleati da un rappresentante del Ministero dell’educazione, un professore universitario, un industriale, un membro dell’Associazione di funzionari dell’EIAR, un musicista, uno scrittore, un giornalista; ogni membro doveva essere eletto dall’organismo appropriato.

Quanto richiesto dagli alleati venne messo in pratica, ma con modifiche sostanziali. Effettivamente fu creato un Board of Governors for RAI, composto da cinque rappresentati della RAI, un rappresentante della Società di Autori, un drammaturgo e un musicista, tutti nominati e non eletti, a cui si aggiunse un sottosegretario per la Stampa.
La radio ebbe un ruolo importante all’interno del processo di trasferimento di competenze e di riorganizzazione del PWB e che avvenne nell’inverno 1944-45.

Nel gennaio 1945, gli alleati riaffermarono che i servizi radiofonici dovevano essere restituiti all’amministrazione italiana “il più presto possibile” e fissarono, come per le agenzie di stampa, la data del 1° marzo per il trasferimento di competenze in materia di radiodiffusione nell’Italia liberata compresa Roma.
Si prevedeva inoltre il mantenimento dell’assistenza tecnica fintanto che gli alleati avessero conservato degli spazi propri all’interno della radio italiana.
In quei primi mesi del 1945, prima dell’offensiva finale che liberò il nord dell’Italia, a Roma cominciava già il vento del nord. Avvennero agitazioni del personale della RAI che reclamava l’epurazione degli elementi fascisti all’interno della nuova società.
Pochi giorni prima della liberazione,il 20 Aprile 1945, venne costituito il primo consiglio di amministrazione della RAI che nominò Armando Rossigni come direttore Generale.


La stampa quotidiana di Roma nel 1944

A Roma,come in tutta l’Italia, la caduta del fascismo aveva portato un primo capovolgimento nel campo della stampa,frustrato  dall’occupazione tedesca che seguì l’annuncio dell’armistizio.
Il regime di “città aperta” di cui usufruì Roma da allora fino alla liberazione ebbe un certo significato nel campo dell’attività militare, ma non implicò la minima tolleranza nel campo dell’attività politica. Tuttavia malgrado il clima di repressione durissima, si moltiplicarono le pubblicazioni clandestine, molte delle quale dettero luogo a nuove pubblicazioni nella Roma liberata.
Anche nel campo della stampa Roma rappresentò una svolta importante nella traiettoria politica alleata.

Le città del sud, compresa Napoli devastata, non erano state che balbettii che non si possono paragonare al caso romano né per il numero né per le ripercussioni delle pubblicazioni.
Gli alleati erano coscienti del fatto che Roma era la prima capitale che avevano liberato e dove la guerra non aveva danneggiato in modo particolare un ricco sistema informativo. Roma sarebbe diventata lo specchio dove il resto dell’Italia avrebbe verificato le loro vere intenzioni, in modo molto più chiaro che in passato.
Gli alleati non erano ancora entrati nella città quando i tedeschi praticamente l’avevano già abbandonata. In quei momenti, ancora di incertezza, malgrado la scarsità di carta e le interruzioni di energia elettrica, Roma fu inondata di giornali.
La mattina di domenica 4 giugno a Roma uscì un solo quotidiano, il Messaggero.
Nel pomeriggio di quella domenica entrarono a Roma i primi avamposti alleati. L’occupazione della città fu completata il giorno seguente. In quella data uscirono per la prima volta non clandestinamente alcuni quotidiani: “Il Risorgimento liberale”, “l’Italia libera” e “Il Popolo”.
Martedì 6 Giugno rappresenta il momento di massima espansione della stampa romana. Quel giorno uscirono diversi quotidiani: “Avanti!”, “L’unità”, “Ricostruzione”, “Il Tevere”.

Nei giorni successivi furono pubblicati altri quotidiani come “Libera stampa” , “Corriere dello Sport” e “Italia Nuova”, e di particolare importanza “La voce repubblicana”, organo del partito repubblicano.
Il “Corriere di Roma” (Quotidiano d’informazione a cura del PWB) veniva invece elaborato da un gruppo di giornalisti italiani sotto la supervisione alleata e come capo redattore responsabile Arrigo Jacchia che presto diventò direttore.
In questo quotidiano vi si pubblicavano tutti i comunicati delle autorità alleate. Mantenne sempre un tono di neutralità nelle dispute politiche italiane, anche se ovviamente esprimeva il punto di vista alleato.
Benché i quotidiani tradizionali della città, come era successo dopo il 25 Luglio 1943, fossero usciti martedì 6 giugno 1944 con nuovi direttori e dichiarazioni di democrazia, gli alleati presero la decisione di sopprimerli come misura preventiva.

Gli alleati presero provvedimenti anche rispetto ad altri quotidiani. In data 13 giugno il tenente colonnello Munro, in qualità di Press Chief PWB , Italy, inviò una lettera al PRB nella quale rendeva nota la sospensione delle seguenti pubblicazioni : “Il quotidiano”, “la voce repubblicana”, “Italia Nuova”, “La ricostruzione” e “La voce del popolo”.
Nello stesso documento figurava un’altra lista di quotidiani a proposito dei quali si commentava che se avessero continuato ad essere pubblicati si sarebbe dovuti ricorrere alle misure opportune.
La lista comprendeva “Bandiera rossa” che non fu mai quotidiano, avendo pubblicato solo due numeri, ed altri che in quella data non si pubblicavano già più. Solo due avevano continuato ad uscire: “Il corriere dello Sport” e “Il tempo”.

Possiamo stabilire che la tiratura dei quotidiani romani tra Giugno e dicembre del 1944 corrispondeva alle seguenti cifre :

Corriere di Roma   ………………………………………………180.000
Avanti! ……………………………………………………………   42.000
L’Unità ……………………………………………………………  40.000
Il popolo …………………………………………………………   23.000
Italia Libera ……………………………………………………     28.000
Ricostruzione ……………………………………………………  23.000
Risorgimento Liberale …………………………………………  23.000
Italia Nuova ……………………………………………………… 10.000
Il tempo …………………………………………………………… 25.000
Voce repubblicana ………………………………………………  20.000
Quotidiano ………………………………………………………   13.000
Corriere dello sport………………………………………………   2.000


Il PWB e l’APB centrale si insediarono nei locali dell’ex Ministero della cultura popolare. Dopo i primi giorni, una volta stabilizzatasi la situazione, a Roma venivano pubblicati dodici quotidiani contro i sette di prima della liberazione.

Dopo le prime incertezze, a Roma gli alleati iniziarono a impostare seriamente un programma politico più definito per l’Italia. Il secondo governo Badoglio, già costituito dal CLN, dopo la liberazione della capitale venne sostituito dal governo Bonomi. Effettivamente il ritiro di Vittorio Emanuele III dalla scena politica, come convenuto, e il passaggio delle funzioni di Capo di stato in qualità di Luogotenente del Regno al principe Umberto, provocarono le dimissioni formali di Badoglio.

Nella  Roma occupata il movimento di resistenza aveva già dimensioni tali da dover essere preso seriamente in considerazione, ma l’offensiva estiva per la prima volta mise in contatto diretto gli alleati con la resistenza armata e organizzata del centro-nord.
Lionel Fielden, direttore del PRB e membro dell’APB fin dalla sua fondazione, come lui stesso segnala, redasse un memorandum che è di importanza capitale per capire la svolta nella politica dell’informazione alleata in Italia. Dato che a Roma esisteva un importante e solido apparato informativo, con più di seicento giornalisti “che lavoravano regolarmente o irregolarmente”, Fielden considerò che l’imposizione di sei quotidiani dei partiti del CLN era una misura artificiale e in contraddizione con l’idea della libertà di stampa.

Fielden aveva una visione caotica della stampa romana in quel periodo. La sua critica seguiva fondamentalmente tre indirizzi.
In primo luogo criticava la situazione di monopolio concessa di fatto ai sei quotidiani del partito del CLN., quando i lettori per più di cinquant’anni erano stati abituati a dei “giornali familiari” la cui pubblicazione era stata proibita, il che supponeva fra l’altro “togliere il posto di lavoro a molti giornalisti, impiegati, compositori e tipografi che avrebbero reagito naturalmente contro i giornali imposti”. Era quindi favorevole alla ripresa di pubblicazioni come “La Tribuna” , “Il giornale D’Italia” e “Il Messaggero”, ma sebbene ciò fosse stato deciso nella riunione dell’APB del 15 giugno 1944 non venne poi messo in pratica.

In secondo luogo, Fielden criticava il numero eccessivo di giornali.
In terzo luogo, notava che l’epurazione nel campo della stampa non era stata efficace.
Come soluzione proponeva due tipi di intervento. Da una parte “un’epurazione completa e accurata dei giornalisti”, e dall’altra che la “libertà di stampa si affermi sulla base dei propri meriti”. La Federazione Stampa avrebbe dovuto essere l’organismo responsabile dell’epurazione.
Fielden riteneva che seguendo questo orientamento gli alleati avrebbero potuto far sì che in Italia si creasse una stampa onesta e loro favorevole. I suoi principi non furono seguiti alla lettera , ma dall’occupazione di Roma in poi si ispirarono senza dubbio in gran misura la politica alleata nel campo dell’informazione, in particolare la sua idea di libertà di stampa intesa come libertà di mercato.

Nel gennaio 1945 gli alleati avrebbero ceduto buone parte delle loro competenze in materia di stampa nell’Italia liberata, pertanto fin dall’estate del 1944 erano cominciati i preparativi per affrontare la nuova situazione. Il 1° Agosto venne creata la Commissione stampa, presieduta dal direttore generale della stampa Rossigni, per sostituire l’APB. Le trattative tra la commissione e l’APB emergono in numerosi documenti dove, sebbene siano di carattere generale, appaiono molteplici riferimenti alla stampa romana che rappresentava il banco di prova più vicino.
Si può attribuire senz’altro alla famiglia reale il tentativo di pubblicare a Roma un quotidiano e un settimanale monarchici. Il generale Adolfo Infante intervenne personalmente nella pratica inviando delle lettere rispettivamente al maggiore Fielden e all’avvocato Armando Rossigni, e una terza con copie delle altre due all’ammiraglio Stone. Raccomandava vivamente che si prendesse in considerazione la richiesta di pubblicazione del quotidiano “Democrazia” e del settimanale “L’indipendente”. Il primo era stato sollecitato fra l’altro dall’Unione Monarchica e doveva raggiungere, secondo Infante, una tiratura di 50.000 copie; il secondo invece era stato sollecitato dal gruppo diretto dal prof. Mancuso.


La Federazione Nazionale Stampa

La Federazione Nazionale Stampa era stata soppressa dal regime fascista. Si riorganizzò dopo la caduta di Mussolini, scomparve nuovamente sotto l’occupazione tedesca e si ricostituì solo all’arrivo degli alleati a Roma. Venne istituita il 7 giugno 1944 a palazzo Marignolli.
Uno dei compiti principali che svolse fu l’epurazione al cui fine, nel novembre 1944, venne formata una commissione unica che dette luogo a diverse commissioni regionali.
La Federazione lottò anche per la soppressione del sottosegretariato di Stampa dipendente dalla Presidenza del Consiglio e a favore della creazione di una Commissione Nazionale Stampa,idea che in seguito fu effettivamente ripresa dagli alleati.

Attenendoci al risultato finale di alcuni anni dopo la guerra, il lavoro d’epurazione svolto dalla Federazione potrebbe sembrare irrisorio; infatti il recupero di una stampa conservatrice, l’amnistia Togliatti, ecc., permisero a molti giornalisti che sicuramente avevano collaborato con il fascismo di riprendere l’attività.

Le agenzie di stampa

L’iniziativa di creare una nuova agenzia cooperativa partì fondamentalmente dai quotidiani “Avanti!, “Il popolo” e “L’Unità”.
Questi insieme ad altri quotidiani furono i dodici soci fondatori della nuova Agenzia Nazionale Stampa Associata (ANSA), il cui primo consiglio di amministrazione provvisorio composto da un rappresentante di ognuno dei quotidiani venne formato il 17 agosto 1945, otto mesi dopo l’inizio delle sue attività.
Il primo capo redattore fu Armando Troisio e l’agenzia si insediò in una parte dei locali che erano stati dell’Agenzia Stefani.
Si è gia menzionato il timore che suscitava in vari ambienti la possibilità che l’ANSA creasse una situazione di monopolio. Ma nello stesso periodo vennero fondate altre agenzie che iniziarono a svolgere le loro attività a Roma.

La stampa quotidiana di Roma nel 1945

All’inizio del 1945 venivano pubblicati a Roma dodici quotidiani politici e d’informazione, “L’Osservatore romano” e un quotidiano sportivo “Il corriere dello sport”.
Alla vigilia della liberazione del nord Italia i quattordici quotidiani erano diventati ventidue, prova evidente dell’enorme vitalità della stampa romana che, superando difficoltà di ogni tipo, rispondeva così alla sete d’informazione di un popolo che ne era stato privato per anni.
Basti dire che a Roma prima della guerra venivano pubblicati solo dieci quotidiani e molti di questi giornali ebbero una vita breve.

In quel periodo infatti partiti politici,sindacati, qualsiasi gruppo di pressione potevano disporre facilmente di un organo di stampa.

Il problema della carta

Sebbene gli alleati a Roma non avessero più competenza in materia di stampa, mantenevano una notevole influenza da vari punti di vista.
Esistono numerose lettere rivolte all’AC e ad altre organizzazioni alleate che richiedevano il loro appoggio affinché la Commissione Stampa, di cui faceva parte un rappresentante alleato, autorizzasse questa o quella pubblicazione.
Gli alleati inoltre controllavano in tutta l’Italia la carta di stampa.
Nell’Italia liberata, le partite di carta venivano distribuite ai giornali dalla Commissione Stampa, ma questa la riceveva dagli alleati.
La carta in quel periodo aveva almeno quattro prezzi e quattro provenienze diverse. Non mancavano quindi gli imbrogli: si ricorreva al mercato nero per ottenere tirature superiori a quelle autorizzate e per usare parte della quota concessa ad una pubblicazione per altre affini – volantini, opuscoli, ed altro – di quest’ultimo fatto veniva accusata “l’Unità”.

La pubblicità e la stampa romana

Benché in questo campo l’intervanto alleato sia stato molto limitato, pensiamo che non si possa capire l’espansione della stampa in quei primi momenti di libertà senza far riferimento alla sua maggior fonte di risorse.
Nel Regno del Sud c’era già stata una certa attività pubblicitaria, ma solamente dopo la liberazione di Roma questo settore iniziò a riorganizzarsi su larga scala.
Generalmente i quotidiani italiani erano vincolati ad un’agenzia pubblicitaria mediante un contratto con una clausola di “esclusiva”,  del tipo “canone chiuso” o di “partecipazione”; nel secondo caso spesso i quotidiani ricevevano un minimo garantito in anticipo e nei momenti di crisi finanziaria in cui non potevano ricorrere alle banche, questo sistema rappresentava quasi l’unica fonte di finanziamento.

Nei primi mesi del 1945 a Roma operavano sei agenzie pubblicitarie, due delle quali, fondate da poco, agivano solo nell’Italia liberata che nell’Italia occupata, ma senza contatti tra i due settori.
Società di Pubblicità in Italia (SPI). Era senz’altro l’agenzia più importante, erede dell’UPI (Unione Pubblicità Italiana) che si era distinta per la sua convivenza con il fascismo, tanto che occultamente Mussolini stesso ne era azionista. L’UPI continuò l’attività nel nord occupato, mentre a Roma riorganizzarono il lavoro Cremaschi e Carlo Momigliano.

Altre pubblicazioni non quotidiane

Anche se fino ad ora abbiamo fatto riferimento solo alla stampa quotidiana, dopo la liberazione naturalmente uscirono a Roma numerose pubblicazioni con periodicità varia. Il 15 Agosto 1944 il PWB, oltre ai dodici quotidiani, enumera diciassette settimanali e quarantasette pubblicazioni con periodicità differente. Pochi mesi dopo, il 31 dicembre 1944, secondo il sottosegretariato alla stampa italiano i settimanali romani erano passati niente meno che a ottantuno, mentre le altre pubblicazioni erano arrivate a centoventisette.
Tali pubblicazioni appartenevano ai generi più svariati: erano politiche, culturali, teniche, legali, professionali.

Escludendo le pubblicazioni specializzate, i settimanali politici o d’informazione generale non differivano come formato dai quotidiani. Molti erano organi di partiti come “la Rinascita” (PCI) e “Il commento”(DC). Altri erano umoristici come “Cantachiaro” o “Il Pasquino”.
Poco prima del trasferimento di competenze in materia di stampa alle autorità italiane, il 27 dicembre 1944, con l’autorizzazione dell’APB, iniziò le pubblicazioni a Roma il settimanale di Guglielmo Giannini che in seguito divenne quotidiano,riunendo intorno a sé un curioso movimento politico, l’ “Uomo qualunque”.

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